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I Settembrini

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Salvate il paradiso dagli inferi. Riconoscetelo. Applicatelo. Ha regole precise. Un paradiso non metafisico. Non artificiale. Create il paradiso di cui disponete. Fatelo vedere, come fosse una giornata di sole in una buia tempesta. Il paradiso è una luce. Cercatela quando sfugge. Anche se avete infestato la terra di alveari cementizi, avete occupato le stagioni fertili con motivi funebri di solo guadagno e di sordide macchinazioni. E adesso, ultima nata (ma esiste già da qualche secolo), l’untura, una sorta di Colonna infame. Non è bastato Manzoni a dirne tutto il male possibile!

Come eravamo siamo ancora. Non vederci allo specchio giovani, se non lo siamo, ma proporre modelli, che non invecchiano. Un modello è Luigi Settembrini (Napoli 1813-1876). Come ha fatto Thomas Mann nella Montagna incantata. Settembrini mi precede, con biografia al seguito. Cenni da: il collegio di Maddaloni; l’adolescenza tra Napoli e Caserta; la dolorosa perdita degli affetti più cari (il padre Raffaele, come componente della Guardia Nazionale repubblicana del 1799, “presentò le armi” a Cirillo, Pagano e Russo, di lì a poco trucidati); i decisivi incontri formativi con Amarelli, Musolino e Galluppi; il rifiuto sdegnato del Foro; l’esperienza di giovane sposo a Catanzaro, dove si recò come professore di eloquenza presso il locale liceo; le carceri di Santa Maria Apparente, Montefusco e Santo Stefano; l’amicizia di Carlo Poerio; la docenza di letteratura italiana presso l’università di Bologna; la carica di Rettore (disilluso) dell’università di Napoli e molto altro. Tutto me lo riconduce. La biografia ci guidi!

Facciamo un patto di solidarietà, capacità e rigore. Troviamo, attraverso i modelli, la tradizione che ci è cara e diamole un nome. Settembrini, come l’unità e la patria che cerchiamo, la vita che siamo disposti a sacrificare per il bene comune, la verità dalla quale ci facciamo guidare anche quando muove contro i nostri interessi. Settembrini. Come certi venti d’autunno che calano dal nord e gelano le ossa. Non abbiamo che da scambiarci le braccia, duellare nelle idee, sconfiggere la gogna. Il nome di una persona può diventare causa di effetti collaterali, molteplici. Disse del Nostro Francesco De Sanctis: “Settembrini rassomigliava a molti; e molti rassomigliavano a Settembrini”. Noi siamo l'altro da noi e ci chiamiamo I Settembrini. Pluralisti non sovranisti, cultori delle tradizioni non sanfedisti. L’unità non predilige spazi ristretti. Nel grembo dell’Europa ribolle ancora la speranza. Soffia sulle pagine dei Taccuini di Benedetto Croce, sui campi all'alba prima della mietitura ("se il grano non muore" di André Gide), sulla semplicità dei volti umani, sul giro delle ombre e sul cielo che oggi come ieri governa la terra. Settembrini sono Lucia, Franco, mia madre. Anche le loro paure, le loro ingiurie mi sembrano dolci ricordi. C’è posto per Luciano di Samosata e Giacomo Leopardi, che dialogano tra loro di necessità morali. Nel nome di Settembrini s’aprono dimore chiuse per sempre, come la nostra Costituzione e quel suo esordio: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro … libero e intelligente”. Suonano le trombe di una festa popolare, dove leggono le poesie di Josif Brodskij, che incitano a non lamentarsi e all’agire estetico. L’uomo nuovo è un perseguitato, è un uomo solo. Nella versione stenografata da Frida Vidgorova del processo a Brodskij, il giudice: “Avete richieste?”. Risposta dell’imputato: “Vorrei sapere perché mi hanno arrestato”.  Il primo, di rimando: “Questa è una domanda non è una richiesta”. Il poeta: “Allora non ho richieste”. La storia si ripete, si ripeterà.

