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Racconto di Daniela Matrònola

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Racconto di Daniela Matrònola

Il Palatino è stata un'idea di mio padre. Gianni è sempre pieno di soluzioni per i casi altrui, i miei poi sono i suoi favoriti. Ho rinunciato per sempre a chiedergli consulenze perché so già che si mette al mio posto e vuol fare lui per me, ma quando mette mano all'intera formulazione del progettino come nel caso di questa vacanza a Parigi (così consolidi il tuo traballante francese – pure pedagogico!, il mio francese non traballa per niente, parola di Madame Spacagne!), allora non solo le conclusioni sono aporetiche, ma tutto l'impianto è mal posto fin dal principio.
Detesto i treni. L'ho fatto presente mille volte. Gianni invece ha un'adorazione per il treno legata a questioni sue sentimentali. Il viaggio di nozze con mia madre. Le fughe alla luce del sole con Lorella. Nel mezzo rari viaggi con noi figli in cui Stefano gli ha sempre dato la soddisfazione di apprezzare tutto, specialmente le scomodità, e io ho piantato i piedi e le mie note lagne che invece di indignarlo scoraggiarlo invitarlo a feroci rampogne lo hanno stimolato a manifestarmi tutta la sua solidarietà umana senza per questo farlo recedere dai suoi piani preparati a puntino.
Poco meno penosi sono stati i viaggi in macchina, coi finestrini aperti e il calore estivo tutto calato addosso, io e Stefano sul sedile posteriore a stremarci di musica dalle cassette su cui registravamo pure le interviste simulate e impossibili: a Marlon Brando, sulla cresta dell'onda per Il Padrino – Stefano lo rifaceva uguale, muovendo solo il labbro inferiore.
Una volta cancellavamo la musica, la volta dopo le interviste – sempre gli stessi due o tre nastri.
Quando ieri pomeriggio sono salito sul Palatino, ho avuto la tentazione di scendere subito.
Ma Gianni era lì, sulla banchina, con Lorella che svolazzava nel foulard e sorrideva ammiccante.
Gianni è un tipo che non molla. Ti assiste fino al tuo ultimo respiro, t'impedisce il raccoglimento.
Va bene, ho rinunciato a scendere – subito. Mi sono detto, quando il treno si mette in movimento, anzi quando esce di stazione e prende a risalire la periferia deprimente, tutta sporca e asciutta – allora provo a lanciarmi fuori. Butto la valigia dal finestrino. Lo zaino me lo metto in collo. Apro proditoriamente lo sportello, magari non uno di quelli presidiati, e con un salto sono libero. Tanto in quel passaggio il treno marcia lento. Ce la posso fare.
Nello zaino, Gianni ha infilato all'ultimo momento La Modification di Michel Butor nella edizione originale (Éditions de Minuit) del 1957: così intanto consolidi il tuo traballante francese, Mauro eh! È quel romanzo la vera ragione per cui sono stato 'imbarcato' sul treno che viaggia tutta la notte e domattina alle ore 9:36 mi sputerà à la Gare de Lyon dove comincerà il vero annaspamento.
Che notte!
A cominciare dalla sistemazione in cabina. Gianni ne ha riservata una solo per me, anche se le cabine sono tutte per due. Ma io avrei viaggiato solo, e dunque...
La cuccetta a sei posti a castello è stata esclusa a priori,
– Troppo scomoda!, Troppo promiscua!
Strane osservazioni per un comunardo.
Io stavolta ho ringraziato la buona sorte. L'unica volta che ho fatto un viaggio (d'inferno) in una cuccetta ordinaria ho perso di vista per tutta la notte una giacca a vento nuova nuova e ho pure patito il freddo. Me la sono presa con me stesso, quella volta, certo d'aver smarrito la giacca su un appoggio di granito della stazione, insomma sicuro d'essere io il colpevole. Solo il mattino dopo, quasi all'arrivo, quando con una certa impressione tutti ci siamo sgranchiti, e siamo sfrecciati tra il bagno e le poltrone ripristinate per la colazione frugale (cattiva, anche), un signore che aveva russato nel fracasso tutta la notte finalmente ha liberato la mia giacca a vento nuova che gli aveva fatto da morbido cuscino. Io l'ho recuperata con una vaga punta di disgusto pensando a bave e basole, però felice di potermi coprire e di non essere stato poi così fesso.
Appena ho aperto la porta della cabina riservata per me sono stato investito dall'odore di treno. Un misto di odore di latrina e memorie di fiati e sudori d'altri. Il raccapriccio vero, oltre che per il tanfo sotto controllo di fumo stratificato nei decenni, è stato per il senso cartaceo delle lenzuola di ricambio approntate qualche minuto dopo da uno steward addetto alla sistemazione mia e di tutti gli altri che erano nella carrozza 'Wagon–Lit' di Prima Classe – sorta di lunga roulotte su rotaia, che a me ha ricordato i sontuosi convogli degli zingari posteggiati a semicerchio in fondo al pratone dietro casa, e a Gianni, da fuori, ovviamente ha dato gusto per il rivestimento esterno blu e bianco come i treni, blu o anche color fegato, della sua ricostruzione in scala, fedelissima al vero, in un salone di casa nostra adibito quasi solo a questo suo giochino, armadi–guardaroba a muro a parte.
Il treno ha cominciato a muoversi mentre scambiavamo mogi saluti.
Gianni si è messo a fare il simpatico aggravando la tristezza ontologica della situazione mentre scommetterei d'aver visto Lorella quasi commuoversi.
Mi sorprende sempre, Lorella. Non riesco mai a capire come faccia a appassionarsi a tutti noi, mia madre Ilaria compresa, quando in teoria dovremmo risultarle, tutti noi, in blocco direi, suoi rivali, per giunta a lungo le cause viventi per cui lei e Gianni sono rimasti distanti per più di vent'anni.
