Piazzetta G.Romano, n.15, 82037 Telese Terme, BN  P.I.01283530622

Pratica minima

Valutazione attuale:  / 3

 

In fondo, siamo sassi di un fiume che perde acqua nel suo corso e si prosciuga. Erti torrentelli autolesionisti che hanno fatto di se stessi e dei propri argini i margini di un errore all'infinito delle stesse intemperanze. Ora so che il cuore ha bisogno d’altro: camminare senza disperdere la preziosa natura del proprio vedere. Reggiamo così poco nelle nostre mani, perché lo spirito ci è devoto e non vuole farsene una ragione della fine imminente. Ha la vista lunga lo spirito e una insaziabile curiosità. Ma chi ci ha mostrato la via di certe rivoluzioni dello spirito ignorava che tutto questo in noi si sarebbe tradotto in un modo di farci del male. I nostri figli s’assillano in nostra vece o emulandoci: questo è un aspetto. Ormai è tardi per cambiare strada, loro già hanno bevuto il nostro veleno, ma si può, da soli, prigionieri della nostra solitudine, mutare questo cibo in un’ala elementare, una sola ala, manchevole dell'altra, che trova nello spirito la sua pratica minima. Lo abbiamo fatto per renderci tollerabili al mondo, perché la nostra natura assoluta non voleva mediazioni, ma siamo diventati vittime dei nostri incubi sperimentali, soffocati da briciole d’umana dolcezza, che abbiamo rubato alla tavola del dio cieco. Ecco, la nostra colpa è stata non aver perdonato la nostra colpa, non aver trovato un freno al bisogno d'amore e aver tralasciato quel che avevamo, così diverso dal sogno che contribuimmo a costruire. I nostri figli sono lo specchio di questa contraddizione, di questo spaventevole amore reso fragile dalla propria grandezza. I sensi di smarrimento prescrivono un rimedio peggiore del male. Curiamo l'ala ferita, il turbine del vento aspetta quel volo. Torniamo dove d'abitudine siamo, come una parte della libertà d'essere che ricordiamo d'essere stati. Non frazioniamo il rimedio, traiamolo dallo spirito indivisibile. E tu, tu non lenire la pena, portala con te, ogni pena possiede una forza lenitiva.

 

La casa nel bosco

Valutazione attuale:  / 7

 

La mia verità non è mia, a volte sfiora il viso, fa piangere, perché appare all’improvviso mentre il cuore si fa pietra e sembra voler fermarsi lì dove è giunto. La mia verità, della quale ho vergogna a parlare, perché si nasconde quando ne parlo, ha il capo chino. Ho dovuto adattarmi alla vita, che mi ha chiesto di sollevare il velo caduto sugli occhi. Mi sono rivolto a lei, che non aveva risposte, solo per sentire l’eco della mia voce perdersi in una caverna buia e profondissima di umano dolore. Quando le vedi formarsi agli angoli delle labbra la rugiada di un fiore, sai di cosa si tratta: un colore fuggito dalle mani di un pittore universale che ha lasciato cadere le sue gocce, ad una ad una lentamente, con il nome di una donna o di un uomo. I nomi, le stelle cadute del momento, scie di luce nelle caverne del cuore, dove risuona ancora la musica palpitante di Rita, una signora buona come il pane spezzato al centro di una messa, una donna consegnata alla camera ardente della verità, nell’assoluto silenzio. Ho chiesto alle mie ombre d’abbracciarmi, come giocatori di una squadra di rugby sotto la pioggia, che sentono scendere dall’alto un liquore caldo per le loro schiene. Così, sono venute le ombre, non mancano mai quando le chiami, sono venute, lampade accese nella notte d’una stanza di raccoglimento, sono venute tirando le fascine dal bosco per dare fuoco ai corpi caduti in disgrazia, per fare di quell’incenso un bagno celeste, nel quale i corpi trovano pace. Nessun punto storto sale sui monti e impedisce il cammino. Ora, puoi uscire dalla caverna in cui ti sei rinchiuso, con la tua verità appesa al collo come un amuleto, e farmi compagnia, giocando in due sotto la stessa pioggia. Ora, abbiamo in comune una verità. Tu non conosci la mia e io non conosco la tua, eppure quel che ci tiene insieme è il canto rauco della verità divisa in due, insopprimibile per entrambi, talmente forte da scuoterci, tremarci, che ha dato un senso a questo lungo e vano cammino di pezzi perduti per strada. Voglio dirti con franchezza che a me non spetta alcun giudizio sulla tua verità, come a te non serve conoscere quel che riflette la mia tempesta, ma il giorno in cui c’incontreremo, come ombre sui muri che fiancheggiano la casa nel bosco, non avremo paura l’uno dell’altro, saremo aliti di un soffio comune, pensato per svelarsi senza parole nei cuori di persone in cammino. Non dovremo fuggire, non dovremo nasconderci. Questa è la nostra terra, che vogliono portarci via con le parole astute del baratto, ma le nostre gambe hanno passi dimenticati da ritrovare, corde boschive da consacrare. Nel cercarci, teniamoci insieme, portando ciascuno all’altro una fiammella di verità silenziosa, necessaria. La mia si chiama Fiducia, "factum", secondo la lezione di Giambattista Vico, un grande napoletano ignorato da coloro che dovevano preservarlo. Fiducia, una parola cara agli eroi che l’hanno disseminata per vederla crescere. Non dimentichiamo il sacrificio di coloro che ci hanno avvicinati. Sono certo che i tuoi eroi non siano diversi dai miei. Aspettano solo d’incontrarsi nella prorotta fantasia di un Noi. "Noi siamo", qui, vivi, se abbiamo Fiducia d’esserlo e non impediamo ad altri di trovare, in questo clima fraterno, il dono di un’intima verità, che sta tutta nel fare, nel riconoscerci capaci di amare, ricredersi, cambiare.

