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Un paese per vecchi

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Non c’è nessuno che abbia un’aria gentile. Tutti questa guisa da ceffo.

Un mondo sottosopra, dalla fila elettorale al tagliando anti-frode.

Tutti a gridare un nome o ad agognarlo: Davide, Giovanni o altro.

Nella ribellione c’è chi crede di dire qualcosa d’importante, tipo master switch (con la saga del sottomarino, una variante sul tema Tim Wu) e l’apocalisse digitale.

Mi chiedo a cosa serva essere costituzionalmente felici se i nostri voti vanno altrove.

Mi trattengo dal pensare che i nostri figli siano migliori di noi, dato che ci rassomigliano.

Nel brodo di giuggiole trovo buona compagnia alla letteratura e al diritto.

Quando guido faccio molti chilometri per trovarmi sempre allo stesso posto.

Mi sono messo agli incroci delle strade per incontrare un destino ragionevolmente giusto e ho sperato che Hawthorne, Balzac e Turgenev ispirassero una lezione.

Dicono che passerà questo fumo di Londra sull’Europa devastata dai populismi.

Non vedo alcun motivo per aspettarmi che i soldati tornino a casa, anche se non ci sono guerre che ne mettano in pericolo la vita. Franco è morto andando in pensione.

Il filo (o file) nascosto è un racconto privo di commenti, inutile esibizione di nettezza.

Quando le idee non vanno più avanti degli uomini non c’è da nutrire speranze.

Mio padre era più giovane di me e mio nonno lo era più di lui. Poco da dire.

Sono morto e rinato come un farmaco in una malattia mentale, le mie notti sono più in salita di quelle di un premio della montagna e più ardue di quelle degli innominati.

Faccio fatica a trovarmi in compagnia di qualcuno che si relazioni con me da sveglio.

Quando sono arrivato al seggio si discuteva di ricordi e di campioni microbiotici.

Abbiamo i telefonini che consultiamo di continuo. Non rispondiamo alle telefonate.

Un uomo oscuro vaga tra noi prendendo il nostro posto al momento opportuno.

Artaud avrebbe danzato nel teatro della crudeltà contro i salti del pensiero naturale.

La maschera del dolore si sarebbe liquefatta sotto le mani tremanti dei nostri anni.

Non si sa quanto pesi un sottomarino, ma se ne parla ignorandone la leggerezza.

Al punto in cui siamo prendo Adamo ed Eva e gli dico di chiamarsi con altri nomi, cambiare lo spartito per cantare la melodia di una bocca soavemente aperta.

Non cambia niente, non provarci, troppi chiodi nelle giunture, troppi slanci nelle fregature, non cambia niente, qui non si po’ andar lontano. È un paese per vecchi.

 

 

La forma dell'acqua

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Acqua. La forma dell’acqua. Non resta alcuna forma. Come il desiderio. La profondità dell’acqua da cui puoi essere attratto, ghermito, addormentato. Puoi non svegliarti dal sonno dell’acqua. Non seguirne le parole. Solo una persona muta, una persona trascurata può dar forma all’acqua. Solo una ragazza che si masturba a tempo nell’acqua del mattino può scivolare da quelle tubature ostruite dal dolore. Solo una sottile e nuda creatura che porta sul collo una ferita può abbracciare la forma dell’acqua. E considerarla alla propria vita, senza averla mai conosciuta prima. Gran caldo da fuori a dentro, un caldo insopportabile di chi mette una mano nella tasca e non trova quel che cerca. Da lì alla vasca da bagno, due passi appena. Dove risiede il mutato aspetto del tuo problema: liquido in due, liquido per due, un mare di cristallo e tempera che ti chiede di scendere a trovarlo. Ma tu non puoi respirare, non puoi tirarlo quel fardello di vita che ti vive accanto e chi ti sembra morto da tempo. Ora ti dicono che è finita stai ancora piangendo, con un giovane accanto che con te applaude e gioisce. Sembra il film di un regista messicano, invece sei tu che chiedi, sei tu che esaudisci il tuo desiderio di essere un dio o d’incontralo ogni volta che qualcosa va storto, ogni volta che qualcosa è diverso da come te l’eri immaginato. Perché quel risveglio nell’acqua, tra le braccia del mare mentre fuori piove e tu non senti niente, non sai neppure che è il giorno dieci di un mese qualsiasi e che negli stati della tua memoria hanno sparato, ha aperto le paratie e l’oscurità di un’acqua trasparente ti aspetta per notificarti il provvedimento di liquidazione della tua vita. Morire e rinascere tra le braccia aperte del mare dopo giorni liquidi e in discesa, fermarti come un sasso che non riesce ad andare avanti, inciampare, rialzarti, correre, vedere il vuoto, tuffarti. Sei tu la donna che cerca solo di chiudere gli occhi e respirare dove non si può respirare. Rimanere a galla, seguire con il fiato sospeso una breve poesia che ti dice quel che vuoi sentirti dire sull’amore. Sei tu il figlio, la madre, il compagno di viaggio, i capelli che ti ricrescono, la pena che può andar via, nel posto peggiore del mondo, non più da te che l’hai sconfitta con una canzone. Ora canti a squarciagola una voce sommessa che dal tuo petto squamoso, dal tuo volto mostruoso arriva ai piedi che vuoi baciare, come un devoto bacia una statua. Non sei più il carcere della tua persona grigia, la tua ora d’aria ha trovato le chiavi per uscire. Chi dice che l’acqua non ha forma, non conosce la vasca da bagno di Elisa Esposito. Non è più la laguna nera di Arnold, ma il sepolcro aperto della nostra Amazzonia

