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Spirito vivificante

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Bisogna raccontarsi o raccontare? Come dire: qualcuno si sente pronto a farlo? Questi sono i giorni in cui Persefone torna alla madre celeste. Ade resta solo, per accogliere coloro che gli si accostano, memori del rapimento e di quel fiore (il narciso?) caduto dalle mani dell’allegria. Basta un chicco di melagrana per perderci. Il compromesso sta nel viaggio di ritorno, che annuncia la primavera. La vita sulla terra è un travaso d’acqua di fonte dalle mani, s’adombra scolpita nei ricordi, ma è fuggevole, irripetibile. Quel che afferma nega. Viene dalla morte e, nel suo breve distacco, tende a ricongiungersi ad essa. Se l’unica risposta è nella spezzatura di messi rigogliose ridotte a polvere, non possiamo vantarci d’essere stati o d’essere ospiti di una dimora più grande di una vasca battesimale e di sottrarci alle facce poliedriche di una lugubre rinascita. Nessuno è vivo senza il nutrimento della morte. In tanti mi hanno preceduto. Persone più solide di me adesso. Eroi che vivevano tra gli dei. Figli delle “giuste nozze” di Esiodo. Come si fa a tradire quei nomi? Eppure, appena ieri, ho sentito dire di lanterne che si vanno spegnendo e che il mondo scende dalla superficie all’oscurità di Ade, il gelido signore degli inferi, capace di crudeltà infeconde. Scegliamo o siamo scelti? Io ho scelto buona parte dei morti, dispersi pellegrini, che oggi mi appartengono. Magra consolazione? Non va compianto colui che ama e segretamente tesse l’ordito della continuità tra passato e futuro, immolandovi tutto se stesso. Chi osò sfidare il destino diede un volto all’invisibile, lo ferì alla spalla o lo uccise con una pietra enorme, tirò dalla sua parte i demoni che cantavano lodi al nulla eterno. Eracle è un nome, il mito divenuto cieco di sogghigni per l’inattesa vittoria sulle umane fatiche. Il luogo della morte, dopo il passaggio dell’eroe classico, mi appare vuoto, non prende, non toglie niente che la sposa vitale non sappia donargli. Ancora un ricongiungimento! Perciò, penso a Franco, ucciso più volte, solerte ad ogni chiamata. L’ho visto di spalle, seduto su una panchina nel giardino delle Esperidi, ne ho udito la voce calma e profonda, che sembrava parlare ai piccioni in volo radente. Ogni tanto le sue dita emettevano un suono, a maggior inganno della semplicità nascosta nelle mani. Creava, così, un vortice di attenzione che dava soluzione al caso sottopostogli, oracolo in salsa piccante, supremo giudice. Che non vi è legge senza spirito vivificante! Diceva il sommo Agostino: “la legge con la quale si proibisce il peccato, è la forza del peccato”. Va costruito l’edificio della morte con una vita operosa. E chi muore prima d’ogni architettura si consideri più vicino all’origine cui è destinato, si consideri già salvo. Quel regno, grazie ad Eracle, oggi sembra smisurato, contra legem, vuoto. Legge e trasgressione, vita e morte. Occorre un vasto sostegno interiore, anche dopo le forze perdute, nell’ultimo fremito trasmesso dal corpo. Divenire giusti, col soccorso delle parole più concupiscenti. Si può apparire sconfitti e vincere le medesime sconfitte. Declamava Agostino, nel XIII libro de La città di Dio: “i buoni muoiono bene, quantunque la morte sia un male”. Si può attendere, ed osservare, con occhio vigile, la fioca luce che risorge dal buio, quando “il giudizio si volgerà a giustizia” (Salmo 94,15), per non cadere nella tentazione di un tempo senza amore. Si può prediligere, anche, d’un tratto, la germinazione immortale, come Eracle al seno della sua nemica giurata, che colò latte nell’etere agonizzante per il gran rifiuto, dove gli anelanti scorgono una magnifica Via Lattea, la corrente musicale di una lira scagliata contro il maestro Lino che volle punirlo. E fu un tribunale a ricevere l’accusa di omicidio e la sentenza del cretese Radamanto, figlio di Europa, a soccorrerlo nella legittima difesa. Assolto! Così, chi si educa alla vita deve combatterla, raggiungerla, ovunque s’annidi, con arco e frecce, coprire la propria veste del pericolo che si strappi e riveli la nudità di un’illusione. Non taccia chi sa, il cuore grida molte voci. Lo spirito vivificante risalga a noi, come un acquerello.

 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.