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La pace, finalmente

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Lascio un pezzo di po-stazione tra le nuvole, una stazione radio difficile da raggiungere. L’alba di un domani che non vedrò. Le quote elevate dei girotondi sul mare. L’incertezza del futuro dei nostri giovani. Il carico e scarico delle merci negli studi legali. La monelleria di certi musi d’amore. Le lenzuola del cielo stese ad asciugare. I fiori che s’inerpicano sulle foglie: rivincite di bellezza. Portoni che si aprono, al mattino presto, per non richiudersi. L’assenza prolungata dei morti. Un motociclo che portava in montagna, nascosto nella navata centrale di una chiesa di grano e polvere. Noi, i giovani di allora, che chiedevamo solo di chiudere gli occhi e sognare. Come nuvole nel cielo stese ad asciugare. La pressione sanguigna che schizza verso l’alto. Le pietre costellate di passi di un'indagine nel cuore per non trovarvi ciò che speravo. I chilometri percorsi con pochi passi. La mutazione genetica della sapienza in una superficialità morbida, fatta di carne, solidarietà, fenomenologia, abbracci. La rubiconda esperienza del non lasciamoci più. L’avanzata, sulla scena, del battitore libero, un personaggio silenzioso che ha il cappellino calato sugli occhi e potresti dire che non esiste se non lo avessi visto mettere a segno un punto di quelli che restano scritti nella storia di una vita intera. Le molle di un grado superiore di umanità, composto di lacrime ma anche di luce potente che sgorga direttamente dal corpo, una carezza alla fine di un lungo rapporto sessuale. Il solstizio d’inverno in cui sei nato, dopo l'autunno inoltrato. Le sedie da sistemare nel cinema all’aperto, in una sera di vento, e tu che avevi fame di ricerca, tipo cane da tartufi. La pace, finalmente. La pace che non sta da nessuna parte. I sintomi dell’influenza, la grande stanza di via Girolamo Santacroce, che non aveva la volta affrescata come avrebbe suggerito il nome dell’artista nolano del cinquecento, simile a un sepolcro trasfigurato dalla dolente precocità, nella quale noi piccoli provavamo l’attesa di una briciola caduta dal sacco di un babbo natale cancellato dalla nuova geografia edilizia del Vomero (non conoscevamo Le mani sulla città di Francesco Rosi del 1963). I sintomi dell’influenza, sempre gli stessi: serpi nere sotto il letto e il restringimento della vena ancillare. Fuggiamo ancora da quel luogo, che pure ci proteggeva, come una punizione nelle piaghe della muratura, la zona più in ombra della vita. Un giramento di testa. Il cibo che non ho digerito, il pasto che non ho consumato. La finestra dei saluti. Mio nonno aspettava che svoltassimo l’angolo. Poi piangeva. Come ripagarlo di quelle lacrime? Il manto inondato dei boschi, dal Sannio al Trentino all’Abruzzo, porta sulle guance la bianca corona di quel firmamento. Le poche sillabe di un canto di cinciallegra bastano a descrivere il bene ricevuto, che lascio in consegna agli eredi di questa breve notizia. Io forse ho vissuto, inciampando nella corsa, sbagliando, ma “senza errori non si ha mai felicità”, cantava la mia Ornella Vanoni nell’anno della maturità, mentre a Formia già mi separavo dal dolce veleno della giovinezza. La coreografia dei toni minori, affranta per non aver tenuto insieme il quadro e la cornice. Il modo di parlare concitato delle trattative degli uomini, con la loro abitudine a prostituirsi, facendo finta che la loro breve notizia non arrivi lontano (ogni onda ha un mare e ogni mare ne conserva il respiro). L’impedimento che diventa un’opportunità. La negazione che si afferma. L’amicizia che non si trattiene e inonda le cime degli alberi come un cielo verde di promesse. Le persone che dormono e continueranno a dormire. Come se nulla fosse stato. Lo squillo di tromba del mio giudizio personale, così inumano da non consentire appello. Il “vecchio incensiere” di Alan Sorrenti, dieci anni dopo il film di Rosi. La parole ultime, non definitive. Le gocce di sangue nero cadute dal naso. La risposta alla domanda: “cosa avranno avuto da dirsi?”. Le ventidue pagine che non ho scritto. Le ventidue pagine che ho letto. Franz Kafka che pubblica il racconto Un medico condotto e lo dedica “a mio padre”. La metà del tempo che ho rovinato. La spinta che ho avuto a viverne uno che non mi era stato riservato, ma che ho scorto tra le foglie come si scorge il sole. Gli occhiali da vista, le scarpe, le borse, le cinture, i pantaloni, le calze. E la domanda senza risposta: “a qualcuno serviranno?”. Un minuto prima di svegliarmi dal sonno eterno, il bacio che ti darò.

 

 

 

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Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.