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Testatreno

Valutazione attuale:  / 3

 

Posti in piedi. Parole tradotte in parole. Chi ha fretta, chi ha voglia di tornare. Il terzo grado lo fanno i controllori, che dovrebbero accoglierti sul treno e invece inaspriscono gli animi con atteggiamenti privi di buone maniere. Nelle pance delle gallerie alcuni tentano di assopirsi, stanchi di non sapere dove si sta andando, ma dura poco anche per loro, perché la tensione dei corpi é tutta rivolta al sequestro di persona. Sembra che gli animi abbiano maturato la convinzione che il miglior modo di vivere è una strada tortuosa alla fine della quale non vi sia nulla. E si fanno dispetti, ora che la loro materia grezza si scompone nelle vesti del destino. Una signora indica la propria casa lontana, come se pensasse al manicure che ha smesso di fare qualche attimo prima. Il tempo non passa mai, neppure per andare a morire. Dalle stazioni ferme sugli altari dei boschi ignari cadono gocce di pioggia stellare. Il mio nome è M. Ho conosciuto S. Tra un mese farà un anno. Poco, troppo poco per amarsi. Sono giovane e bella. Non merito d'interrompere i miei sogni con la paura. Questo è niente. Dicono che la storia dimentichi e che tutti hanno voglia di vino per dimenticare ancora. Al milionesimo pianto mi chiedo chi mi ascolta: non ce la faccio più a fare finta di niente, a farmi forza come se il meglio dovesse ancora venire. La vita mangia se stessa, la sua giustizia sta nel modo in cui digerisce quel che mangia, se riposa o veglia, e dopo aver vegliato quanta verità ha da dire. Un santo si erge tra noi e ci chiede, implorando, di pregare. Sono nel mio letto, il tizzone ardente è caduto nell'acqua, spezzato in due. Le parti disunite seguono la corrente. Mi chiamo M. Ho settantanove anni. Il mio S. non c’è più. Portato via dalla corrente. Seguo il mondo. Non posso fare altro. Il mondo è un testatreno.

 

Rimbaud

Valutazione attuale:  / 3

 

Mi chiamo Rimbaud. Non sono vivo né morto. I pattini della Mosa scrivono un libro di memorie nella corrente elettrica dei giovani anni. Sono un reporter senza spese di viaggio. Ho subìto l’inferno dell’Occidente e i climi di una ragnatela raggelante sistemati nella calotta cranica. Fortuna che il mio maestro di retorica fosse giovane anch'egli! Se ripenso ai miei amori, li vedo portati in spalla da una baionetta. I sessant’anni sono il limite estremo della diserzione. Non ho polso, né ginocchio, né forza alle spalle. Quando mia sorella è morta del mio stesso male, il nome di Arthur (terza persona) scriveva poesie per un «dio che ride sulle tovaglie di damasco degli altari». Nessuno si aspettava una fine così precoce. Neppure Larkin avrebbe scherzato sulla mia infelicità, che «passa di mano in mano, sempre più a fondo, come una scogliera» e suggeriva, a proposito del Verse, di toglierci dai piedi appena possiamo e di «non mettere al mondo dei bambini». Le mie sono state lettere di una veggenza che non lasciava spazio all’arte. Non vi è alcuna eredità per le lacrime di un ubriaco. Ho visto i parnassiani più volte, il loro scialbo dominio si è sollevato con il vento di Verlaine, lasciandomi solo. Quando verranno a prendersi il corpo, mia madre lo seguirà fino alla tomba di famiglia. Ognuno ha diritto alla verità dell’amore. Poeta, viaggiatore, trafficante d’armi e di schiavi, ho visto più volte la politica francese e quella inglese accordarsi a discapito dell’avorio e del caffè di un’Africa assopita e ribelle, come il mio cuore. Non voglio dire che scrivere sia vano. I miei resoconti commerciali qualcuno li legge ancora, ma lo stile che mi è stato proposto reca raggi di sole nascosti nella mano. A quelli penserò quando la mano lancerà i dadi e farà silenzio sull’ora e sul giorno che i numeri indicheranno. Guarderò da un aereo le terre emerse, le abitazioni i campi coltivati i mestieri. Leggerò un articolo sulla rivista on line morta prima che io nascessi. E il mio canto sarà a Te dedicato. Una saggia narrazione profilattica suggerisce di chiudere questo resoconto con una nota al merito di coloro che si occupano di Me, come letteratura, anche se m’impegno ormai a fare altro e le mutande stirate giacciono nel cassetto, non facendo parte dei miei interessi il servizio domestico. Ho un sogno terribile: svegliarmi in un bagno di stupore, con la mia pelle addosso, rugosa e fredda. Io non sono io, ma un altro (Io è un altro). Forse un orso ammaestrato, un’anima ostruita dal buon costume del quale fanno ammenda i miei avvocati, e i chierici d’una vasta provincia intellettuale.

