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I nomi propri dell'amore

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Qualche volta si commenta il prima e qualche volta si commenta il dopo. Dipende dagli umori del giorno (o della notte). Dipende da come si tira fuori la specie dal genere, da come si partoriscono le idee. Domani parliamo di "bene comune". Il teologo prof. Paolo Moretti si è fatto carico dell'arduo compito di portare per mano i ragazzi, accompagnarli al tema. Personalmente l'ho scelto per il suo spirito di servizio al vivere di ogni altro, per la ruvida nodosità della sua forza interiore. Paolo mi è apparso come una bella persona dal primo momento in cui l'ho conosciuto, dalla sera recente nella quale la prof. Maria Zarro me lo ha fatto conoscere. Quella sera abbiamo presentato il libro del prof. De Simone. Credo che Paolo, come molti di noi, sia in cerca di una strada non  contingente da percorrere insieme. Avverto in lui un grande senso di candore e di responsabilità, una visione mite della pastoralità laica, che può servire ai giovani per crescere senza la minaccia di un risultato da raggiungere. Credo nelle persone semplici come Paolo. Nella nostra Fondazione ci sono persone che, come lui, professano la fede sobria nell'essere più che nell'avere. A molte di queste persone affido ogni giorno la piccola imbarcazione associativa, sperando che il mare di un'inattesa tempesta non la porti via. Penso  che ci sia di speranza un luogo in cui persone di tal misura s'incontrino. E faccio di mio nonno un nome dell'amore, dell'accoglienza. Il "bene comune" non è il titolo di una dissertazione scientifica, né la compiaciuta fascinazione salottiera di un erudito. La bibliografia è vasta e chi ha tempo e voglia può consultarla. Un titolo prossimo alla contemporaneità ultima? Jeffrey D. Sachs, "Il bene comune. Economia per un pianeta affollato", pubblicato negli Stati Uniti nel 2008 e tradotto in italiano quest'anno. Mettiamo da parte i libri, per un attimo. Noi siamo persone dedite ad un progetto che non pone la cultura all'apice di una piramide e la lascia lì ad ammuffire, oppure che la utilizza per scopi occultamente persuasivi. La nostra idea di cultura è sociale, democratica, inclusiva. Con le parole che Paolo ci ricorda, non ha bisogno di regole ma di contenuti e di valori, da andare a cercare, da scoprire, da condividere. Questo non significa che la nostra idea di cultura non sia alta, devota e rigorosa. Al contrario! Quel che non ci interessa è portare un seme ad una terra arida. Sono stato invitato da Emilia Cirillo, già ospite dei nostri mercoledì culturali, al premio Napoli di letteratura. In uno scenario straordinario si è consumato il solito rito della cultura ufficiale, con le polemiche del comitato di turno e gli individualismi sfrenati. La grazia di Emilia mi ha esteso la conoscenza ad Amos Oz, un piccolo furetto senile dal sorriso forte come una calamita. Ci siamo osservati a lungo, ci siamo detti qualcosa che non è stato detto. Ho avuto nostalgia della nostra Fondazione, del luogo in cui le cose non dette, le cose scabre e pertinenti prendono corpo. E ho pensato che il "bene comune" sia innanzitutto un luogo fisico, come ci ha scritto Patrizia Bove nella puntata precedente di questo blog, che noi abbiamo bisogno di credere a quel che vediamo e tocchiamo e che il dono inestimabile della vita sta tutto nel non farcela portare via senza che ogni più intima fibra del nostro essere si esprima, si esalti e goda cantando un inno al supremo, benedetto limite fratto limite che siamo. La politica, se le persone non sono, come noi non siamo, scomparse dalla propria vita è il "segreto dei fiori dipinti", quel segreto che raccontai e non svelai anni or sono, e che tutti possiamo, se con animo giocoso e beato (quindi etico), contribuire a dipingere.  Le persone possono riuscirvi, non i loro interpreti. La politica del bene comune è il presente, non una promessa, non un rinvio: solo questo essere fisicamente e interamente nel presente. Un grazie perciò a quelli che lo fanno proprio e lo manifestano, contro le innumerevoli apparenze, un grazie a Paolo, Maria, Patrizia, ai giovanissimi, a tutti i nomi propri dell'amore. 

