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Il segreto della vita

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Una perla saporita pende dall'albero della vita. Non vi è altro per me. Al fondo di un bicchiere, tra i sassi, scorre il sangue delle vigne. Una robusta dose di pace, qualche monelleria per chiamare la voce del rimprovero materno. La penombra del mattino, quando ho difficoltà a discostarmi dalla verità.  Il giorno del padre, quello dell'antivigilia ( la paternità è colma di doni). Sollievo di un viaggio di andata e ritorno. Il frumento divenuto farina, la morte  chiude il cancello d'una sirena. E pioggia, vento, i passi lenti della notte. Una colmata che toglie la vista. Non si sono scoraggiati i bambini in cerca del fosso. Li seguirò fin dove posso. Poi tra spezie e scodelle capirò il segreto della vita, che mi farà guarire da quel che uccide (ci può mettere un istante o gran tempo). Il segreto di una faccia agghiacciata che mi vuol parlare per dirmi che non si può ringiovanire, soltanto invecchiare. Il segreto di quelle braccia: ricostituire la famiglia terrena, grandi e piccoli a far baldoria negli occhi del nonno, che guarda tutto senza dire una parola. Dai suoi occhi vengono le luci dell'albero del Natale, corrono ovunque per casa, non ti puoi sbagliare, perché il segreto della vita fa freddo a guardarlo e non smette più di piangere e urlare come un fuoco che brucia nel camino universale.

 

Buon compleanno

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La delicatissima forbice del tempo ha ritagliato la foto: un ragazzo sale le pendici del monte e fa rumore sulla pietra.

La sua vita è un'eco. Quante parole ho scritto per lui! Ma ignora l'estensione dei suoni pronunciati dalle mie labbra.

Il ragazzo di pietra oscilla, non sa tornare al punto di partenza, va avanti, sempre avanti, fino a che il corpo sfinisce.

Al terzo squillo del fulmine sussulta il monte e lascia cadere gli abiti delle foglie, che lo ricoprono.

Non rivela al padre la meteora affievolita. Tace il ragazzo tra l'infinito e il mare. Forse ha paura

 

 

 

Cattivi pensieri positivi

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Mi stavo per svegliare. Forse ero sveglio. Poi ho sognato di morire. Proprio l’ultimo istante di vita. Ho cercato subito nel buio la luce. E mi sono svegliato.

Amo persone scomparse. L’amore, questo amore, mi ha portato per mano, anche quando potevo lasciarla per distrazione e perdermi; poi l’ho stretta io, quando non ne potevo fare a meno, e non mi sono perduto. Ora mi guida nell’ultimo tratto e spero che mi venga incontro con una bombola d’ossigeno quando smetterò di respirare.

Ho gli anni di Carosello. Posso ancora far sorridere qualcuno. Ho anche quelli dello Zecchino d'oro. Posso far cantare qualcuno.

L’ingenuità non giustificabile a volte è peggio della cattiveria.

“Scusa” è una parola iniziale. Parole per lo mezzo. Quando si è passato il segno dell’inizio, voltarsi indietro non serve a niente.

Il nome di Maria, antica e rinnovata premonizione, ha soffiato nell’orecchio di una bambina per portarle via il male che l’invecchiava. Si rimane soli ad una certa ora del giorno. Quel chiasso intorno a noi finisce e resta un pugnale conficcato nella gola. Una volta estratto, rimargina in fretta. Ciascuno ha un destino, che non è la sua fine ma il suo fine. Ad esempio: veder scorrere il muco del giorno dalle alte colline che circondano il piano di pace in cui le tribù si raccolgono dopo la battaglia. Siamo strumenti ad arco, grimaldelli, sassi. Riprendiamo il cammino. Non è tardi.

Venti impetuosi accendono i fuochi sui fianchi delle alture. C’è da aspettarsi una ripresa delle ostilità. Sopiti ascoltano dalle tenebre il canto di un ragazzo sotto la doccia. Pensano che andrà a combattere e forse vincerà. Ma questa è già Storia. I vinti avranno la stessa voce roca di quel ragazzo, sarà zittita (ascoltiamola! cantiamola!). Il serpente di stoffa di un carnevale girevole mangia tutto e tutti. Un uomo in preghiera si ricompone agli occhi della moltitudine mentre ripete: ci destina il nostro fine.

 

 

Una sentenza e una ricorrenza

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Una sentenza, carne viva del diritto, chiude gelosamente in sé il tradimento di quel che ha visto e udito (tutto non può contenere, tutto non può seguire con il suo sguardo distratto dalle lezioni dei codici scritti e di quelli asserviti agli scaffali). Una sentenza è come una nave che solca il mare, si muove in una direzione ma non guarda il fondo delle cose che finge di conoscere di governare, si limita alla superficie e cerca la rotta che conviene. Chi si aspetta di veder tornare chi è partito ne rimane deluso. Migrano e diventano altro gli anni della irragionevole durata del processo. Le solitudini delle sue ombre non hanno pari, ferme come sono ad un presente che non ha origine.

