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Non vi è ragione

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Ora lo so. Io ci sono stato. Nel luogo in cui cadono le foglie e dove torna ogni anno una primavera di fiori estinti. Io ti ho veduta, eri all’apice di un cordoglio nella vita, difficile da spiegare. Madre di tutti noi, mia, soltanto mia. Ti mettevi di lato a scrivere come una ragazza dei nostri tempi, col pennarello e un cartellone da portare a scuola. Non sembravi mia madre, perché fuggivi da me e dagli altri che ti chiedevano cibo spirituale, carezze e baci. Fuggivi dalla logica delle cose, quelle che stampano da qualche parte, in un codice o in una chiesa. Tu eri la ragazza vergine rimasta incinta di un uomo più vecchio di suo padre. Una cappella piena di candele, tutte spente. Avrei voluto pronunciare il tuo nome, uguale a quello della mia malattia, ma regnava il silenzio, un assoluto che l’orecchio faceva fatica a sopportare. Ti slegavi dalle mani dei tuoi figli, come un agnello sacrificale che la corda non tiene più. Tu eri mia madre, con quei canali d’irrigazione che arrivavano al mare, seduta ad un tavolo da campeggio, vestita di tutto punto, come se la festa fosse finita e nessuno decideva di alzarsi e di andar via. Non potevi raccontare il tuo dolore, la verginità repressa, le stagioni dell’amore ogni volta più buie. Tu e nessuna. Tr-amata, tradita, trasformata. Tu e tutte le donne del mondo. Tr-amate, tradite, trasformate. Che il tuo nome sia Maddalena, Anna o Maria poco importa. Chi osserva non può esimersi dal grido e poi dal pianto. Eccole le creature slegate, madri di figli mutati, come vittime del fuoco sul rogo di ogni emozione! Non ce la farò, mamma, a tornare al tuo desco dei sapori di allora, mettendomi sotto la luce del giorno perché tu possa vedermi. Non penserò a quanta rabbia ti farà la mia tacca di "spirito vivificante", rovesciata nel giardino dei fiori recisi. E di me piccolo, con le mani livide nell’acqua di un catino che mi lava senza mondarmi. Non riuscirò a tenere nel libro dei ricordi che poche parole simili a barbagli, dato che l’amarezza ha cancellato i ricordi. Nulla mi dà pena quanto i tuoi occhi, andati troppo lontano, prima di voltarsi indietro e non trovare alcuna compagnia. Li rivedo nella foto accolta da mia sorella, non guardavano nell’obiettivo, in volute lentissime sfioravano le spire di un avvolgimento mesto di pellicola priva di immagini e di colori. Chi può salvare il corpo di una madre, dopo lo strazio di averlo attraversato! Chi può restituirle la penuria dei minuti vissuti, come se bastassero al futuro! Un figlio scrive a mano ferma l’inizio della storia che lo riguarda, l’edera, la primavera, i giochi, ma non riesce a farsene una ragione. Ora come allora teme che il vento d’autunno torni a costringere una casa dentro la speculazione che l’ha circondata, in breve, all’inizio degli sessanta, o che lo stesso vento spalanchi le finestre e lo trovi nudo nel catino mosso dall’acqua che lava e non monda, come Cristo in piedi sul lago di sangue della colpa originale. Una madre è un figlio. E un figlio è una madre. Non si può strappare la pelle ad un uomo e tenerlo vivo a forza. Ogni gesto di felicità viene pagato mille volte. Anche se la madre di quel figlio non ha un volto da baciare o uno specchio da contemplare. Eppure, ogni goccia di dolore serve a raccogliere il cibo prima che la "casa della pesca" vada distrutta, serve a lavare il bambino colpevole di non aver trattenuto i suoi bisogni a scuola, punito per questo, e in piedi, nudo, come un Cristo in croce, sull’acqua di un mare di sangue, dove anche Simon Pietro ha camminato. Madre, madre mia, vengo a te, come uno spiraglio di luce nella cappella delle candele spente, vengo per incontrarti. Anche se non ti troverò so che ci sei, e mi aspetti. Ferma come l’inizio della storia, come la pietra cara al Cristo che hai dimenticato. Non importa il male che si è fatto, né quello che si è ricevuto, la graticola del sacrificio umano rallegra una conclusione qualsiasi. Qui, non bruceremo il bambino risorto (nel morire, racchiude la piccola mano l'itinerario del viaggio), il tempo piatto del lago espanderà un fiume in piena, le mani precorreranno molte tenerezze, e un filo di voce esausta dirà "mamma", sapendo che qualcuno, uomo o donna, animale o vegetale, risponderà nella lingua sconosciuta alla ragione.

 

 


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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.