 

 

Una vita nascosta

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La "generosità" è scolare, apprendimento primo delle nuove generazioni. Qualcuno la chiama "solidarietà", ma quest'ultima parola suppone compiuto un lavoro ancora da intraprendere. Allo stato una comunità, le cui fondamenta evocavano i nostri padri costituenti, non esiste. La solidarietà afferma l'esistenza di un campo d'azione circoscritto che prende l'opera individuale e la colloca nello scaffale collettivo. Non credo che siamo in grado di esprimere appieno la parola "solidarietà". Tuttavia, per parlare di "generosità" vanno prese alcune decisioni "politiche" su noi stessi che non possono revocarsi ad ogni contingenza: dobbiamo tornare al mistero della nostra vita, capirne le tappe e realizzarle, di là dalle apparenze che, nel rilevarsi, nascondono i segni della Storia; dobbiamo allontanarci dal consueto trastullarci con le inezie e prenderci cura di noi stessi in maniera militante; dobbiamo incontrarci e riconoscerci, scoprire nella lotta per la sopravvivenza che l'altro da noi ci specifica e che la sua vita compone la nostra. Dalla mia finestra vedo in lontananza i monti che amo, la natura benigna che erge le cime folte e impassibili al cospetto di una ritirata di nuvole stese. Mi aspetto che la natura benigna mi aspetti. Non faccio elucubrazioni, ma trovo incomparabilmente dolorosa l'indifferenza degli uomini alla sorte dei propri simili, dei meno fortunati, dei meno lucidi, dei meno saldi. Lo ripeto fino alla noia: non per scelta ma per necessità uscire dal recinto della soddisfazione dei bisogni personali, andare incontro all'altro, accoglierlo. "Quintessenza" è sia la peculiarità essenziale di una realtà, sia il grado massimo di una qualità. Per Aristotele l'etere come quinto elemento costitutivo dell'universo, aggiunto ai quattro della fisica di Empedocle (acqua, aria, terra e fuoco). La "quintessenza" è l'essenza dell'insieme, il primo passo dalla "generosità" alla "solidarietà". Qui nel Sannio, in questi giorni, l'aria è carica di olive e di rami tiepidi di odori di campagna, lasciati a respirare come pane raffermo in un'immensa cucina inattiva. Questo luogo misterico per me è come lo spazio di una pedana, il recinto scolastico in cui dibatto e confuto, sono dibattuto e confutato, nel quale la dialettica possiede le fibre dei sogni e le avventure irripetibili che essi procurano. Le fibre sepolte. Bisogna avvicinarsi ai cancelli chiusi dei sogni, altrove descritti, e tentare di scorgere la festa che vi si nasconde. Entrare non ci è comune. Non tutti saremo capaci di superare il limite che ci è posto. Una parola magica non basta. Molto sacrificio! Qui noi resteremo svegli per secoli dopo la nostra morte, tradotti nelle lingue di un appello muto, le lingue sconosciute dell'oggi. Siamo destinati ad una scoperta che non ci ricoprirà. Con il passo del vento percorreremo la lentezza della fretta e ad ogni singola parola dedicheremo una rubrica. Non saremo maestri ma allievi, per incitare altri allievi a seguire il nostro esempio. Mostreremo agli occhi un cerchio di fuoco che racchiude le foglie senza bruciarle. Sapremo, e sapremo spiegarlo, che la festa di un uomo è la sua parte in ombra che ha preso luce. Sul versante in cui cade il passo del vento viaggeremo, oltre noi stessi, per ritrovarci nella somiglianza agli antichi scolari greci. Però non faremo le loro mosse, colmeremo la misura della ragione e la supereremo, perché se l'uomo è la tunica che indossa un simbolo non ci rappresenterà e, nudi come siamo, indosseremo soltanto una vita nascosta.

