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Al posto delle fragole

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Chi è vissuto nella menzogna ama la verità”. È una frase dell’autobiografia di Ingmar Bergman, che ho letto nella versione italiana di fine anni ottanta. S’intitolava “Lanterna magica”. Ricordo che il libro, acquistato su una bancarella nel centro storico di Napoli, mi colpì molto: l’autore evocava i ricordi dell’infanzia infelice, come il filo rosso di tutta la sua straordinaria produzione cinematografica. La frase che ho citato mi è tornata in mente in questi primi giorni dell’anno. Un ammonimento per il futuro, rivolto al passato. E ho ricordato il film del grande regista svedese che più di ogni altro esprime la forza del concetto appena evocato: “Il posto delle fragole”, uscito negli stessi giorni in cui io e il mio piccolo fratello siamese venivamo al mondo. Una figura femminile lo incarna nella pellicola, Marianne, che denuncia la mancanza di coraggio affettivo come il male meno curato dagli esseri umani. Sono la speranza e l'amore i giudici dell'agire umano. Chi ne tradisce i princìpi soccombe alle loro sentenze, che pendono dall’albero infreddolito del tempo. Ciascuno può leggerle e cambiarle, a patto che conosca e capisca quel che vi è scritto. Il linguaggio che vi scorre è simbolico, un segno etimologico di riconoscimento. Occorre l’animo del poeta per modificare quello che appare immodificabile. La sua voce è in grado di affondare la nave nella nebbia per vederla risorgere a nuova luna. I sentimenti controllati si mettono in moto sulle ali della leggerezza, trovano un cielo in cui volare. Un ricordo da conservare, attraverso il sogno. Proprio come quello di Isak, l’anziano protagonista del film di Bergman, che nel finale s’addormenta e ritrova le immagini perdute di una felicità legata a dei volti, a delle parole, che solo l’apoteosi del canto emotivo può decifrare. Cosa è vero? Un “cavallo rosso” e un “asciugamani da bagno” nell’ultima estate di Ritsos. Eppure inservibile oggi è quella verità apparsa ai suoi occhi. Esiste, dunque? Sfugge, ma esiste? Chi la domina o la patisce sa cosa intendo. Solo la paura ci sottrae al suo ritorno, perché nel nostro cuore gocciola il tubo del tempo ed a noi piace che la cadenza battuta e ribattuta non si plachi. Una maschera. Tuttavia, “una maschera tutta d’oro”. Ancora l’amato poeta, che dice incessantemente “”, il greco proteiforme (d’antico e moderno) ci suggerisce la verità come un tesoro dopo una privazione, una gloria vana, “e nessun volto dietro quella maschera”. Il nuovo anno sarà vero? Lo incontreremo? Chi di noi gli mangerà le castagne nel fuoco? Chi si ferma, si eleva. In un pudore taciuto e perseguitato, mentre i bambini giocano nella stanza da pranzo. Miracoli del sangue. Isak che rivede i genitori. Una folla di scintille che illumina la nostra ruggine. Disimparare tutto per ricordare nuovamente. E una lettura, un testo sacrilego, un dramma: “Vita di Galileo” di Berthold Brecht. Dove si dice: “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. Troppo greve? La bellezza degli ultimi, secondo Roberto, ci libra. Una bellezza negata, nascosta, scomunicata. Auguro che i perseguitati l’abbiano vinta, che la loro verità appartenga al mondo e ne regoli la dogana. Il sogno della loro infanzia ci appaia in 3D. Il vaso della loro acqua disseti la vecchietta alla quale Andrea dedica l’ultimo gesto dell’opera. “Siamo appena al principio” della nostra storia. Galileo che legge Orazio. “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. Domanda il padre, ormai cieco, alla figlia: “Com’è la notte?”. “Chiara”, gli risponde. Bisogna alludere a ciò di cui si parla. Non si può dir tutto. Ogni ricordo personale è allegorico. Perciò, bisogna mettersi al posto delle fragole, diventare un’eterna primavera. Non per noi, ma per chi – quest’anno o un altro ancora – verrà.

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.