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Un bacio è per sempre

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Le radici ebraiche della nostra Pasqua raccontano una storia di liberazione, sottrazione al giogo di un’oppressione non solo fisica ma anche morale, con la quale ci sottoponiamo all’inganno delle cose che vanno come sembrano dover per forza andare. Descrivono un passaggio, dunque, un cammino, un anelito, un trasferimento, e un viaggio nell’incognito divino, cui affidarsi pur tra mille incertezze. Tutto si origina da una piaga, la decima, descritta in “Esodo”, la morte dei primogeniti maschi, compreso il figlio del faraone. Una storia terribile, un incontenibile fiume di lacrime che impedisce a qualcuno l’azione, mentre protegge qualcun altro nella fuga. Israele è il nome di un popolo schiavo, la sua festa occupa sette giorni di passione verso una terra promessa. L’antica Palestina? (Imparare a riconoscersi, prima ancora che a farsi riconoscere). È il sacrificio della croce che cambia l’indirizzo del descritto cammino. La folgore che la sovrasta ammanta di una luce trasfigurante le tenebre. (Neppure una parola di derisione cancella il miracolo del silenzio di chi ha anteposto se stesso all’agnello sacrificale, che prima di Lui tracciava sangue nella polvere). Siamo chiamati a risorgere nella morte. Mentre s’addensa la folla intorno al Suo corpo deposto dalla croce e la Madonna piange il figlio perduto, nelle nostre case commettiamo i medesimi peccati che il gesto estremo, una volta per tutte, continua a riscattare. Siamo liberati, non liberi. “Ho vissuto troppo” dice Baldassarre a Ben-Hur nell’omonimo film del 1959, in una delle scene finali, quella del Golgota. La colpa non è peccato, la colpa non è legge. L’uomo, ogni uomo ne ha una più grande e molte altre più piccole. Ogni uomo nasconde le sue colpe in angoli di casa poco frequentati. Il Cristo viene e illumina: la Sua luce affievolisce ogni minaccia. Così si va avanti, parlando di resurrezione. Dalla vita alla morte, con un gran salto nello spazio infinito dell’incognito divino. Forse anche rivoluzione, dati i tempi e i modi in cui fu detto. Filone d’Alessandria sapeva che ringraziare Dio per il passaggio del Mar Rosso non lo esimeva dal mettere mano all’allestimento interiore con il quale lo offendiamo. Puro è colui che vive la sua pena senza infliggerla ad altri e si chiude nel riserbo per una verità più grande che ha intravisto e non può descrivere. Suono di campane, ascolta Teresa. Le stesse di Marika e Viki. Tre religioni diverse per una domenica di sole. Sulle tele del pittore tedesco del '500, Matthias Grünewald, le visioni si confondono, la norma non ha misura, l’asimmetria è uno schizzo di proporzioni gigantesche, che mette insieme, confondendole, persone amate e dimenticate, in una sola fiamma, dove bruciare la quieta normalità dei tempi a venire. La resurrezione sconvolge l’ordine costituito, mal si concilia con l’idea di pace cara a certi molestatori di esegesi biblica. Vale tornare sui propri passi, la notte impera, la luce le tocca la memoria, distanziandola. Chi perde il cammino, lo ritroverà. Dal greco “pathos”, che racchiude un mistero da interpretare in prima persona, alla possibilità che ci è data di scegliere, immergerci in una sauna misericordiosa, una festa delle virtù. A tacere del resto: litigi, invidie, tradimenti, ingiurie, furti, guerre. Mali del nostro tempo! Una nuova Venuta promettono le Scritture. Nella “Prima lettera ai Corinzi”, Paolo non offre alternative. Chi pecca è salvato. La scelta dell’uomo, tuttavia, compie il tratto maggiore della “pesach”. La scelta lo colloca nella dimensione della salvezza. Nessuna parola può cambiare questo stato di cose. “Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, ma con azzimi di sincerità e verità”. La corrente sonora domenicale, che unisce uomini e discepoli, amici e nemici, tolga dall’imbarazzo di vivere la vita crocifissa come un evento straordinario, gioia inattesa tra poco splendore. Che il bacio di Giuda, trasfigurato dall’Amore di Cristo, sia qui, per sempre. Tempo breve e infinito. Ogni stella del cielo, Lucia fra tutte, illumini la notte oscurata. Un bacio è per sempre: imparare a riconoscersi prima d’essere riconosciuti.

 


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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.