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Clorofilla

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Le piante camminano nella luce. Gli uomini, no. Le prime sono immobili. I secondi, no.

Camminare nella luce significa mettere da parte le proprie difese e farsi assorbire dall’esterno, fotografando ogni cosa che circonda, impugnando come una telecamera il fascino dell’osservazione.

La luce ha un colore. Anzi, ha molti colori. A me piace la luce colore arancio. Anche la blu violetta non mi dispiace. La luce rossa la riconosce un certo tipo di clorofilla. La sintesi in cui riescono le piante non è paragonabile a quella degli uomini, che mettono insieme arnesi intellettuali per scavarsi la fossa.

Le mie preferenze, dal punto di osservazione in cui mi pongo, vanno all’onda sonora del verde, che dalle foglie risale alle piante, fino agli scheletri marmorei rinvenuti nella fossa comune dello sterminio. Così, i morti zittiti dal tempo, si mettono in moto nella luce prescelta dall’inanimato per animarsi. Unico concerto.

Come sono lontani gli uomini da quel che vedono! Forse perché lo spettacolo della natura gli è indifferente.

Eppure la molecola ha una struttura ad anello. Sembrerebbe reclamare uno sponsale. Invece, riceve epiteti esornativi per rivestire di stracci la sua bellezza. Di tutto ciò sono responsabili gli uomini, ultimi di una specie che ha fatto dell’espulsione la propria origine e dell’occupazione abusiva il proprio epilogo.

Ho attraversato il mondo nell’istante supremo della scomposizione. Sembrava che l’assistesse il calore benefico di una primavera precoce. Era la nube tossica dell’esplosione nucleare, discendente come neve dalle pendici del Gran Sasso. Lambiva la Marsica, e finiva nella goccia vitale di una pianta da giardino, tra gli spettri, intorno alla pista da ballo di Civita D’Antino. Un mondo, il nostro, che inaridisce.

Il giallo delle foglie annuncia la perdita del colore. Il punto di osservazione diventa decisivo.

Chi ha prodotto il bene ne subisce il consumo. Occorre molta avvedutezza per fare di un artificio un alito naturale. Nessun processo giuridico raggiunge il grado affettivo, luminoso di una fotosintesi clorofilliana. Eppure è sotto gli occhi degli uomini quel che fa la natura: inverte l’ordine dell’ossidazione, consolida contenuti da elementi discontinui, crea una catena di esplosioni organiche, ed uno spettacolo a colori.

Dove sta scritto che il mondo deve andare nella direzione voluta dall’uomo, corroso come è dallo sfruttamento che lungamente pratica? Non leggo nulla di più disadorno della sua opera, fatta di verbi usati a casaccio e di aggettivi vistosi, onomatopee di un battito d’ali, che vale mille volte di più.

Invocare soccorso è incenerire l’atto e ingabbiarne le conseguenze. La natura fa da sola. se qualcuno non si frappone. L’acqua metabolica gronda dalle piante all’uomo. Bisogna far scorrere, consentire il passaggio delle consegne. La dolcezza è il fondamento. L’amicizia suggerisce disinteresse, libertà dallo sfruttamento vertiginoso. Nuovi anelli di congiunzione per un concorso virtuoso di effetti. Non questo delirio!

La pianta vive di energia solare. Si nutre di risposte che la Terra le offre copiosamente. Anche l’uomo dovrebbe provare a mettere in fila le quattro cellule neuronali che ancora gli funzionano per dominare gli incubi della notte, gli spettri del tempo. Non riuscirà a far sempre il bene che gli è richiesto, ma almeno, di tanto in tanto, una lacrima di clorofilla supererà la barriera del corpo militare per dissetare l’arido stile di vita che egli ha imposto al mondo. Dal buio alla luce. L’uomo come un semplice pigmento coadiuvante.

Ingredienti platonici della modernità dopo Bruno. Un foglio che vola nell’aria, una cartolina misteriosa.

Le piante hanno un numero, al quale corrisponde una sorgente, ed un pozzo di ossigeno. Mi ci sono fermato accanto, guardando dentro, ospitato nel fondo. Ci ho trovato il silenzio, le risposte della Terra.

 

 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.