Poiché il tempo ha subito cominciato a rallentare e a diventare una specie di gomma allungabile, mi sono sistemato e ho pescato Butor dallo zaino. Il sottofondo di brocche sbattute, classico rumore da treno, ha instaurato la classica noia vuota che ognuno si attiva per animare. L'uscita del treno dalla stazione e nella periferia glabra e cruda non ha per niente ridestato in me il vecchio progetto di lanciarmi giù e svignarmela. Me ne sono dimenticato. Dopotutto lo spazio nel quale realizzare la mia fuga senza riportare danni fisici troppo gravi è stato così risicato che niente, non ci ho pensato affatto, non ci ho pensato più.
Un po' ho guardato fuori e un po' ho sfogliato il libro. L'ho guardato in tutte le sue parti esterne.
Ho letto l'inizio, ho sbirciato la fine. Non prima però d'aver annusato i risvolti (o risguardi, come Gianni mi disse una volta maneggiando la raccolta dei sonetti di Shakespeare, per poi passarmela: così impari cos'è la poesia, e apprezzi pure il Middle English: come tirar su un deficiente, proprio).
Così scopro che La Modification narra di un viaggio a bordo di questo stesso treno ma nel verso opposto. Gianni ci ha tenuto a farmi sapere che Butor è figlio di un impiegato delle ferrovie – chissà, forse questo romanzo sarà stato un modo da parte dell'autore di rendere omaggio a suo padre: anche se questa tratta in particolare segnerà una svolta nella vita del protagonista, tuttavia è episodio speciale in una intera vita di pendolarismo, ed è questo che mi convince subito – sono proprio partito in quarta con questa faccenda dell'omaggio al padre.
Ta-rà ta-rà / ta-rà ta-rà: il treno corre fluido, la sera cala indecisa, io guardo fuori e lo scorrere del paesaggio esterno come sempre mi respinge anche se non riesco a scollare gli occhi.
Per la cena avrei dovuto spostarmi nella carrozza ristorante attraversando un paio di vagoni di Seconda – soprattutto avrei dovuto tentare la sorte in ben tre di quelle fisarmoniche di connessione col pavimento basculante che ti dà la sensazione di poter finire spiattellato sui binari sottostanti o scaraventato fuori ogni momento.
Ho rinunciato. Ho pescato i crackers nello zaino, previdentemente forniti da Lorella. Mi sono immerso nel libro. Come sempre quando leggo, sono stato preso da un monachesimo che considero oramai un mio classico: ritirarmi sempre di più dall'esterno e acquattarmi nella storia. L'ideale sarebbe stato mettermi comodo e rannicchiarmi. Il dondolio del treno, che all'inizio mi è sembrato un deterrente, subito dopo mi è parso la condizione ideale per via del fatto che il treno, che sfreccia trasportando te che te ne stai nel tuo puzzolentissimo bozzolo, in effetti ti culla.
Del resto, calata la notte, lo schermo buio salvo rare luci lontane ha smesso di attrarmi e distrarmi nell'infinito filo di istanti tutti riquadrati e allineati in progressione meccanica.
L'unico oggetto guardabile è rimasto il libro.
Inutile resistere: dormire vestito m'è sembrato orribile. Ho preso coraggio: ho indossato il pigiama. Matt mi ha raccontato d'aver dormito spesso vestito in certi alberghi di quart'ordine nei quartieri a luci rosse di molte città continentali – è stato così convincente che ho giurato a me stesso che non l'avrei fatto mai se non in condizioni estreme.
Bene, mi sono sistemato.
Con sospetto mi sono infilato nelle lenzuola di carta complete di copertina sintetica per stare caldo ma restando anche senza fiato. Leggere mi darà sollievo, mi sono detto – pur nel frastuono assordante. In effetti da quasi subito non l'ho sentito più, anzi l'ho trovato l'unica colonna sonora buona a farmi scivolare ancor più lontano, dentro questo romanzo tutto narrato in seconda persona: il protagonista parla a se stesso e di se stesso dandosi del 'tu', piuttosto insolito. M'è venuto da pensare che in quel 'tu' coincidano l'io dislocato del protagonista–narratore e il 'tu' generico, in questo caso non impersonale ma che sta per tutti e per ognuno.
– È un nouveau roman,
mi ha preventivamente informato Gianni, e mi ha pure fatto un rapido quadro della Francia letteraria del secondo dopoguerra.
Del resto, come sempre, leggere un suo libro è anche un'avventurosa esplorazione della fitta trama di chiose appunti notazioni sottolineature asterischi richiami e inserti di vita attuale dentro il tessuto narrativo nell'effettivo senzatempo cui le vicende e i personaggi sono stati tecnicamente inchiodati. È come se il mondo del romanzo e il mondo reale si scambiassero scaglie, come fossero stati messi a galleggiare nello stesso brodo di coltura, passati al setaccio con lo stesso siero di contrasto. Un bel metodo per trovare speranza, vie di fuga, senza bandire schizofrenicamente la realtà – solo guardandola meglio.
Nelle prime pagine ho trovato scritto: C. come L.
Sono corso a verificare sul frontespizio la data. Mio padre mette la data a tutti i suoi libri, così poi si ricorda quando li ha comprati e in che momento della sua vita li ha letti, dato che in genere appena presi li divora, ma per una sua sete interiore, non per consumo.
C'era scritto, Roma – FELTbabuino: 28 marzo 1965, e la sigla: G.A., nella sua scrittura grande e aguzza, molto dimostrativa, una grafia che ha la potenza del disegno, non per nulla Gianni è un archistar ante litteram. Sono corso avanti, ho letto famelicamente per andare in fondo a questo che m'è parso il cuore del libro nel quale per la verità in senso classico non succede assolutamente niente. Poi di corsa sono tornato alla pagina in cui dal nome di Cécilie parte una freccia segnata con un bel tratto deciso di matita verso il margine alto a puntellare la scritta C. come L., e poi di nuovo alla data. Io il giorno prima avevo compiuto cinque anni, Stefano ne aveva quasi 8 (è nato a fine agosto).
Non m'è sembrato un gran mistero. C stava per Cécilie, L per Lorella.
Ma Lorella è saltata fuori solo 10 anni dopo. Il mistero c'era, e come!
Cécilie è l'amante 'romana' del protagonista, sta a distanza di sicurezza, ma lui progetta di lasciare la propria famiglia, far tornare Cécilie in Francia con sé, dare ufficialità alla loro tresca decennale.
