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Domenica è festa

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Le fonti prodigiose seccano le menti e non alimentano alcun fiume terreno. Dall’alto dei cieli scendono colleriche invettive sugli uomini. Coloro che interpretano i segni celesti dicono che gli uomini sono peccatori e che il loro peccato merita una sorte infausta. Eppure, io ho conosciuto uomini e donne celesti che non credevano a quei segni. Li ho visti crepitare nel fuoco dell’inferno e non perdersi una sillaba del canto che usciva dai loro cuori. Li ho tradotti nei loro conati di vomito, dentro ospedali/caserme, e mi è rimasto tra le mani quel giubilo misterioso della loro vittoria repressa. Non credo ad altro che agli angeli incontrati sul mio cammino. Figure muscolari perdute in una nebbia fitta di domini abissali. Le loro schiene curve, il loro sangue copioso, il turgore dei loro strazi assaliti di lacrime, le scelte estreme che nessuna parola sa ripetere. Non credo in un futuro in cui ci sia una sola condanna, una sola anima empia, un solo torturatore e un solo torturato. Non conosco persone più fedeli a Dio di coloro che sono fedeli alla vita. E penso a Domenica, la fanciulla novantenne morta appena ieri: l’ultima volta stava seduta su una cassetta vertiginosa di sole e masticava proverbi e rideva della sua pudicizia e della conoscenza del mondo, che sembrava minacciarne il riserbo. Non credo in un futuro senza i suoi occhi contadini, belli, buoni, socchiusi. Infine chiusi, sulla spalla di Marisa, appena ieri. Senza patimenti, senza ipocrisie di “lunga vita ai malati, anche a quelli senza speranza”. Il suo pollo con patate, cotto nel forno a legna sotto casa, è il migliore che abbia avuto la fortuna di assaggiare (c’erano gli amati girasoli tutto intorno, stupefacenti loro, stupefatti noi). Governava e disponeva, fino all’estremo respiro. Non mi viene proprio da pensare ad un paradiso senza Domenica, non riesco a pensare che esista un paradiso più esteso dell’amore che lei ha saputo colmare nei nostri cuori, con le mani docili dell’attesa. Domenica è la mia Immacolata, la mia idea di santità femminile, morta dopo Chieti e prima che qualcuno se ne lamentasse. Lei è la terra che mi si sottrae ogni giorno, come passi nel vuoto. Le descrivo un sibilo rovinoso, un terremoto d’Abruzzo, la sua terra macinata nella carne dei fossi. E la forza che ha avuto a rialzarsi e a donarsi, amante amata. Cara amica, io non posso portarti che in immagini chiuse nella mia testa, destinate a scomparire con me. Posso sradicare la bocca dei nostri colloqui sui declivi dai quali fugge il tempo. Vedere le pecore, il lupo più a valle, l’uomo che semina e raccoglie, il cespuglio di Dio mite per i nostri giochi. Posso invocare l’acqua che ha bagnato, grazie a te, le foglie di cui prendersi cura. Tratteggiare, per chi viene dopo di noi, una devozione sapida, una longitudine tersa e misericordiosa, l’ardore di una finitezza irriverente. Basta col dolore che imprigiona! Può dirlo la mia Madonna di nero tessuto lacero. Lei raccoglie le uova nel pollaio e l’ingranaggio mostruoso della vita perde un dente. Lei strappa l’erba soffocante dal ponte orgoglioso che s’inarca sulla porta fiorita e il rumore della catena striscia fuori dall’intimo cordoglio infelice. Io, a mia volta, la innalzo al cielo, con immagini chiuse nella testa, destinate a scomparire con me. Ma oggi, Domenica, è festa! Ho imparato da te una cosa: bisogna vivere come le spine per la rosa, in difesa di un'ingenua bellezza.

 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.