Ricorre la ricorrenza, il mare copre stampelle e gradi gelidi di foglie al vento. Auguri tutto l’anno, per vincere serve lo sguardo di un bambino e il fischio di un treno.

Una foto che guarda oltre il vedere, spalanca la bocca e gli occhi. Resta nel cuore.

La vita è una forma di chiarimento con se stessi, nel dialogo silenzioso con altri.

Quando ricorre la ricorrenza manca troppo tutto. In questi casi, il consiglio è: non farsi vedere in giro. Nascondersi, scomparire. In questi casi, certe cose preziose come il pensiero di chi amiamo stanno bene in un nascondiglio.

Una sentenza e una ricorrenza, cantano da sole nel vuoto della festa della giustizia. Sparano verso l’alto, dopo aver pulito i vetri, e colpiscono a caso una persona che si trova a passare, a luci spente, davanti alla finestra, mentre sta andando a dormire.

Rubacuori, rubami il cuore, dai portici della provincia italiana trascorri l’età della pensione con una cravatta sublime di facondia e minuziosità, la terza età delle gambe che hanno voglia di correre e fare un gran salto come fossi un’adolescente e avessi ancora una vita da vivere, non quella nota stonata che mi è capitata. 

 

 

 

Calcio Napoli

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Il Calcio Napoli non è una squadra di pallone ma una filosofia di vita, un modo di dialogare con gli altri attraverso se stessi, una struggente nostalgia che accomuna ricchi e poveri, uomini di malaffare e di legge, tutti sulle stesse barricate di sangue pulsante e d’insospettabile passione. Una squadra operaia e di duro lavoro, che tesse miele per bocche abituate alla dolcezza, che non gioca per vincere ma per giocare, e se vince riesce a vincere anche la disillusione in nome d’una speranza in cui credere. Una squadra di neve e sole, mutata dalle viscere della terra alla sua origine antichissima. Non crede alle parole il Calcio Napoli, fischia scanzonatamente una canzone di De Andrè (un genovese con l’anima anarchica del futuro). Tutti gridano, tutti languono, tutti scoprono e vivono senza intervallo, anche quando cedono alle tentazioni delle mura secolari. Un profumo che passa di strada in strada, di casa in casa, che passa da un quartiere all’altro, di nascosto, contro l’autorità del potere avverso. Un odore di caffè che ripete tra le labbra una storia d’amore lunga più di un gregge. Una squadra così puoi vederla in mare nei giorni increspati dal vento, puoi vederla sparire e riapparire come una visione o una dimenticanza. Nessuno di coloro che transitano nel suo golfo può sottrarsi alla sua dolce malia. E se il migliore centravanti del mondo va altrove, scuote le sue chiome per nuove vittorie, non può conservare l’ora di Via Crispi in cui ripetevano la fede azzurra coloro che l’aspettavano per un saluto, un sorriso, un anello. Il nostro Gennaro viene dalle catacombe di don Antonio e cammina in un’ombra sublime dove nulla è uguale a zero, persino il pareggio diventa una vittoria. Venite, dunque, chiamate il suo nome. I napoletani non sono tifosi, non consumano alcun alimento offerto dal denaro del calcio globale, mangiano il nero pane e frittata delle ore dimenticate, pronte al sax del dopoguerra e al violino della stagione miracolosa. Ha una pelle gentile la carezza. Innamoratevi del Calcio Napoli, con la sabbia di un mare che soffoca ogni breve tentazione. Tutti siamo capaci d’amare l’uomo di Bagnoli venuto dalla Toscana eppure non proviamo per le sue diottrie alcuna compassione, ma quando scende in quel luogo di pace e giustizia che porta il nome di un apostolo colto e gentile tutti lo innalziamo al rango d’uomo del popolo. Ecco cosa è il Calcio Napoli: una fioritura spontanea, un accidente stridulo, una rabbia mal cucita sul petto d’eroi involontari. E se qualcuno s’affaccia al balcone del vicolo, lo trova consolante per quel che ha da dire. Gioia d’essere insieme, ovunque si vada. Una chitarra che sale melodica l’ultimo gradino d’una scala poetica. L’acqua che piove e dà tregua, sembra Spagna e tempesta di primavera, non è una squadra di pallone, ma un orgoglio di vivere oltre il traguardo, come una pece cosparsa sulla strada assolata per non accecare chi vede nel sole una speranza. Nulla appartiene a chi lo possiede. Né le quote azionarie, né i regimi federali. Il Calcio appartiene a chi canta allo stadio, a chi vive in casa la passione del ritrovarsi dopo essersi isolati. Fate in modo d’analizzare una sconfitta, non vi riuscirete. Non ha prezzo una novena. Traduciamo in italiano, per chi non capisce: “fammi quello che vuoi, distrattamente”.

 

 

"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.