 

Storia di un cane

Valutazione attuale:  / 3

 

Aveva un manto di colore chiaro, si confondeva con la luce. Non era nato lì, in quella campagna esausta a ridosso della città. Era rimasto solo, facendosi forte della sua libertà. Sfidava quel che vedeva: una foglia al vento, una scarpa rotta, una strada senza scopo. Ci metteva allegria, fino a che non era stanco. Poi sono venuti il freddo e la nebbia. Come una domanda.

 

Ultracrepidario

Valutazione attuale:  / 2

 

Le invocazioni saranno sciolte dagli endecasillabi che contempleranno una scritta sul muro nel grembo ribelle di Benaco.

Il nome umano sarà fonte di offesa per chi non porta alcun nome al confine.

La sete che avremo scorrerà senza coprire il décalage della vita nostra bambina.

La marmellata di crespino porterà l’autunno e sarà alimento del matrimonio.

La strada leggerà la bibbia dopo l’unione salda del gelo e della lingua.

Avremo la presunzione degli ignoranti cioè di coloro che negano la puntualità.

Faremo esercizi spirituali orientali per non piangere il cordoglio della nostra morte.

Baceremo il mare dismesso con la bocca avida intemperante ai baci del tradimento.

Il posturologo dirà che dovremo chinarci non rimanere rigidi nel nostro riserbo.

Gli operai grideranno voci in giorni di festa perché la loro festa è spostare le cose.

Ci rivolgeremo con le parole di Apelle al ciabattino che giudicava oltre se stesso.

Gioveremo a Giove che si diverte ai nostri sforzi e desidera i nostri affanni.

Non negheremo di essere rotolati come pietre del rock ai piedi dell’umor nero.

Dormiremo di continuo e non andremo a lavorare pur di non generare un diesis.

Dai vent’anni in poi perderemo terreno sull’avanzata della testuggine romana.

E questo fatto riguarderà quasi tutti perché il disfattismo è una regola elementare.

Ci metteranno tra le riserve poi sempre più indietro nel nostro medesimo interesse.

Avremo tre domande attaccate al collo: sono vivo? per chi? per quanto ancora?

Il lealismo sarà la nuova fede giustificata dalle notti profetiche di Cabiria.

L’amantide religiosa mangerà le nostre teste ad una ad una fino alla confessione.