Anche Lorella dunque era nascosta e al sicuro in attesa di saltar fuori, in quegli anni?
Sono perplesso. Questo filone della faccenda non lo avevo calcolato, ora emerge fuori controllo.
Come già mi è successo in altre circostanze parossistiche legate a mio padre e ai suoi casini, ho ceduto. Sono caduto tramortito. Mi sono allungato, definitivamente rassegnato a questo letto lanciato all'impazzata nello spazio, messo oltretutto di traverso rispetto alla direzione di marcia.
Mi sono abbandonato e m'è sembrato di dormire. Di sicuro, ho sognato.
Un groviglio di brevi conversazioni, in alcuni casi veri e propri battibecchi, solo qualche interazione più dolce in cui è capitata Sandra, eletta ad amica del cuore. Mio padre mi rimprovera, strano – mai successo, anche perché non mi vede proprio se non come un idiota da educare, quando ha tempo e se gli va. Il tono brusco non si articola in un discorso intelleggibile: rèboa qualcosa, prolungatamente, ma cosa dica non saprei, non si capisce. È parecchio incazzato, questo sì. E Lorella sta in un angolo, sembra un angelo su una nuvoletta, lo guarda con aria estatica, tra l'ammirato e il materno, ma non lo calma, non lo ferma, non interferisce nelle parole misteriose che lui mi sta rivolgendo con veemenza slanciandosi anche avanti come per menare le mani.
Ogni tanto sono riemerso a una blanda coscienza e mi sono reso conto d'essere in una strana culla viaggiante a sforzarmi di dormire. Tra sonno e veglia ha predominato lo sferragliare del treno che non ha mai avuto flessioni ritmiche – un'unica sessione compatta, in effetti. Mi sono reso conto d'essere un po' più sveglio tutte le volte che il treno ha imboccato curve vertiginose e m'è sembrato di dover contribuire frenando col corpo a tenerlo incollato alla corsa senza deragliare via. Poi il rombo di chiuso al passaggio dentro le gallerie ha reso più acuti i suoni e io ho aperto del tutto gli occhi. Ma non ho retto lo stremo – sono ripiombato subito nel sonno e nel sogno.
Alla porta qualcuno ha preso a bussare di brutto. Non sapevo più dov'ero. Sono cascato giù dal letto arravogliando le lenzuola, ridotte a cartaccia spiegazzata, e sono finito a sbattere contro la porta della cabina. Ho aperto e due signori in divisa m'hanno chiesto i documenti. Il subodore di fumo m'è sembrato molto più pungente a quel punto. I doganieri si sono messi a controllare i documenti per l'espatrio. Eravamo fermi alla barriera di Ventimiglia: senza controllare l'orologio ho calcolato che tutto il travaglio tra dormiveglia e sonnia profonda si è svolto in pochissime ore. Dentro e fuori dal treno s'è fatto un trambusto poliziesco da ispezione a tradimento nella notte in cui tutte le veglie si rivelano inermi. Non è stato, certo, come per i treni piombati che passavano sostavano gemevano nelle notti irresponsabili d'Europa e impunemente riprendevano la marcia, eppure non ho potuto fare a meno di sentirmi assediato e a disagio.
Ho immaginato queste stesse sensazioni moltiplicate e rese atroci dal terrore e dal soffocamento.
Quando ho richiuso la porta, ho aperto uno spiraglio nel finestrino. La notte era fredda e umida.
Nell'immediato ho provato sollievo, subito dopo mi sono sentito ricoperto da un gelo pungente e bagnato che m'è parso m'incollasse addosso il pigiama. Mi sono guardato pensando all'assurdità della situazione. M'è sembrato d'essere esposto come un paziente nudo sotto il camice in cotonina fornito dall'ospedale.
Ho ripescato La Modification.
A costo di cascare dal sonno tutto domani, ho deciso di leggere senza sosta fino all'arrivo.
Bè, un po' ho letto e un po' mi sono abbandonato al magnifico torpore.
Dopotutto a stare nel bozzolo pericolosamente lanciato nella notte stavo piuttosto al sicuro.
Qualunque cosa il romanzo m'abbia rivelato via via, nei ruminamenti di Léon Delmont e nelle tracce lasciate da mio padre tra le pagine, non sono rimasto tanto turbato o inviperito dai contenuti quanto rassicurato dalla loro brillante e quieta orchestrazione.
Sono rimasto sgomento, piuttosto, quando ho visto filtrare il mattino da sotto la tendina che avevo provveduto a tirar giù per non essere vellicato dai terrori annidati nello schermo buio.

Si è fatto appena giorno, purtroppo. La luce che incendia la piccola cabina quando la tendina vola su mi fa sentire scoperto. Penso anche con raccapriccio alle funzioni della mattina in questo alveo che ha gli odori dei diurni delle stazioni. Inorridisco all'idea della colazione. Quando il capotreno bussa, alle 6.32 esatte, per fornirmi caffellatte e cornetto o biscotti, mi dico che non ci rinuncerò per nulla al mondo. Tutto mi pare buono, buonissimo. E confortevole. Cosy, ecco – anche Matt, grato, lo direbbe, ci scommetto. Mi scoccia solo che le pratiche del breve resto del viaggio e dell'arrivo mi separino dalla conclusione del libro. Me la stipo per dopo. Per quando mi sarò sistemato. Sarà tra un po' d'ore, ma va persino meglio – questo mi dà una meta cui tendere, una cosa mia da considerare come priorità cui qualunque pressione esterna dovrà lasciare il posto.
Vestirmi dopo lavato e sentire di puzzare lo stesso sono tutt'uno.
Il pernottamento mobile mi ha lasciato addosso una patina appiccicosa.
Sbarcare in stazione è persino peggio. C'è la solita animazione miserabile.
Vedere la gente con le valigie, le mappate, gli zaini mi provoca un abbattimento invincibile.
Del resto mi specchio in loro. Sono in croce coi bagagli pure io. Lo zaino che mi era parso comodo adesso mi frantuma la spalla: non riesco più a mettere la tracolla in modo tale che non mi seghi la clavicola. La valigia mi sembra assurdamente rocciosa, tutta protuberanze e spigoli – la trascino sulle rotelline ma non capisco, non asseconda le curve, alla minima distrazione dalla linea retta si cappotta su un fianco e struscia sull'asfalto.