 

 

Una storia d'amore

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Scuote la polvere d’ingresso la cerimonia d’ingresso

Vani peccati umili pretese gioconde finzioni in coda per un bacio

Mia madre precede ogni altra giovinezza lei e nessuna beatitudine

Ci stringiamo in duplice veste con le braccia delle parole

Chi sa tace chi sa palpita traspira la pelle che scuote il profondo

Perder sangue dal naso l’abbondanza è una ferita immancabile

Non sei non sei l’amore non sei l’amore ripete la guida ai reperti archeologici

Sembra fatta la paura s’addensa sui muri del respiro e un bambino scompare

Siamo nella cucina del terzo piano fuori piove fa freddo odore di solitudini

Lei sorride no piange i giochi sono finiti sotto al tavolo dove è buio intorno

Forse viene un uomo con i baffi un altro nero in lontananza minaccia di tornare

Cadono i ferri del calcestruzzo armato i tondelli fanno rumore sulle scale

Sei cattivo siete cattivi gridano i denti nella bocca vuota non berrete più

La fonte si secca le musiche svaniscono la veste femminile è strappata

Padre torna fai presto qui il pugno ci ha raggiunti colpisce il capo

Nella normalità accadono cose inaudite difficili da raccontare e da scordare

Luoghi non frequentati della mente cominciano a girare come una giostra

Piano piano ci si alza dal letto in punta di piedi si tira fuori la vita morta

Ma siamo in tre forse in quattro possiamo farci forza e chiedere una pausa

Era vita anche quella tra le pareti domestiche pronta all’uso antico del salotto

Chi veniva pensava fosse tutto a posto noi sapevamo d’averlo messo sottosopra

Balconi fragole spiriti maligni tornate al mio comando mostratevi insieme

Noi siamo i figli di quel tempo trascorso incapaci d’amare chi abbiamo amato

Ora torna in sogno la donna che partorisce una stupefacente opportunità

Essere schiavi d’essere liberi dai ricordi per amarsi illimitatamente

 