 

Grand Tour

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Mi chiedo – e prego di contraddirmi – perché credere a dei guitti di declinante fama per una gloriosa storia nazionale, per quanto ricca di buchi di memoria. Siamo sull’orlo di un baratro, più profondo e più imminente di quello che si è aperto dinanzi ai nostri occhi increduli solo qualche anno fa. Già allora ci è sembrato un vulnus alla democrazia. Si insiste. Si fa finta di niente. Forse il microcosmo del quale siamo fatti vuole sperimentare appieno la sfida alle istituzioni finanziarie che governano il mondo, che tutti noi, volenti o nolenti, abbiamo legittimato. Forse nel tempo, forse silenziosamente, e forse inconsapevolmente. Certo, c’eravamo quando queste istituzioni prendevano piede, votavamo, ridevamo delle vignette politiche che irridevano il debito pubblico contratto dai nostri figli prima che nascessero. Eppure ora questo stato di cose c’indigna (a proposito di “dignità”). Noi figli o fratelli del sessantotto collaboriamo con la soluzione finale di una verità che non si appalesa tale, ma che crediamo sia rivelabile, anzi rivelata. Basta! Facciamo santi i meritevoli, ancor prima di candidarli alla rappresentanza nel governo che verrà. Prendiamo in considerazione solo le capacità, impediamo ai giovani sacrificati un sacrificio ulteriore. Basta con i call center (non ho nulla contro di loro) per i laureati con lode, con master e specializzazione, perché le famiglie a trent’anni non si possono più consentire di mantenerli. Chi ha conosciuto e praticato l’economia del dono in un tempo di scambio, di mercato e di prostrazione, non deve cedere alla lusinga della nuova promessa rivoluzionaria. Ogni scelta politica ha un costo. Siamo in grado di fare da soli? Temo proprio di no. Abbiamo solo collezionato una rassegna di piccole e lorde divinità al servizio di se stessi e del proprio cumulo di lodi al proselitismo dilagante (nella migliore delle ipotesi). Basta! Ribadiamo: basta! Avviciniamoci ai focolari, ai luoghi della comunione, laica, cattolica, o d’altra natura. Facciamoci interpreti del nostro giudizio fallace: nessuno ci sopravanzi sulla strada che porta agli incombenti principi della solidarietà, dell’amicizia e della puntualità. Siamo stanchi di pensare ai nostri figli come vittime sacrificali perché non abbiamo i mezzi per tenerli in vita oltre la linea di galleggiamento. Mettiamoci in coda, se abbiamo prestigio tale da far valere le nostre ragioni, il nostro turno verrà, ma non consentiamo a nessuno di fare della raccomandazione un’arma contro il talento, l’unico bene da preservare. Trasferiamo nel mondo ribaltato la nostra idea dell’ordine. Noi non siamo dove ci hanno posti, nessuno merita un posto fisso. Il lavoro, fondamento della nostra democrazia costituzionale, non chiede una stabilità, vuole una prospettiva che deriva dalla relazione stabile tra coloro che ne garantiscono le condizioni. Tutti uniti! E il lavorò verrà, dove sia, perché sia, nella smorfia che lo sforzo giustifica. Sì, il lavoro è sacrificio, senso del dovere, mutilazione di una parte per una parte superiore, e più elevata, assume la sua regola, più di essa impone confini e malinconie poetiche. Una sorta di vergogna, una pudicizia che assona l’individuo alla comunità. Basta di credere che siamo unici e non replicabili! Il nostro mondo muore ogni giorno. La capacità degli uomini è di riconoscersi finitimi e devoti all’ultrazione. La nostra ultrazione è fatta di terra, fuoco e memoria. Una sorta di grande narrazione del divenire, che nel farci schiavi ci ha resi liberi. Lasciate correre i vincenti su questo breve tratto del loro corto fiato, prendete la distanza come un grande insegnamento di vita. Chi supererà il traguardo non vincerà, verrà ingoiato e rigenerato nella curva del Grand Tour didattico-artistico dove avremo un senso. Siate umili, come Igino Giordani, prendete parte ai concerti che vi fanno cantare, siate fragili e nuovi nella tradizione forte del classico, mutatevi in quel che è più esposto al vuoto della vostra anima, non infrangete mai un rimedio, rimediate, ove possibile.