Gesù! E se lo imploro io, anche solo di default, vuol dire che la disperazione comincia a farsi strada.
I miei amici non sanno nulla di questa espressione, non sanno che viene dall'informatica – io l'ho mutuata da un amico svizzero l'anno scorso a New York: Gerhard, studente d'ingegneria da Zurigo, reduce da un intero anno accademico all'MIT di Cambridge, Massachusetts.
Quando dico 'di default', intendendo 'per automatismo', i miei amici mi guardano confusi come quando un periodo non facevo che dire, con aria anche piuttosto sprezzante, 'non me ne tiene' per dire 'non ne ho voglia'. Per me è tutto chiaro, ma le loro facce spiritate mi fanno pensare che dovrò spiegarmi, e paradossalmente resto spiazzato, non so più che dire.
Sandra è una linguista, perciò con lei vado liscio. E poi mi fa ridere come mi guarda. Tra sconcerto e adorazione. Mi sembra assuma con me in questi casi un atteggiamento materno ma poi ripenso alla notte di giugno, l'anno scorso, quando abbiamo scopato la prima volta, e la rivedo ragazzina spaventata e un po' infelice nonostante quello sia stato, subito dopo lo schianto, per sua stessa dichiarazione non richiesta, il punto più alto della sua felicità, la cima del piacere in cui la sua paura come per incanto si è sciolta e ha lasciato spazio alla soddisfazione.
Come essersi dissetata con sorsate generose d'acqua pura e freschissima dopo lunga secchezza.
Le ho letto in viso due stati diversi di congestione. La resistenza prima, l'abbandono dopo.
Per me non era la prima volta in assoluto, perciò ho avuto buon gioco a guidare.
Sono diventato un uomo, con lei. Tutto ciò che c'era stato prima era stato allenamento, gioco.
In questo passaggio in cui mi vedo tutto solo, in questo attraversamento della Gare de Lyon in cui sono schiacciato dalla sontuosità del luogo e dall'affanno di uscire a rivedere la luce libera del giorno per pescare un taxi, il pensiero di lei mi solleva. Decisamente.
C'è fila, anche se non così lunga come temevo. Sto un po' in lenta transumanza tra i passeggeri di chissà quanti treni oltre il mio. Dei pochi che ho incrociato durante il mio viaggio di clausura, qui mi pare di non riconoscerne neppur uno. La marcia di avvicinamento dura poco.
– Monsieur!?, il tassista ce l'ha con me.
– Ah ouais, dico à la manière de Mme Spacagne.
Il brav'uomo con forza mi strappa il bagaglio, per la verità dopo aver lottato un po' con la mia spalla. Con foga lancia tutto nel bagagliaio e richiude il portello sbattendolo di forza. Sempre con decisione a passo di marcia aggira il mezzo, sbatte lo sportello per chiudermi dietro con gentilezza rude, e piomba al posto di guida facendo oscillare la grossa Peugeot. Si volta con un arcigno sorriso e da sotto la coppola mi chiede l'indirizzo.
– Rue de Verneuil 8, gli dico.
Produce una valanga di suoni e sbuffi che in sintesi significano,
Conosco il posto. Ci trattiamo bene, ragazzo, eh!
– Et donc, en marche!, conclude con intonazione ascendente.
Prendiamo subito a correre nel traffico cittadino.
Per ragioni a me del tutto ignote il tassista, che sarà un padre di famiglia, come desumo dalla fede all'anulare sinistro, si comporta come un ragazzaccio: guida a zig zag per occupare di rapina qualunque quadrato si apra nel flusso d'automobili. Penetriamo d'impeto la rete haussmanniana di boulevards bisecati dai carrefours e di strette affluenti laterali. Infiliamo rotonde stellari prima di pervenire ai lungosenna. Inchiodiamo al pelo a un enorme incrocio regolato dai semafori: per noi è rosso, il ragazzaccio decide di rispettarlo.
Fiancheggiamo al momento un bastione imponente. Nell'angolo vedo un topo.
Il grigio sta in piedi sulle zampe posteriori e come un comune scoiattolo nordamericano (parente prossimo) ha le zampine anteriori in posizione di preghiera mentre col muso eccitato non riesce a smettere di esercitare la funzione roditoria, pare a me del tutto a vuoto.
Poggia a terra le zampette anteriori per ripristinare la marcia quadrupede. Corre a testa bassa come un toro scornato. Nel quadrivio si alternano flussi d'automobili che smuovono l'aria in obbedienza ai cambi di colore dei semafori: in gruppi compatti frenano ripartono o sfrecciano. Modulandosi a quel ritmo sincopato, il grigio fa qualche corsetta, poi torna a ergersi sulle zampe posteriori, poi si volta e corre indietro, e poi ricomincia lo stesso tira e molla: perde guadagna o rischia terreno nell'evidente tentativo di riconquistare il tombino da cui dev'essere sbarcato in superficie per errore. È spaesato, il grigio, e io mi sto appassionando al suo caso.
Il ragazzaccio però, al verde, riprende di slancio la marcia – svolta in una via più stretta che punta come sto per scoprire al coeur-coeur del quartiere. Così, per quanto faccia, con la tempia destra incollata al finestrino per guardare indietro, perdo traccia del grigio, e non saprò mai se a un certo punto sarà riuscito a ridiscendere nella città segreta a cui appartiene: le fogne di Parigi. Certo potrò sempre vantare d'aver conosciuto un vero parigino, il più autentico dei citoyens.
Nelle strettoie del quartiere la guida del ragazzaccio diventa rocambolesca.
Sfiora i banchi dei bouquinistes coraggiosamente esposti sui marciapiedi, poi si volta indietro e penso che voglia scusarsi per i sussulti da infarto che mi sta procurando e invece si mette a fare il simpatico (pure lui!), imbastisce spiritosaggini, un garbuglio di motteggi in cui distinguo solo,
– La météo! La météo!