«A cominciare dalla fine: la sideralità molle e pedante del futuro è sconfitta dal vedere e dal sentire nel presente. Chi dice d’essere un poeta dovrebbe ricordare d’essere un tramite, una folgore per il cielo, una risposta per una domanda, sempreverde fin quando quello sarà il colore dominante. Poi non sarà più nulla, se la meteorologia, che appare e scompare dalle vite viventi, disporrà per lui». E un po’ di silenzio non guasta. Rimbaud ha fatto grande letteratura tacendo. È scritto tutto in un soffio. Sul viso sfigurato, sulla brace che si spegne. Sanare l’insanabile, far primavera delle parole, dar loro un profumo, un suono, un colore è il compito della letteratura. La sua legge vale per pochi. Non credo neppure che esista una legge, se non per scassinare quella esistente: la cassaforte di un principe albanese in un sottoscala della città vecchia.

 

Figli di un tempo minore

Valutazione attuale:  / 2

 

Vedere la coscienza del mondo piegarsi su se stessa come un pugno come una foglia secca.

Vedere l’incubo diventare disturbo alimentare fossa settica rigurgito d’uccello in gabbia.

Vedere la preghiera tacersi il malanimo schiumare ai piedi del pescatore d’anime gaudenti.

Vedere lo sconcerto mostrarsi ai compagni di una fotografia su una consolle imbiancata.

Vedere che il corpo passa da qui insieme ad altri corpi alla stessa ora come una rivincita.

Vedere i colori astrarsi dal quadro cadere sulle nostre spalle come un mantello senza colori.

Vedere l’orologio andare avanti sul quadrante del tempo che indietreggia con i suoi chiodi.

Vedere il risveglio da una notte insonne farsi brace e tormento come anelli sulle mani invecchiate.

Vedere il cipresso la poesia e il vento in unica fiera messi in vendita dalle città solo intraviste.

Vedere il ramino di una zia defunta distribuire carte a vanvera e cumulare ragioni di scarto.

Vedere la solitudine tingere le pareti dalle quali trapassare ad un altissimo Golgota dimenticato.

Vedere la gente che chiama ad una voce altra gente che chiama ad una voce antiche tradizioni.

Vedere lo scompiglio che genera la fine tra i predoni della sera e i portatori di chiome vacillanti.

Vedere il pensile delle tazze rotte ingiallire i denti annodare le vene rotte di una storia bugiarda.

Vedere la gioia che la vecchiaia inghiotte rinascere alle note della canzone teatrale di Moscato.

Vedere che non sta bene alzarsi dal posto e andare d’improvviso verso l’uscita con la coda.

Vedere la coda lasciare un segno nella polvere dei portoni nei riti condominiali di un grido.

Vedere lo sforzo compiuto dalle ali che avevamo e che abbiamo perduto coprire ogni cosa.

Vedere e non poter far niente se non parlare all’eco di una leucemia e dirle di lasciare Patrizia.

Vedere il gelido ottimismo delle croci susseguirsi tra i filari di moltitudini sedate e frazionate.