 

Un dialogo e un interludio

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Mi piace fare cose nuove. Non stare fermo sullo spartito: essere una nota musicale improvvisata. Far festa, come ragazzi nei giardini polverosi che abbiamo conosciuto. La Gioia vuole che guardiamo con riserbo la Vita, non con distacco. Evitiamo gli scempi d’amore. Verrà il tempo per incatenarci a qualcosa per sempre, un tempo in cui il corpo diverrà un sasso o una spina e il vedere avrà gli occhi celesti di un cielo rasserenato. Allora potremo dire di amare perché riusciremo a toccare senza possedere, espandere senza occupare. Ora ci spetta l’equilibrio della conservazione, la trebbiatura della fatica, con gli anelli del colore sospesi a distanza dal nostro giudizio. Nient’altro ci appartiene. Niente. Solo scegliere possiamo da che parte stare. Questo sarà il nostro modo di tornare all’origine. Senza titolo, senza nome. Con il biglietto in mano, pronti per il controllo a fine viaggio. Mentre un uccello, dal cielo, governa la luce

 

Un giorno saremo sospesi

come un palloncino nell’aria

e raggiungeremo un’altezza considerevole

perché il cielo aiuta a crescere.

 

Ma è del punto di vista minore

credere che vi sia un cielo

sol perché è ignoto alla vista

il vedere

 

Non ci si pone in una logica alternativa a quella esistente. Come se tutto fosse disciplinato dalla sensatezza. Mi ricordo di aver letto che nella guerra di trincea certi corpi individuali sfuggivano al controllo del corpo d’armata e mentre gli aerei segnavano nel cielo i loro ritmi discendenti si aprivano un varco impossibile nell’aria gelida. Facevano una passeggiata nel delirio per dire a loro modo basta a quella perdita di senso che era la guerra. Ecco, così mi sento: improvvisamente incapace di assolvere disciplinatamente al mio compito, che è quello di vivere e morire senza un grido, obbedendo ad un ordine che non ho ben compreso, ma che vedo eseguire allo stesso modo. Ora la mia anima è sazia del gorgo letale, cerca gli occhi che le hanno donato un istante di libertà. Per paradosso, quegli occhi perduti stanno in campo avverso e improvvisamente zittiscono il rumore assordante d’intorno

Le ali spiegate agli adulti

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Frangere flutti

Ascendere all’aria condizionata

Sbucare da una buca

Abbracciare il cordone ombelicale

Auto-spegnersi

Togliere l’occasione

Addormentarsi è morire

Rifarsi una buca

Solleticarsi per vivere

Darsi un premio in denaro

Tacere ostinatamente tacere

Guardarsi al tramonto

Muovere le mani

Le mani si muovono da sole

Scalare una montagna di foto

Sentire la fine come un rumore

Guidare e farsi guidare

Le ali spiegate agli adulti

Aver sospiro di un sorriso

Il miracolo è la malattia

Tingere gli occhi chiusi

Innalzarsi di una pianta

Gemere una salubrità dell’aria

Vecchio per questo gioco

Aver fatto posta sulle piaghe del mare

Rimproverarsi il destino dimenticato

In fondo al corridoio la pena

Nascondersi per farsi trovare

Che delusione che sono!

Incompiuto furibondo incoerente!

Un giubilo invecchiato!

Prugna delle labbra a contatto del vino

Collera d’una meditazione trascendentale

Chi vive paga il prezzo

Amore amore scaduto

Si fa notte poco a poco

L’autore non è l’autorità

Discostarsi per un attimo da te

Volavo e sono caduto

Gli indumenti a mezzo servizio

Scendere nell’ombra aperta

Grigio come orario della puntualità

La canzone del mio amico Baglioni

Il piatto da cantare la strofa da lavare

Una canzone per cambiare le parole

Scritte scritte dove non si sa

Chi ascende non può frenarsi

Si chiama Sergio mano nella mano

Pagare una lunga sosta andar via prima

Culminare non è il culmine

Digiunare masticando peyote

Franare da Instagram a Dio

Giudicare secondo il giudizio delle posate

Sovvertire il giudizio regnante

Prendere di profilo la faccia del risvolto

Macchiare è essere macchiati

Vedere una stella dal tetto

Vedere una stella dal balcone

Vedere senza esser visti da una stella

Pugnalati per pugnalare

Odore di cristallini erborei

Mia sorella salta l’ostacolo e vince

Io gioisco mentre cado in trance

Le gocce di rugiada ingialliscono

Sul dito puntato cade una sanzione

Il silenzio è d’oro

 