Insomma diventa una macchietta, una via di mezzo tra Jacques Tati, pedalatore partigiano che corre per la Francia al grido di: Les Américains! Les Américains!, e Louis de Funès, giudice in incognito per la guida gastronomica DuChemin (simil–Michelin) che scopre la fabbrica di cibi sintetici dell'infingardo Tricatel (Ducastel, nella realtà) dove i polli e altri alimenti destinati al grande smercio nei supermarchés non sono che colate a ripetizione di materia plastica lungo un nastro trasportatore. Mi pare proprio che il ragazzaccio alterni guizzi e accigliamenti mentre in allegria fa il pelo a qualche pedone e le basette ai veicoli parcheggiati, ingaggia gare coi lampioni oppure morde i bordi dei marciapiedi se deve sgusciare tra i camion in clamorosa sosta quasi al centro delle strette carreggiate con gli autisti intenti nello scarico di merci.
Per fortuna c'è un nuovo semaforo rosso, che per un po' mi permetterà di riprendere fiato.
Siamo a un incrocio piccolo, veramente risicato. Penso automaticamente a certe cartine della città nell'ufficio del Tenente Sheridan, tutte illuminate, in cui, pur con una tecnologia primordiale, si potevano controllare dall'alto interi settori di San Francisco se non seguire addirittura la lucina di un malvivente in fuga spericolata a bordo di una classica automobile americana a fusoliera.
Ecco, penso a noi intrappolati dentro questa macchinina come a quella pulce in fuga su cui non smette d'insistere lo sguardo indagatore di chi scruta e controlla lui come noi a nostra insaputa.
Giusto all'angolo, di fianco a me, a un metro direi, vedo poggiato a un tavolino esterno un tale con barba di un po' di giorni e occhi sfatti, una cicca arrivata che gli pende dalle labbra tumide: afferra un bicchierino sfilandolo al cameriere che glielo ha servito con una specie di piroetta volteggiata attorno al vassoio tenuto per aria. Faccio appena a tempo a vedergli sparire l'orzata nel gozzo.
Di fronte a noi che siamo nella strettoia, il viale, lungo e ampio, appare desolato.
A destra indovino degli uffici postali, imponenti nel grigio e vetro sul livello strada e resi squillanti dal giallo sparato, dalle scritte e dai sedili interni. Invece non identifico l'edificio sul lato opposto, non colgo il suo significato istituzionale: lo intuisco, perciò più tardi ci andrò apposta a guardare.
Con la coda dell'occhio vedo quel tale al baretto piantare il bicchierino sul tavolo e come in preda a un'ispirazione piombarci davanti nella strozzatura d'incrocio che condividiamo con andatura non lineare: strascicata direi, mentre si accende un'altra sigaretta. Il verde per noi sveglia il ragazzaccio e gli fa ingranare la marcia, lo fa partire lancia in resta. Quel tale attraversa incerto e dopotutto provocatoriamente lento. Quasi lo prendiamo. Segue serie d'improperi del ragazzaccio all'indirizzo del clochard elegante, il quale da vero signore non si ripara e non si risente. Anzi volta il volto dal lato opposto e con le dita che uncinano la sigaretta, già consunta in pochi secondi, guida un gesto della mano, piuttosto eloquente, a voler dire,
– E va bè, su, ecco, ora arrivo, adesso mi tolgo.
Rischiamo di acciaccarlo due volte: superato il semaforo, subito svoltiamo in una perpendicolare altrettanto stretta. Vedo il clochard arruffato, le dita brune di nicotina, gli occhi liquidi, il viso unto, pescare da una tasca un mazzo di chiavi: un po' bofonchiando ancora verso noi tenta di indovinare il buco della serratura in un cancello di ferro battuto nero che dà su un cortiletto.
Noi siamo oltre e il ragazzaccio pianta la pachidermica Peugeot davanti all'insegna, Hôtel Verneuil.
– Monsieur, on est arrivé, hein!, mi dice soddisfatto in toscofrancese.
Vorrei lamentarmi della guida, ma rinuncio, tanto chi lo rivede più. Perlomeno spero.
Il ragazzaccio mi cumula addosso i bagagli: presumo d'avere la classica faccia stupefatta di Ollio.
Si volta, si rificca in macchina, innesta una inutile marcia indietro rischiando d'acciaccarmi (è un artista, proprio), dopo di che, producendo un fumo nero da ciminiera di fabbrica molto inquinante, riesce ragionevolmente a innestare la prima e riparte, senza necessità di manovra alcuna dato che non aveva tentato un parcheggio: era solo salito sull'ennesimo bordo di marciapiede restando in bilico coi pneumatici della fiancata destra, proprio tagliati a metà, manco avesse preso le misure.
E perché questa millimetrica precisione? Per riuscire a non piegare il fusto di un incauto lampione.

Entro nel piccolo albergo.
Metto piede in un salotto biblioteca foderato di pietra e scaffali. Subito a sinistra, lato che, mi viene da pensare, finora mi ha riservato sorprese rilevanti, una grande porta liberty immette nella conciergerie – un ufficio che potrebbe essere tranquillamente uno studio in una abitazione borghese. Una dame molto raffinata non mi dice buongiorno. Sono io che esordisco con un,
– Bonjour Madame!
Costei mi guarda con supponenza, e subito dopo allarga un sorriso anche troppo entusiastico.
Ci risiamo, mi dico. Piombiamo in una serie infinita di estranei convenevoli in cui lei mantiene il registro sul classico doppio binario: potrebbe essere la madre di un mio amico e intanto si propone come donna compagna col desiderio di avere un giovane uomo, poco più che adolescente (me, nel caso di specie) in salotto, per farne golosa mostra alle amiche, ma soprattutto in camera da letto.
In effetti è una camera da letto che costei mi sta dando. Lascio i documenti per la registrazione e una svampita cameriera marocchina mi prende in consegna. Mi pare che la dame e la bonne si scambino un loro certo sguardo in codice molto femminile, per me troppo paritario per essere vero. La bonne vorrebbe sottrarmi la valigia, ma io, che intanto ho stretto il pugno attorno allo zaino che mi sega la spalla, resisto: sono pur sempre un gentiluomo, non mi faccio servire da una donna. Forse questa mia inaspettata cortesia smuove ancor più l'insopprimibile rigurgito di passione, tra il materno e il postribolare, che starà già mordendo stomaco e viscere alla dame, poiché costei gira con un salto attorno alla scrivania che fino a poco prima ci separava in sicurezza e quasi mi abbraccia per le spalle per incoraggiarmi ad accettare le profferte d'aiuto della bonne, che dopotutto ai suoi occhi è pur sempre solo una serva.