 

 

L'angelo che si è perduto

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Un amico mi dice che la nostra Fondazione insegue il sogno di un "piccolo mondo antico", che il nostro è un atto di codardia più che di coraggio e che il moto che ci contraddistingue è unidirezionale, regressivo e circoscritto, legato com'è al piccolo cabotaggio, sia pure ammantato di un tono di generosa (e forse altera, questo lui non l'ha detto) signorilità. Tanto vale parlare delle critiche che si ricevono, anche se attraverso l'apparente benevolenza di un amico. Colui di cui parlo è persona a cui tengo molto, perciò rifletto sulle sue considerazioni e le rendo parte di un possibile dialogo. A non volere scadere nell'autogiustificazione, c'è pure da dire che il tratto biografico in qualche modo conta. La vita che hai vissuto e che vivi in qualche modo incide su quel che fai. Rimanere in una condizione "esterna" al proprio risvolto personale non è possibile, a meno che non si anteponga la moltitudine delle sollecitazioni indifferenziate, che risulta all'incirca incontrollabile, alla solitaria e meditata policromia dell'identità. Ognuno porta i suoi spiccioli al punto di sosta per riceverne in cambio, se sono davvero pochi e ben cusutoditi, nella migliore delle ipotesi un sorriso, solo un sorriso grato. Non ci si può far maestri di vittorie. Ciascuno ha il suo passo. Dove si arriva lì ci si ferma. Un po' di compostezza occorre sempre. Correr dietro alle allusioni di un tornaconto non ci interessa. Le stanze del potere, quelle alle quali bisogna accedere per partecipare al gioco della vita vincente, sono piene di numeri non disposti da alcuna mente. Perchè brigare per entrarvi? Noi siamo poche e ben distinte persone: pensiamo alle etichette del vino di Castelvenere ("Don Gerardo") da noi prodotto e da regalare a Natale a coloro che non ricevono doni; pensiamo alla Scuola dell'infanzia ("Il segreto dei fiori dipinti") da organizzare per il nuovo anno scolastico; pensiamo a mani più giovani che incontrano mani inermi ricoperte di anni, pensiamo di creare un punto istituzionale di ascolto degli anziani, per conoscere le loro "parole del silenzio", per metterli al centro di un futuro ragionevole, perchè loro sono più vicini al futuro, essendogli sottratto ogni presente, perché abbiamo bisogno di persone che non hanno nulla da perdere per scoprire un po' di verità sulla nostra vita, perché l'esperienza è il pezzo non ancora infranto di qualsiasi paradiso; pensiamo ai diversamente abili, di scoprire la "poesia", senza alcuna enfasi, delle difficoltà e dei bisogni indifferibili e pensiamo di fare con loro e per loro un percorso culminante in un evento nazionale con un piccolo premio finale ("L'altro che è in noi"); pensiamo di leggere, di scrivere, di commentare e di lavorare giorno per giorno con le quattro risorse disponibili intorno a queste cose; pensiamo ad una Scuola di formazione alla politica e al bene comune da realizzare insieme ai giovani, partendo dalla rilettura dei classici; pensiamo ad una "dolce vita" invece che ad un "dolce morte", per aiutare le persone morenti a vivere, per capirne la sofferenza. Pensiamo molte altre cose che non illustro, trattandosi di progetti in fieri. Tutto questo lo facciamo con i nostri nomi e cognomi, con rinunce, a volte dolorose, ad una vita di accumulo e risparmio, lo facciamo non perchè vogliamo dimostrare d'essere buoni (anche se qualcosa vale la bontà, come qualcosa vale la malvagità), ma perché non possiamo farne a meno. "Se vuoi salvare il tuo amore, devi fare la tua parte oltre la fine dell'amore". Lo scrissi molti anni fa, adesso mi sento di dedicare questa frase di una vecchia poesia a mio nonno, che non ne era il destinatario. Se non avessi tenuto presente il valore della invisibile misura che muove l'impercettibile siderale oggi non sarei qui a discutere di una Fondazione radicata sul territorio (e ci ha messo anni per farlo), alla quale partecipano tanti straordinari amici, che tiene insieme e ben teso il filo dell'amore apparentemente perduto. Solo se si erge un bastione la vallata sarà salva. Abbiamo deciso che il bastione fosse il risultato del nostro sacrificio quotidiano. Il nulla, cui tutto è destinato, diventa tale se noi vogliamo che sia così. La nostra è una scelta. Abbiamo sempre la possibilità di scegliere, pure sotto il peso insostenibile delle necessità. Ieri pomeriggio è venuta qui da noi, nelle nostre conversazioni culturali del mercoledì, Emilia Cirillo, una scrittrice irpina. Si è trattato di un bel momento. Tutti ci dicono che qui da noi si sta meglio, il tempo convulso rallenta la sua corsa, la stupidità e la collera sembrano placarsi. L'amore compie miracoli, cammina dopo la morte degli amanti, tiene l'argine che cede, cancella le brutture del falso d'autore, ricompone la carta regalo. Qui le persone vengono per trovarsi. Il nostro mondo, quello che proponiamo, è fatto di libri, canzoni, midolli luminescenti di curiosità e d'impegno, scoperte non programmate, come l'odore delle sottane di nonna che ieri mi è venuto a trovare. Qui mettiamo a fuoco con una macchina speciale le immagini della lontananza. Qui è tornato, sul camino dov'era, da molto lontano, l'orologio che segna il tempo dell'inevitabile distacco e che accompagnerà i nostri pensieri fino al prossimo incontro. Mio caro amico, viviamo anche di un'attesa. Ieri sera a cena, la cena alla quale hai partecipato, la cucina del ristorante rimbombava dell'ennesima intervista sul caso pugliese della povera ragazza violata e uccisa. Era stata allestita una visione dedicata. L'informazione televisiva come se fosse la realtà. Tutti a stabilire a giudicare a condannare. Non so perchè, ho provato un sentimento di grande pietà per la famiglia dell'offesa, ma ancor più per quella dell'offensore. Ho avvertito nella testa il battito cardiaco dell'orco e ho ricordato (perché qualcuno più attento di me lo ha ricordato) di aver scritto: "l'orco di questi giorni è un angelo che si è perduto". Ho pregato che smettesse di battermi nella testa il ticchettio del distacco dalla vita, la mia vita al servizio della Fondazione e di molti altri sogni, e che Oliver Messiaen, che Franco ieri sera mi ha donato, si sedesse al piano per farmi compagnia.

