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Un lumicino

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Chi nasce ha un compito, se si vuole vano: riconoscersi l’impossibilità di compiere la propria vita. Gli attimi si susseguono tumultuosi, il nostro dividerli per moltiplicarli si muove in tutte le direzioni immaginabili. Eppure abbiamo la sensazione che non basti mai, agitando la vitalità in una sorta di vuoto pieno di cose ingombranti. E quando ci chiedono il conto di quel che si è fatto, del tempo trascorso, non sappiamo dare alcuna risposta. La scena cambia in fretta. I capelli si ritirano dalla testa come maree richiamate all’aridità del deserto. Gli anelli sfilano dalle dita. Le spalle ricadono in una gabbia toracica diventata angusta anche per un bambino. Le rughe raggelano il volto in una smorfia ultimativa, quasi la bocca di un saluto. Tutto quel che abbiamo amato si regge nel palmo di una sola mano. E la mano fa fatica ad alzarsi. Perché avvenga una tale metamorfosi non so spiegarlo. Alla fine della nostra vita vi è la morte. Un lumicino alla fine di un scala in ombra, che rischiara grazie alla limitata quantità di luce che diffonde. Nessuno sa, nessuno ascolta. Vita e morte appaiono tanto collimanti quanto distanti. Da qui l’assenza di coloro che abbiamo amato, da lì niente. Non una parola, non un respiro. Niente di niente. A parte gli effetti, molte volte replicati, di una permanenza che si riverbera, proprio come un lumicino nell’oscurità, da un luogo che non vediamo ma che ci costringe a cercarlo con tutte le forze di un’attesa benefica. Dove orientarci? La ricerca non ha frutto. Chi muore ci lascia una sorta di segno premonitore e sulle pareti le tracce del suo sangue, il colore della nostra malinconia. Lo chiamiamo ancora per nome, anche se non ha più un nome. Ci costringe a misurarci con noi stessi in maniera imponente, imminente. I più piccoli evitano questo confronto. Li solleviamo dal compito, anche se presagiamo il turno che spetterà anche a loro. Le liste funerarie degli eroi ammazzati da ogni tipo di guerra cercano un riscatto dalla muta risposta. Serve alla motivazione, non offre un’alternativa. Chi muore non può esprimere conforto alla nostra scelta. Rimaniamo affrancati e isolati. In mezzo ad una ridda di voci, un mercato di ipotesi dove comprare e vendere non porta guadagno. Si vorrebbe abbracciare chi resta, sapendo che un addio richiama alla mente quello ancor più prossimo che ci separerà. Siamo i passi veloci che un figlio eredita dal padre, i fili d’alta tensione apparsi nel vento d’un improvviso ferirci il corpo e l’anima. Siamo privati della possibilità di una parola, costretti all’impossibilità di compiere la vita che vorremmo, frazionati nei numeri di un pianto inutile. E in tali condizioni affrontiamo il seguito del racconto. Tornando a sorridere, scordando i lineamenti del sorriso perduto. Come possiamo sopportare un tale oblio! Lo facciamo, questo è certo. Con una certa dignità, in alcuni casi, neppure limitati. Ci cospargiamo di luce riflessa e speriamo che qualcuno, mosso a pietà, veda la nostra pena e ci renda merito per tanto dolore sopportato invano. Invochiamo il momento giusto del ritrovarsi e il riscatto dalla muta risposta. Il fascio di emozioni ci spoglia di suoni intellegibili. Abbandoniamo la vela e le chiediamo di portarci dove vorrà, perché né lodi, né rimproveri, né accuse, né inganni potranno toccare l’eco di una scacchiera nascosta nel cielo, davanti allo specchio del golfo antico, come se Bontempelli fosse rinato e sfidasse a duello Ungaretti sul Tevere per un nuovo mito del quotidiano, una magia esauritasi a cena. E si dica che questo non è poco: un amante resta fedele a se stesso se riesce a colmare le lacune del tempo. E si dica, con Dante, che “la selva erronea di questa vita” (Convivio, IV, XXIV 12) non potrà soffocare il gesto estremo, l’eroismo di donarsi con fiducia alla morte, redenti dall’oltraggio, promessi sposi. Tutto il fluido argenteo della consunzione si versa nella pozza liquefatta da cui si leva una mano misteriosa, grondante denudata umanità. Morire è vivere la ripetizione indeterminata dei gesti, mettere convulsamente ordine tra libri amati destinati al macero o dormire addossati alle pareti di chiese di polveri sottili. Una guerra! E non poter fare niente per impedirlo. Calotte craniche aperte sull’emisfero di pensieri implosi e irripetibili che nessuno obietterà né ritroverà. E comporre, per concludere, un pensiero dolcissimo, per quel velo nero caduto dal corpo mentre la mano rifiutava la sua opera, effetto del divieto d’interposizione che avvicina chi si allontana, in un sussulto. E la morte fa il suo lungo corso, confondendo le acque dopo averle divaricate per consentire un miracolo. Non credo di più, non credo oltre: che amare serva a lasciare un respiro alla bocca che si serra. “Morire è un modo drastico per capire la vita” (da My life, un film di Rubin del 1993). Luce sulle montagne russe, le braccia alzate di Keaton; il viso della Kidman rivolto al bambino, mentre il padre gli parla dal video.

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.