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Un fiume di parole

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Nel fiume delle parole 2013 ho pescato alcune frasi. Le ho divorate, con fame, e le ho rese parte di me, pronunciandole in discorsi totalmente ri-collocati. Gli esseri umani annodano il filo della propria vita, lungo rettili canne da pesca. Ne riporto gli esempi. Come fossero dentro un dialogo irreale, sospeso per aria. La bocca di forma perfetta.

“La felicità è come il tempo, sempre uguale, perché quel che segna cancella. Il cambiamento, che è il motivo di vivere, in questo modo diviene immutabile. Ogni volta. Anche se invisibile. Dunque, la felicità, sta nella coltre, non nella superficie. Sta nello specchio d'acqua, su cui cade la goccia, per ricomporsi, senza lasciarne traccia”.

Ognuno contribuisce al romanzo della vita dell’altro. Il racconto non ha recinti individuali, bottini solitari. Solo il discorso comune incontra l’altro. Richiamarne un pezzo, senza tener conto dell’ordito con-testuale in cui esso va a ri-collocarsi, non ha alcun senso. Perciò, in questo fiume di parole, la figura di spalle è il pescatore.

“Il corpo è un guscio che va alla deriva, ma l’acqua che vi scorre intorno è il nostro spirito”.

La notte non prende mai forma, si commemora, vissuta tra cartelloni pubblicitari e annunci mortuari. All’ultimo stadio di questo tentativo di solidificazione, una mano rapina la parola dalla bocca imminente e le strappa un bacio, come una vacanza.

“La notte ha grandi sentinelle di pietra lavica che ai piedi portano catene. Si sbriciola a poco a poco quel che cade dall’alto. A volte, anche il cielo è un modo di pensare”.

Forse è il caso di dire che vaghiamo nell’ondivago. Il tema ultimo. La striscia di ghiaccio, col tempo, si assottiglia. Il bacio dell’intimo ci soffoca. Non resta niente. Una violenza generata da una violenza è uguale a niente. Un sacrilegio rubare alla vita.

“Qui c’è una perdita di secoli in pochi minuti, un’onda per un oceano, una curva dopo un rettilineo. E il ricordo della falce nel grano. Tu che parti per non tardare. Tu che sogni per non svegliarti. E una voce che sparisce. Una nuvola dorme”.

Siamo il mezzo che non raggiunge alcun fine. Stelle inghiottite dalla luce del giorno. Tutto ci appare così evidente da non richiedere sforzi. Tu continui a sognare. La nuvola dorme ancora. Il fiume pesca l’ombra del pescatore.

“La saggezza è come un destino, richiede tempo. Il tempo non va deturpato, nonostante deturpi. La carta di un dono richiede saggezza. Come la pioggia richiede allegria. Accade sempre quel che deve accadere. Anche quando sembra che accada il contrario. Il filo è terso. Un simbolo d’amore che Arianna donò a Teseo. L’orizzonte ulteriore”.

Sembra non vi sia nulla di illeso a questo mondo. A parte la coscienza di questa verità. Non esiste amore senza felicità e non esiste felicità senza speranza. La speranza di essere ricambiati. La speranza di essere liberati. Così ci si perde. Senza un motivo (detto o pensato, chiamato o corrisposto). Senza una fretta di vivere.

“La lontananza preclude la coscienza. Nel sogno si muovono parole che rattristano. Dopo tutto, viene sempre il momento del commiato. Anche se ci si attende come una novità, la pianta del vento ha foglie spezzate. L’istante del risveglio trascorre invano. Le ultime parole sono: perdonami ogni cosa. La cortesia, il rispetto, la chiarezza e l’imbarazzo”.

Si tratta sempre di luna, molle come un rumore, acuta come un sospiro. Separata dagli occhi di ciascuno e ricongiunta dai medesimi occhi. Arrotondata al battito delle ciglia, compressa in una stoffa damascata. Sciolte le trecce di pioggia, pronta per un ospedale da campo, dove i colori si mettono ad asciugare. Neppure la notte la trattiene. Neppure il dubbio la confonde. Parole di luna, avvolte nella carta di un dono.