 

 

Qui, dove ci incontriamo

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Abbiamo presentato qualche tempo fa in Fondazione un libro di John Berger, "Qui, dove ci incontriamo". Abbiamo letto alcuni brani, com'è nostro costume fare. Si tratta di un romanzo tra i più belli dell'autore londinese e noi l'abbiamo letto, sfogliandone le pagine: "è pericoloso...vivere di sola virtù, quel che Seneca chiama saggezza. Anche se si tratta di vera virtù, è pericoloso. Crea assuefazione, come bere. L'ho visto con i miei occhi"; "o sei impavido, o sei libero, non puoi essere entrambe le cose. Sapere come essere entrambe le cose è senza dubbio lo scopo di ogni filosofia"; "non devi voler niente, se vuoi sfidare Giove che a sua volta non vuole niente"; "tutto nella vita...è questione di fissare un limite, e bisogna decidere da soli dove fissarlo. Non lo si può fissare per gli altri. Si può provare, naturalmente, ma non funziona. Obbedire a regole stabilite da altri non equivale a rispettare la vita. E se si vuole rispettare la vita, bisogna fissare un limite"; "la sola cosa che devi sapere è se stai mentendo o cercando di dire la verità, non puoi più permetterti di fare confusione...la maggior parte delle persone ...non sopportano la verità"; "la Creazione ha avuto inizio da una morte"; "una sola cosa riparata ne cambia altre mille"; "un desiderio ardente, e così si arriva al mistero eterno del dare vita a qualcosa partendo dal nulla...il qualcosa che si crea non può dare sostegno a nient'altro, è solo un desiderio. Non possiede nulla, nulla gli è dato né ha un proprio luogo! Eppure esiste! Esiste"; "basta che tu prenda nota di quel che trovi...il coraggio verrà. Prendi nota di quel che trovi". Questi, appena riportati, sono frammenti di conversazione tra una madre morta ed un figlio, raccolti dall'autore nello splendore onirico della città di Lisbona. Per aggiungere poco altro, vorrei suscitare l'amaro sorriso di qualcuno dei miei sconosciuti interlocutori, ricordando, con Berger, quel cabarettista di Cracovia, certo Harry Champion, che "interpretava il ruolo della vittima, una vittima che doveva conquistare i cuori di tutti coloro che avevano comprato il biglietto, e che erano vittime a loro volta", il quale "scendeva in platea a mani elevate, implorando aiuto, prossimo alla tragedia" e gridando "la vita è una brutta cosa - non se ne viene mai fuori vivi!". Dedico quel che mi evoca tale ristoro di parole a Georgia Corbo che me le ha fatte conoscere, inviandomi in dono il libro di Berger. Sul frontespizio dell'opera ho scritto il 25 ottobre 2009: "come si fa a tornare indietro senza percorrere gli stessi passi? Io ho visto una cosa qualsiasi diventare comune a molti altri e passare di mano in mano fino a diventare irripetibile e consunta. E ho visto molte altre vite sparire nel cuore di un uomo solo. Ma non sono mai sazio. Rifarei qual che ho fatto solo per dire a mio figlio che i suoi capelli profumano dell'incenso di Dio". Il giorno decrepito della vita quasi mai è un gran giorno ma noi, così stupidamente e volontariamente indifesi, restiamo avvinti al cancello dei sogni a guardare la partita finire senza alcun risultato. Sotto un torrente di pioggia che neppure ci bagna e di sole che neppure ci asciuga.