Vedere e non vedere l’appuntamento con la pista da ballo che si accompagna alla tenerezza.

Vedere ben vedere che siamo figli di un tempo minore con un hobby una tagliola una regola.

 

Etty

Valutazione attuale:  / 3

 

Scriveva Etty Hillesum: «si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite». Aggiungeva: «Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia. Allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo». Ancora: «Stanotte ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini e immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio mio, cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa diventa sempre più evidente […] che tu non puoi aiutare noi, ma siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. E allora forse potremo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati degli altri uomini. Eppure io credo che per ogni evento l’essere umano possieda un organo che gli consente di superarlo. Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, sarà troppo poco. Non si tratta di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’essere umano di nuove prospettive. Se noi abbandoniamo al loro destino i fatti duri che dobbiamo affrontare, se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e diventare fattori di crescita e di comprensione, allora non siamo una generazione vitale. Certo che non è così semplice, […] ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati a ogni costo – e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione – allora non basterà. Certo che ogni tanto si può essere tristi e abbattuti per quel che ci fanno, è umano e comprensibile che sia così […] eppure trovo bella la vita e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e lavorare a se stessi non è certo una forma d’individualismo malaticcio. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso. […] È l’unica soluzione possibile». La scrittrice olandese Etty Hillesum è morta ad Auschwitz il 30 novembre 1943. I passi sono del suo Diario

 

 

Primavera letteraria

Valutazione attuale:  / 3

 

Aggrapparsi alle faccende tessili di un abito confezionato dalle parole.

Pioggia dai balconi degli occhi e dalle vetrate delle orecchie. Commuove.

Qualcuno dovrà dirmi dove sono finiti i miei equinozi di primavera.

Non che voglia saperlo, mi basterebbe non finire in un regime di lesa maestà.

 

Il padre di Isherwood è morto in guerra e Auden ne ha preso il posto.

Diceva Gandhi che si può uccidere un fiore, non fermare la primavera.

Nec spe nec metu di Kazantzakis e il Monte Athos come sogno ultimo di libertà.

Dio è un ciliegio che appare in un preciso periodo dell’anno (Neruda, 1973).

Le colombe non sono fatte per il sacrificio. Proprio come nel Gesù di Saramago.

Piccola vita dove sei finita? Così lontana dal cedro libanese di Gibran?

Nel sangue, solo nel sangue, scorre la primavera, come un ramo secco di Pavese.

E il pungitopo ha lasciato il Mediterraneo per spingersi fino al deserto dell’alba.

Voglia di vivere e onda di neve sull’abete dello scoiattolo. Campo e Rigoni Stern.

Se cambi l’ordine di fattori, il risultato cambia. L’asola è attraversata dal dito.

Tredici rondini sono state annientate dal confine del bosco con la città di Rodari.

Il tetto laminato di pioggia ha la mente furente perché Lowell ha scelto la margherita.

Non si fa in tempo a vivere che sopraggiunge il drappo di Bufalino sull’anima cheta.

Non profondere sforzi nel nulla che è terra di nessuno al tramonto.

Senti? I giardini di marzo di Battisti si mettono a cantare mentre il silenzio tace.

Proprio come la luce e l’ombra descritte troppo presto da Chesterton.

Non fingere che non sia simile al bocciolo da superare nel dolore della Nin.

O alla sinfonia delle quattro stagioni in guerra tra loro per un tozzo di pane.

O all’orgia degli insetti di Benni in coda per pagare una stanza al motel di un fiore.

Quel che irrompe libera i capelli del vento dalle mani rapprese di una bugia.

L’audacia di Tagore lo specchio di Machado dilateranno la stella sotterranea.

Cresce nella vita una valle di risonanze. Ogni sorriso è triste.

Ripete a memoria la poesia il bimbo che è stato Rilke o la sua natura.

Ma noi abbiamo un minuto un minuto soltanto per leggere Prévert.

 

La pioggia scorre nei campi arriva fino a noi dopo un viaggio nel passato.

 

 

"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.