“Fai una cosa per me: una notte di luna piena. Vai a dormire presto, per diradare gli astri. Con il calore corporeo. E un bacio di fuoco sulla pelle. Sembra che dorma la nuvola nel cielo. Ma il grido di una foglia spezzata dal vento basta a svegliarla. Nel guardarla si è guardati, come alla fine di una fiaba. Dormi pure, nessuno ti verrà in soccorso. La strada del pendolo è gelata. L’ignoto scruta il monte immobile e il cinghiale che lo percorre, il fiume di parole e il pescatore”.

Indissolubile. Rivedersi. Una carezza allo stomaco, un soffio di vento. Non è influenza, mi dici. Star male per chi si ama richiede forme rigide, che tengano insieme le gambe sottili della fuga dal mondo. Non c’è niente di meglio di un accordo per suggellare il più puro e inafferrabile sentimento. Un bacio, accettato e siglato. Indissolubile.

“Il giorno sorride. Con te, nella foto. L’amore di ognuno incrocia quello dell’altro, come gambe sottili di ritorno al mondo. Dal primo all’ultimo si compone una catena di anelli mancanti, sottostanti. E tutti vissero felici e contenti”.

Il corpo altrui, a volte, non è reale. L’immaginazione lo segna nella sfera della propria intimità. Più tardi viene l’anima, le rughe materiali e le ferite alle mani. Continua a rotolare quel pallone del bacio (da una bocca di forma perfetta), lanciato a distanza siderale. Fuori dal corpo cade la neve. Sulle tracce del fiume. Motivi esistenziali riparano l’auto dell’insonnia, la tengono arresa alle intemperie. L’arte genera un abisso, un silenzio fuori dal corpo. Pura e semplice miscela di umori distillati dalle parole. Dura in me una forma di trascendenza terrena. Come un’immagine, un quadro votivo. Smuove. Sollecita. Il dono di un bacio è visibile a distanza siderale.

“C’è un sole chino. Mi raggiunge a piedi. Un sole di carta di riso. Per un dono. Una forza sopita che s’innalza. E trascina le povere ossa nei luoghi della mente universale, che stempera l’onda nel porto delle vene. E la disperde”.

Cosa lascio a mio figlio? Questa storia stupida e apparentemente infinita in cui l’uomo ha rinunciato a godere della bellezza del mondo, impossessandosene? Non riesco. Non riuscirò. Così comincia e finisce tutto. Come un anno. Uguale ad un altro, a molti altri.

“Le anime s’incontrano nello spazio stretto, nel colore delle piastrelle, nel rumore delle palpebre, nel bacio delle porte che si chiudono e si aprono, facendosi mute”.

Poi non ci saremo. E non smetteremo di lasciare un segno. Forte. Come una stanza rossa, smarrita, dove accadevano cose invadenti l’inafferrabile sentimento. Dal risveglio al risveglio si muove intorno lo spirito. Siamo tutti salvi. Senza singole azioni. Minacciose condanne. Accade di perdersi. Anche nel porto delle proprie vene. Sembra un modo per ritrovarsi. Il Minotauro lo sa che tu, sorella mia, sei viva, alla fine del labirinto. Questo nostro palazzo di Dedalo è il frutto di un amore anch’esso. Contro natura, racconta la leggenda. Ma cosa le è sottratto? Uscire dalla notte verso il sole.

“Sul sangue versato, un’impronta terrena. Il senso estremo del perduto amore. E quel tacere che fissa l’immagine nello specchio. Tra cospiratori, con nomi comuni di persona. La disperazione lucida. La poesia cancellata che inonda ogni cosa. Senza riuscire a fermarsi. La sola possibilità è vivere per un bacio, un suono dimenticato”.

La verità è ubiqua. Non ha nulla a che vedere con la bisettrice dell’angolo che studia mio figlio. Io resto a guardare. Meglio, ad ascoltare. Attendo. So che l’accordo consente di fermare la caduta e di curare le mani ferite. Il bacio si situa nel mezzo.

“Un bacio assoluto. Il bacio dei morti per stregoneria, beatificati dal rogo di Giuda. Due figure affiancate, con gli occhi chiusi. Si assopisce l’anima della nuvola, dissolta nel vento. La nuvola non chiede altro: dimenticare. Ad occhi aperti”.

 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.