 

 

Anestesia locale

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Ho incontrato nella scorsa settimana gli amici del Comune di San Salvatore Telesino. Abbiamo visitato insieme i reperti di Telesia e l'antica abbazia benedettina con il suo antiquarium inaugurato a giugno di quest'anno. L'incontro è stato pubblico: vi hanno partecipato molti soci, alcuni amici della Fondazione, un nutrito numero di ragazzi dell'Istituto di istruzione superiore di Telese Terme, guidato dalla sua Preside. Ieri all'università, nell'ambito degli appuntamenti del mio corso di "Diritto e Letteratura" è venuto ad offrirci un contributo di idee il giornalista e scrittore Filippo La Porta, che mi ha promesso di tornare per presentare il suo nuovo lavoro sulla letteratura italiana emergente, che uscirà in libreria il 16 ottobre. La presentazione dovrebbe svolgersi a Telese Terme, con la partecipazione delle scuole della Valle Telesina, entro il natale 2010. Perché questo dettagliato resoconto degli ultimi due eventi che ho realizzato, anche se grazie ed insieme a molte persone più brave ed entusiaste di me? Solo per dire che il "fare" è esemplare, non è fine a se stesso, può indurre in errore, ma è preferibile al "non fare", che è la regola del gioco (il Teatro Stabile partenopeo ha tappezzato Napoli di grandi manifesti che illustrano il tema del "giocare" rapportato alle regole: molti illustri attori, da Barra a Moscato a Servillo, prestano il volto assai noto ad un equivoco che è stato ampiamente illustrato anni fa da Guido Rossi, con finalità in vero più degne di nota). Il "non fare" impera nel mondo contratto e disinibito che viviamo, nel buio dell'evanescenza e del conflitto sociale; il "non fare" è la risposta pubblica della burocrazia alla propria visione inconsistente delle cose del mondo. Il "non fare" non è la realtà, perchè non nasce dal tormento intellettuale degli uomini dinanzi ai propri interrogativi più impellenti, non viene dalla capacità e dalla volontà di "fare deserto" di cui ci parla Paolo Moretti, non guizza dalle acque impetuose del cuore di cui ci narra Maria Zarro. Il "non fare" è l'atto riempitivo di un vuoto che resta tale, evita le responsabilità del vivere, in presenza di un macigno che rotola dietro di noi e impone, invece, azioni responsabili. Si fa in modo che scorra, pensando che si raddrizzi la via, declinante in direzioni divelte, impossibili senza la forza della mano di una donna o di un uomo, la forza pietosa del perdono a se stessi per "fare" tutto quel che è potuto. Nella dimensione pubblica, nelle istituzioni si avversa la logica del "fare". Con le dovute eccezioni, s'intende. Non si fa filtro, non si fa controllo degli accadimenti. Si utilizza il bene comune per distoglierlo dall'attenzione di tutti, in funzione del tornaconto personale, come dimensione collerica della vanità. Quante pagine di storia e di letteratura raccontano questi eventi? Chi le ha lette? Chi ha fatto in modo che fossero lette? Più ci si avvicina all'oggetto delle nostre parole più l'occhio perde la vista, culmina nel vuoto. Lo scenario locale è il più anestetizzato (a quello globale provvede l'enfasi dei grandi profitti economici). Su questo piccolo spazio occorre incidere per suscitare il cambiamento. Qui vivono le persone. Qui si compie il loro ultimo viaggio. Qui, sulla terra piccola che ci ha sorpresi insieme, vanno perdute le paure e riprese le sfide del coraggio morale.

 

 

 

"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.