Aurora

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Aurora è nata. Il mio amico Gianni le ha augurato d’essere forte, molto più forte della società che troverà. Mi sembra un gran bell’augurio. La virtù, d’altro canto, ha molto in comune con la forza, come sosteneva Cicerone (nonostante Montaigne). M’inchino sempre a chi vive il gesto dell’avvicinamento all’altro come un corrimano, un modo d’andare avanti avvicinandosi al contatto che fa dell’umano un potente abbraccio. M’inginocchio dinanzi a chi mi fa entrare nel suo abbraccio come in una chiesa piena di silenzi, preghiere, riconoscimenti e spiritualità. Sembra che sia finito quel che ha appena avuto inizio e sembra che cominci la luce lì dove cala il buio. Torna, per Aurora, l’idea che all’amore sempre si faccia ritorno, con un cuore eletto a fiore ingigantito. E mi soccorre il Leopardi napoletano di Aspasia, “circonfusa d’arcana voluttà”. Dunque, è nata Aurora, in un arco temporale che si staglia su di noi come sibili dimensionali di un’attività solare che prevede per ciascuno almeno un accoppiamento magnetico. Non si può non seguire Gianni corridore o ciclista nella direzione del suo pallone ovale viaggiante nell’universo, particella di sudore strettamente personale che lo sforzo di esistere da lui compiuto incrementa a dismisura fino a noi, con quelle mani ferite del dono, le mani di un uomo solo sul corrimano di un avvicinamento multiplo. Vedi, se Aurora nasce in un giorno preciso della vita di ogni giorno questo fatto costituente riguarda tutti noi, anche nonno Enrico e la famiglia gioiosa. Loro sono alla testa del vagone di ossigeno molecolare che determina l’effetto ottico del rosso agli angoli del pianeta, ma noi, tutti noi, siamo i raggi che si discostano dal cielo e rendono calda la temperatura di un abbraccio. Perciò, continuiamo a camminare (o a correre o a pedalare, come fa Gianni) per non perdere il ritmo della ricerca, anche se le gambe vengono meno, perché Aurora è nata e bisogna andarla a cercare, nella casa della Madre perduta. Un forte vento dissipa le zone erogene dell’atmosfera, facciamo quadrato, serriamo le fila, il nemico avanza sulle ali di un vecchio bombardiere per privarci dei sogni che hanno eretto le chiese ormai chiuse, come i nostri occhi illanguiditi dall’amore. E sia Aurora sovrastante l’apparizione del bolide infernale, rettilinea nel nome che le è stato dato, uno smeraldo con artigli di luna piena. Dia sempre battaglia, quando il tempo e lo spazio le sarà cancellato da falsi testimoni e sciami del pensiero dominante. L’origine del suono della sua parola rimanga nell’onda del mare, da cui veniamo e a cui torneremo. Aurora, Aurora, ogni bocca ha un colore, ogni bacio ha una storia! Non sospirare invano se nessuno sospira con te, ascolta il coro delle tue emozioni. L’anima di Chichita Calvino, da poco scomparsa, segue da lontano la tua festa. E una strada scoperta al sole e alla pioggia sia per te vedere lo spettacolo della natura che ti sta intorno. Un’ultima parola, con Gianni ed Enrico, voglio dedicarla all’insolita circostanza che non ti conosco, non conosco i tuoi genitori, la città in cui sei nata, i primi vagiti della nebbia che ti ha dato forma. Endre Ady direbbe che sei nata per prendere il mio posto in “altre estati estenuate dal fuoco, altre notti di stelle cadenti”. So perché ti ho dedicato questo mio pensiero: Aurora è un libro di aforismi, scritto contro i pregiudizi morali da un poeta e filosofo tedesco dell’Ottocento. Sarebbe gradito a molti che la nascita di un essere umano vada in profondità, superi il mal costume delle torture interiori ed esordisca come una forza nervosa auto-liberatrice. Posso dire, con Massimo Cacciapuoti, che la gioia umana si concentra nel distribuire più che nel produrre. In fondo, cara Aurora, il piacere di stare insieme ci impone non solo e non tanto di creare parole, ma di aprire le braccia all’aurora che viene.

 

"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.