Daremo notizia senza indugio del marasma che siamo in un sogno fermo uguale.

Le nuvole cadranno a pezzi sui nostri volti silvani divenuti maschere.

Il fazzoletto del prestigiatore nasconderà nel suo polsino i resti mortali.

E il silenzio dei cuori stamperà una scritta sul muro: Ultracrepidario.

 

Una candela

Valutazione attuale:  / 3

 

Da un occhio di mandorla scorre il fiume giallo e quieto della minaccia. Ma non si può impedire all’occhio di vedere. Non si possono alzare barriere contro il fiume che scorre quieto nel suo letto di spine. Né si può impedire alla pioggia di cadere, alla notizia della vita di volare sulle ali del non visto, del non detto, del non udito. E di passare sopra i mobili ingombri in una cantina, lasciati ad ammuffire come ricordi. L’atmosfera della notte è scandita da un metronomo che non si ferma, anche se la canzone non ha più voce e smette di cantare. Si va avanti, come si può, tra il non visto, il non detto e il non udito. Seguendo una figura per strada che ci ricorda l'amore perduto, solo che adesso ha un bastone per muoversi a fatica. Siamo noi che passiamo di moda e l’ingombro che creiamo richiede qualche pulizia etnica. Forse la politica si sta organizzando in tal senso. La politica, che strana cosa! Sembra esser tutto, a sentire la Arendt, mentre attraversa la piazza del mercato di Hannover. E sembra toglierci tutto, come certi giorni che ci tolgono il sole, quella lampadina accesa che un giorno, tra miliardi di anni, si spegnerà. Io la vado a cercare sul mare, nella forza calma delle cose, di cui ho già detto, ma il cuore, che mi fa vivere camminando, è in tumulto. Non vi è pace, infatti, non vi è pace, perché le persone fingono d’essere quel che non sono, perché si rincorre una meta che non esiste, perché dipendiamo da cose lontane e non riusciamo a scambiarci una carezza nel corpo della prossimità, perché abbiamo allevato nei tubi della follia una materia solida e incandescente destinata ad esplodere nel suo involucro ben protetto dal liquido ematico. E si aggira così, in noi, la bomba di una manifestazione esteriore indigeribile. Non resta molto da vedere: tutto esploderà. Le nostre parole spese male esploderanno per prime. Poi sarà la volta dei luoghi oscuri della memoria, che non abbiamo trattenuto nel sogno di volare con loro oltre i limiti consentiti dalle barriere orizzontali (che non sono esse stesse riprovevoli ma lo diventano quando torturano e uccidono). Quindi scenderà nell’anima di fuoco il tempo andato, il girotondo dei bambini che hanno smarrito la mano che stringevano e nessuno ci ha fatto più caso. Avremmo dovuto fermarci, fare resistenza, opporci, non trasferire eredità ad eredi che non erano tali, se eravamo noi e non altri in grado di giudicarci titolari di un bene prezioso da trasferire. Tardivo è il dissenso, scomposto rammarico, fiacco il perdono. Il nostro patetico scambio di passi notturni delineerà figure mobili su fondali atterriti. Qualcuno guarderà al picco dello spread come un’altra montagna da scalare e la lingua tedesca, che tanto amo, tornerà a dettare legge (ma era così anche prima dell’euro e le classi in cui richiudiamo le idee erano piene di studenti recalcitranti e poco inclini ad imparare dai propri errori). Allora penseremo al messia politico che ci guiderà sui rilievi dell’economia di mercato o sui sentieri, anch’essi montuosi, della latitanza, che si chiami pensione, emozione o liberazione. Faremo molti passi per tornare indietro, al punto di partenza. Sarà inaspettato il fiume che colmerà la piena. Ma dato che nulla è come sembra, nonostante il peso della nostra democrazia sia diventato eccessivo in assenza di virtù che la guidino, potremo anche incontrarci, fare scudo con i corpi alle ingiurie che pioveranno copiose, irrimediabilmente. Almeno interromperemo le trasmissioni. Faremo silenzio intorno a noi e capiremo. Il requiem di Mozart ci accompagnerà ovunque andremo. Una candela resterà accesa.

 

"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.