Matt me lo ha sempre detto,
– Ragazzo, possibile che tu non lo capisca? Tu sei un classico e raro esempio di figliolo byronico, il Don Juan peccaminoso e innocente del ribelle GG, George Gordon.
– Cioè?
– Eh cioè... cioè... Quante volte mi hai raccontato delle amiche di tua madre al mare?
– Ma io sono tutto meno che un conquistatore. Detto altrimenti, non me ne frega niente, delle donne 'mature' poi men che mai...
– Ma no, ma no. Il dongiovanni che intendi tu è quello tradizionale, uomo fatto, tombeur de femmes, irriverente, trasgressivo, immorale... l'originario spagnolo, musicato da Mozart...
– Eh!
– Noooo! Io ti parlo del Don Juan di Byron. Quasi ancora adolescente, uomo giovanissimo, sensuale, ambito dalle donne sposate a uomini ormai anziani, pesanti, proibitivi a letto, uno che scatena le voglie, una specie di mina vagante inconsapevole dei subbugli che innesca – tra le donne golose come tra gli uomini, in massima parte gelosi e qualche volta vogliosi...
– Che guaio! Cioè è per questo che mi danno tutti l'assalto? E io manco lo so...
– Bè, la parte più irresistibile è la tua inconsapevolezza. La tua sensualità naturale.
– ...sei innamorato pure tu?
– In un certo senso. Sei piacevole. Ho notato che tutti ti volteggiano attorno mediamente famelici, intendono possederti. Non solo averti con sé, ma mostrarlo – che sei di loro proprietà... che poi in realtà è una proprietà condivisa, in comune: non mi hai parlato tante volte di gelosie assurde? Il bello è che poi sei tu a decidere chi vuoi con te e chi no, e tutti, l'ho notato sai, pendono dalle tue scelte, sperano d'essere scelti da te, ecco...
– E tu che vorresti per esempio?
– Ah, molto semplice. Io voglio il mio buon chitarrista che si fa con me qualche sound check.
– Ah bè, allora va bene.
– Anche se non ci somigliamo, però il tipo fisico... Cioè tu, non so se lo sai, ma... hai una certa presenza scenica...
– Sì ma tanto io voglio fare il medico. Devo diventare anestesista, quindi...
– Vedrai che anche lì avrai il tuo bravo protagonismo, anche senza volerlo. Imporrai le mani come certi sciamani che al momento vado cercando – vorrei fare un'esperienza di reichi...
– Credi a ste cose, Matt?
– È un viaggio! Dentro di sé. Vorrei capire le mie relazioni fuori di me nel groviglio dentro di me... tutte le cose non dette, i rapporti non risolti... sono violentemente innamorato...
– Di me!?
– Nooo! No, no... Mi chiedo come fare con la madre dei miei figli... Lei ormai c'è. Esiste.
– Scusa, Matt, era Diana Ross, no?, che cantava: ...Respectfully I say to thee / I'm aware that you're teen / But noone makes me feel like you do? / Upside down, boy you turn me / Inside out and round and round... ...you're giving love instinctively...
Non ricordo la risposta di Matt qui, forse giusto la sua faccia devastata da un punto interrogativo. Riesco persino a dimenticare lo sguardo ferino della dame e le risatine da bambina viziosa con cui la bonne marocchina mi sta guidando in soffitta, alla mia camera d'albergo, prenotata e già pagata per me da mio padre, poi torno a pensare a quella scritta che Gianni ha impresso con tratto sicuro, quasi violento anche se a matita, tra le pagine del romanzo di Butor: C. come L.
L'inquietudine è appena placata dall'idea, confortante, che nell'immediato ho questo da fare, ho questo che m'aspetta: devo finire La Modification, e arrivare in fondo al mistero, risolverlo.
Evviva.
Do una mancia che a me pare generosa alla bonne marocchina, ma lei cambia espressione.
S'è offesa perché con la mancia l'ho rispedita al suo ruolo di serva o le ho dato troppo poco?
Non lo saprò mai. Né mi sogno di chiederglielo. Chiudo la porta quasi spingendola fuori.
La finestra in fondo è spalancata. Sto a un piano alto. Guardo giù in strada e tutto mi sembra semplice lineare e bellissimo. Ecco, Gianni su questa 'pulizia delle linee' che sazia di bellezza l'esigenza d'ordine dello sguardo ci farebbe un elzeviro da registrare trascrivere e pubblicare. Il palazzo di fronte ha una facciata splendida, tutta messa a regime dalle finestre e dalle ringhiere.
Mi sporgo un po' a guardare in fondo a sinistra e mi pare di riconoscere il cancello col cortiletto in cui è imprigionato un albero alto 5 piani. Rientro e con aria desolata mi predispongo a tirar fuori di valigia la roba che mi sono portato. Mi pare tutto vestiario fuori luogo. Mi assale l'idea che il costume, alla lettera, qui sia diverso e che tutti mi noteranno come il cosiddetto 'odd one out'.
Per superare l'angoscia del momento potrei accantonare l'idea della sistemazione delle mie cose negli armadi e nei cassetti messi a disposizione dalla stanza, oppure lo faccio subito, mi tolgo il pensiero e soprattutto ripristino un minimo d'ordine che forse può tranquillizzarmi.
Scelgo l'opzione numero due. Non prima d'aver verificato che la stanza sia provvista di frigobar.
C'è! Apro e comincio a considerare tutta la dotazione di bevande e snacks.