Il santuario

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C’è un santuario dietro ogni persona. Come un fondale di colori non episodici raccolti intorno alla rappresentazione della sua vita, mossi in una direzione sconosciuta, anche al protagonista sulla scena emotiva. Un disordine misterioso agita l’ardore di ogni azione umana. Fa bene a raccontarla chi ne ha l’istinto e la forza. Quest’ultima è particolarmente consigliata, perché bisogna reggere con una mano un peso troppo grande da portare se l’immaginazione non si mescola alla pietà. Un olimpo è il volto di ogni persona, posto a distanza siderale dall’osservatore, eppure visibile nitidamente. Bisogna sforzarsi di passare il letto del fiume con le ali di una farfalla in cerca di un fiore, il più acconcio a quel breve battito d’ali. Per spiegarlo si esponga un giorno di vita, uno qualsiasi, dall’inizio alla fine. Dentro c’è tutto quel che occorre ad aprire e ricucire le ferite, far cadere le armi e tentare la fuga nei sottopassi della propria natura orchestrale; c’è il viaggio, il cortile, la paura, la giovinezza e la vecchiaia. Chi affonda distratto la mano nel corpo di un attimo di vita non trova niente, una pastosità molle e oggetti, milioni di oggetti, accolti nel grembo della maternità divina. Basta un giorno, uno qualsiasi, l’ieri che ho vissuto. Le notizie dal fronte, i morti per errore e viltà, i vivi per le stesse ragioni, i gesti di un pittore fauve con il suo pennello per aria in attesa di un colore che lo stemperi, le notizie del viaggio, la paura di restare privi di certezze, scomposti su una sedia al sole, o nel cortile dell’infanzia a rincorrere farfalle sul letto di un fiume troppo rapido per le nostre ali. Non viene mai nessuno a farci compagnia. Ci mettiamo raccolti in preghiera, come un bronco che fa fatica a respirare, e lasciamo che le cose fluiscano, da qui alle pendici del monte olimpo, con il volto della persona amata infisso nelle pareti di agave e pungitopo. Le chiediamo: “come puoi avermi lasciato?”. La risposta, sempre, si nasconde nella domanda. Quando esce fuori è un bel “Sì. Il tuo bene mi era caro. Ma tu non sei tu. Non posso amarti senza legami, intoppi, cadute e redenzioni”. Amo – ammette l’alter ego – la persona del rifiuto, quella del disprezzo, colei che avete rinchiuso nell’isolamento della mente, nella meschinità dei suoi intrattenimenti, la persona umana, in carne ed ossa, dopo secoli di svelamento del tono principale dell’umore. Per parlarne ho dovuto far ricorso all’effetto deviante, la figura apparentemente remota del reietto, sincera espressione mistica della lacerazione umana. Egli è per me il volto santo nel santuario della vita, lo venero non per le sue colpe, se ne ha, ma per gli istinti repressi, per i sogni da pochi o da molti infranti, dominati. Ogni persona merita le venga riconosciuto quel santuario, perché lo ha costruito, con l’ingegno e le spalle. Se errore e viltà lo hanno scosso, come il brivido della febbre, non togliete l’uomo dalla sua storia, non disperate i giovani cuori nei giardini degli innumerevoli segnali, strappando la loro speranza alla facondia rigenerante delle azioni. In questo modo potrete comprendere e giudicare ciò che vi chiede l’ordine costituito: innocenza. Dicono le scritture di Paolo De Angelis: “Gli astri della primavera, cambiati i giri, complicano tutti i segnali. Come potremmo essere insensibili a queste masse ferrose che attraversano il cielo? I fiori e l’aria azzurra coprono un’oscura tempesta”. Leggete le linee frante dell’alfabeto morse per risalire, da qui, le correnti impetuose di un desiderio d’infinito. Non separate il divino dall’umano nel santuario immaginato della vita. Sul gradino più alto sta la Misericordia, unica vittoria del bene sul male. La Gratuità, dicono gli economisti più avveduti, un nuovo senso di marcia, un modo per stare insieme, una ragione di vita pronta all’esproprio, che nessuna materia può compromettere e, quindi, non espropriabile.

 

La gentilezza

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La gentilezza è il contorno del corpo. Come un’aura.

Anche morire è un modo di dire, con gentilezza: “questo è tuo, fanne quel che vuoi, io vado via”. Il caso e la trascuratezza scolorano.

Mi piace la gentilezza perché non si spezza quando la pieghi, non è stanca quando la metti sotto al torchio, non cambia strada se le vai contro.

La gentilezza non si dona solo agli amici, come scrive Colette, si riserva ai nemici.

Amo la gentilezza perché sono cresciuto tra le sue braccia di violenza gratuita.

Chi mi ha ferito mi fa rabbia, eppure mi ha dato il modo di conoscerla e di chiedere di tornare a farmi visita.

Mi rendo conto che in giro non ce n’è molta di gentilezza, ma ho visto la sua abbondanza in luoghi afflitti e sconsiderati.

Che gioia ritrovarsi insieme, fianco a fianco, con persone che tacevano e desideravano un modo gentile nel quale riconoscersi!

Sono stato derubato sull’autobus, ho ringraziato e sono sceso. "Sei scemo?" Mi hanno detto. Ho ringraziato per quella grazia che ci aveva attratti in un momento di niente.

“Non so se tornerò a farti visita”, mi dice ogni volta, come un’eroina bruciata sul rogo, poi bussa alla porta, prende l’elemosina e china il capo, non nega quel che è suo, perché la gentilezza ha una vita paziente e profonda, ti parla quando nessuno ti parla, si volta se chiedi aiuto, e quando il conto sta per chiudersi e serrarsi ti invita a tornare sul luogo in cui sei stato per cambiare la tua sorte e sovrastarla.

La gentilezza è una carrucola, sale e scende tra le mani dell’umiltà e del disprezzo, ripete sempre la stessa fatica, sa che ripetere un gesto è un atto di gentilezza.

Amo la gentilezza tra le scale, le strade, le porte. Amo gli stupidi che la praticano.

Chi sa ciò di cui parlo si unisca a chi sa ciò di cui parlo, si muova, non tardi.

 

 

 

"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.