Tiro fuori tutto, anche un Moët&Chandon da 33cl. che sulla carta costa una fortuna: champagne in formato mini, che magari le coppiette fresche di nozze o gli amanti clandestini con poca fantasia (incapaci di ordinare del vero champagne) stapperebbero come surrogato di una più degna sigla al loro amore: un monumento alla tristezza più vieta, da romanzetto sentimentale, un po' borghese, un po' ipocrita, un po' peccaminoso. Gianni e Lorella non sono così. Con mio padre tutto acquista volume: con lui, come ormai è invalso dire ora, 'tutto va alla grande'. Si viaggia su livelli elevati, il fatto poi che lui sia il Virgilio non fa che aggiungere straordinarietà, in modo del tutto unico, no?
Rimugino in questo modo mentre, dopo aver esaminato il contenuto del minifrigo disponendo bevande microalcolici e snacks tra il letto e la scrivania, compio il tragitto contrario – mi accorgo che c'è un ordine preciso con poche variabili nella collocazione interna degli items, altrimenti qualcosa sporge e lo sportello non si richiude ermeticamente. È un giochino di intelligenza da fare con cura. Messo tutto a posto, ricordo d'aver ispezionato il frigo anche in preda all'arsura. Sono ore che non bevo. Riapro e pesco una bottiglietta di Coca, la più piccola in commercio che io abbia mai visto. La stappo, considero la possibilità di versarla nel bicchiere preventivamente provvisto di ghiaccio ma di ghiaccio nel vassoio freezer non ce n'è. Rinuncio anche al limone. Niente da fare, Coca bruta. Bevo subito – finché è ben fredda va giù, se diventa un brodo è come bevessi mattoni.
Sono anche ore non do mie notizie.
Scendo nel salotto biblioteca col fido Butor in una mano e la chiave nell'altra – parecchio pesante.
Appena mi vede, la dame dalla conciergerie mi scocca un sorriso complice.
– C'è un telefono?, la gelo.
Costei mi indica la cabina dove posso chiudermi solo grazie a una contorsione che mi permetta di superare il congegno a soffietto della porta. Chiamo subito Sandra, e scambiamo persino baci. Poi parlo con mia madre: mentre parlo con Ilaria, vedo oltre il vetro del movimento in portineria. Sbrigo la faccenda delle rassicurazioni reciproche e esco dalla trappola.
La dame e la bonne ora sono insieme nella conciergerie a parare un assalto di donne di mezza età.
La dame abbandona l'assembramento per comunicarmi, mi pare in modo ostentatamente neutro, che c'è un telefono anche in camera: sono abilitato a fare e ricevere tutte le telefonate che voglio,
– Provvederà suo padre a pagare a consumo alla fine.
Mi pare d'aver esagerato con la freddezza, e resto inchiodato a pensare a Gianni che ha dato le sue disposizioni anche qui, quando il trambusto richiama la dame al banco della conciergerie dove la bonne ora sta proprio lottando. Arretro verso una poltrona dove vorrei sistemarmi per leggere in santa pace, e m'imbatto in due uomini nordici, vagamente imbolsiti, in pieno combattimento con delle cartine della città. Hanno pantaloni neri di pelle attillatissimi e stivali borchiati, le magliette sotto i giubbotti sono pure nere e attillate. Uno dei due ha un orecchino al lobo destro. Saranno finlandesi, o danesi. E saranno anche motociclisti. Il più esile mi si rivolge in inglese,
– Qual è il percorso migliore per arrivare al Père Lachaise?
– Non lo so, non ho ancora studiato la situazione..., rispondo mentre noto che l'uomo
scambia con l'altro un sorriso tenero. Sono anche una coppia. Il più alto dei due, robusto, mi sorride pensando che avrò sicuramente immaginato la loro situazione. Personalmente per quel che li riguarda io mi preoccupo solo del fatto che avranno forse qualche difficoltà a rigirarsi nella stanza, angusta, immagino, quanto la mia – anche perché mi pare costoro siano gli stessi che ho intravisto all'ultimo piano, le mansarde, anzi gli abbaìni tipici, quando all'arrivo la bonne si è sbagliata di piano e m'ha portato fin su, e poi siamo dovuti ricalare di due rampe.
In effetti questo albergo è una autentica casa-torre in cui gli spazi sono curati in modo eccellente ma striminziti – della grandeur non c'è nulla, della trionfalità è visibile la traccia nel gran gusto, nella grande eleganza degli ambienti, per esempio nei parati che foderano le stanze, nelle imbottiture delle testate dei letti, e il fiorame dei decori più che essere una memoria dei parati settecenteschi con cavalieri e damine in ambienti bucolici, come quelli che decorano il salone centrale a casa nostra, è una specie di abridgement verso il gusto vittoriano dei cugini inglesi. Molto 'cosy', di nuovo. Matt lo dichiarerebbe con ironia senza dubbio alcuno, ci scommetto.
Riassumendo, è tutto piccolo. Lo notavo su in camera poco fa.
A un certo punto sono tornato alla finestra e mi ha colpito il fatto che la strada, sotto, fosse del tutto vuota. Poi ho guardato di fronte. Gli interni mi sono sembrati anch'essi vuoti. Vergini. Mai sporcati da presenza umana. Poco più sopra, nella zona degli abbaini, le finestrelle mi sono sembrate minuscole, pertugi per l'aria di abitazioni da nani. Dietro una delle finestrelle di fronte ho visto appesa una camicia bianca – m'è parso, col colletto alla coreana. Maschile o femminile? Bisex. Non sapevo se considerare quell'unica traccia di vita umana segno buono o segno cattivo. Non ho potuto fare a meno di provare inquietudine, e vederci una sottile minaccia. Ho anche intuito che da quella posizione favorevole chiunque avesse la proprietà della camicia potrebbe guardarmi in camera senza difficoltà. Io invece potrei solo controllare la camicia e sperare di guardarci giusto il momento che qualcuno dall'interno la ritira per indossarla o riporla. Anche per questo ho deciso di scendere a telefonare ai miei per poi trattenermi nel salotto di lettura – m'è parso che la stanza m'espungesse proprio. Non sono riuscito a restarci un minuto di più.
I due Hell's Angels sono usciti, rinunciando a chiedere lumi in conciergerie perché lì c'è l'inferno. Lo stormo disordinato di anziane è costituito da turiste americane inarrendevoli. Si sono previdentemente imbalsamate in un abbigliamento antipioggia antiumido antigelo – insomma, anti. Al momento appaiono tutte mummificate nella plastica caldoumida pronta a ghiacciarsi se, come minaccia, si verificherà un capovolgimento atmosferico. Saranno tutte nubili separate o pluridivorziate, o chissà, magari vedove uxoricide. Ecco, ora le zie americane si sono predisposte a qualunque clima con le loro disperanti apparecchiature che in pochissimi minuti le uccideranno di soffocamento pur preservandole dalle intemperie: morte ma asciutte. E quel che più conta non faranno in tempo neppure a avviarsi verso Notre–Dame per finire poi a tuffarsi nell'oasi californiana della libreria Shakespeare&Co., non più situata in Rue de L'Odéon dove l'aveva spostata Sylvia Beach – e dove, Gianni m'ha raccontato, con lei James Joyce intrattenne una relazione sentimentale al punto che lei gli assicurò l'unica pubblicazione, nel 1922, dell'Ulisse, dopo che il libro era stato rifiutato dall'etichetta editoriale bloomsburiana di Virginia e Leonard Woolf,
– Vedi Mauro, in questo caso l'amore più che cieco è cecato: Joyce ha sempre avuto problemi con la vista... ormai da tempo la libreria, casa editrice e centro culturale si è spostata à la Samaritaine, ed è gestita da George Whitman, nipote del poeta Walt...
È una mia meta.
Potrei proporre alle allegre vedovelle di andarci insieme, magari a piedi. Ma la sola idea che ora costoro, in frotta, come uno stormo d'uccelli impazziti, abbiano voltato le spalle alla concierge e pigolando stiano inequivocabilmente puntando gli occhi torvi su di me come su una succulenta preda essendosi intanto mutate in rapaci carnivore mi spinge a sgusciare fuori alla chetichella.
Sono sufficientemente avvilito. Mi metto a studiare il territorio.
Rue de Verneuil è immersa nell'ombra e a fatica vi si fanno strada rare lame di luce. In più, anche dopo le incursioni del ragazzaccio col suo pesante Peugeot, non rilevo tracce di lamiere né di fusti di lampioni piegati: strano! Decido di farmi un giro progettando di mangiare magari qualcosa anche se al solito non ho alcuna fame.
In effetti su entrambi i lati tra le prevalenti botteghe di designers e mobilieri capitano ristoranti serissimi e costosi. Le vetrine, in qualche caso a giorno, cioè a tutta parete, lasciano intravedere lo spettacolo dei camerieri che volteggiano tra i tavoli senza toccare terra come altrettanti Dracula elegantissimi. Mi attirano di più i negozietti di antiquités, i brocanteurs di lusso che connotano il quartiere detto appunto Carré des Antiquaires.
Dentro a un cortile in cui mi inoltro senza vergogna scopro un Café des Ècrivains che un po' mi attira: l'idea di masticare magari un panino può andare, però poi m'avvicino di più, sbircio dentro, e mi pare che il posto grondi polvere, che abbia un'aria stantia da circolo chiuso. Nella bacheca accanto al menu c'è una locandina di appuntamenti con autori – Tè con l'Autore: ci sovrappongo subito l'immagine dei vassoi coi biscotti al burro assaggiati nelle case inglesi.
Archivio l'idea di entrarci definitivamente.
Un bel po' più avanti un'insegna segnala il Bar des Lettres, bistrot con arie da restaurant.
– Attento, Mauro!
mi ha prontamente dissuaso Gianni,
– La differenza tra un bistrot e un vero restaurant è che nel restaurant sei obbligato a ordinare la carne. E questo fa lievitare il prezzo. Del resto se non obbedisci a questa regola non scritta, non ti fanno restare, ti buttano fuori. Lo fanno per evitare gli odiati touristes...
Mi viene in mente la signora che ho visto nel restaurant coi Dracula volteggianti, seduta alla cassa con aria accigliata e compunta, tutta compresa nel suo ruolo di ristoratrice non di massa. Quasi accarezzo l'idea di andare a sedermi giusto là, a un tavolo ben esposto verso l'esterno, anche per misurare, visto che ci sono, la mia capacità, tutta innocente, di sedurre la CatherineDeneuve–tipo e imporle un'ordinazione tout à fait priva di tracce di viande che poi mostrerei in vetrina come da uno schermo televisivo ai viandanti nella nostra strada.
Comincio a penetrare il territorio, ad acquisirlo.
In pratica sono in un lussureggiante deserto: qui Gianni e Lorella, come mia madre Ilaria e Pier (Piergiorgio, il mio docente di Patologia Medica, che si è innamorato prima di me e poi di lei, cui io stesso l'ho presentato) 'ce sformerebbero', come ho appena imparato a dire a Roma – ma per me qui non c'è nulla. Ho una piccola stretta al cuore a cui cerco di non dare spago, mentre subito mi assale una punta di rabbia per il fatto di stare in un posto meraviglioso senza riuscire a goderne affatto, anzi sentendomi deragliato rispetto al corso dritto del mio destino.
Ecco, mi si è definitivamente chiuso lo stomaco. Non che non ci sia abituato. Mi capita ogni giorno.
Allora mi do al podismo – cammino parecchio. Approdo a una specie spartitraffico, un carrefour che sta al Boulevard Saint Germain des Près come la prora di una nave a una banchina di porto. Sono preso da un senso di sbarco.
Scorgo un buchetto dentro al quale, dietro al banco, armeggiano freneticamente due anziane ziette: preparano sfilatini a ripetizione spaccandoli imburrandoli e riempiendoli di jambon cru, affettato ogni volta lì per lì, sgambettando, su due piedi. Macinano lavoro a una velocità inguardabile: sembrano due macchiette di parentame campagnolo col moto perpetuo, in preda a scatti burattineschi. Questo mi allarga il cuore: la trattativa per ottenere da mangiare sarà franca di cerimonie. Poco dopo ne esco: strapazzato ma cartocciomunito.
Adesso il problema è trovare la forza di scartare lo sfilatino e aggredirlo di mandibola.
D'accordo. Qualcosa dovrò pur buttare giù. Tanto vale che mi dedichi alla masticazione lungo la via del ritorno a casa (casa?, quale casa?). Mi distrarrò riesaminando tutte quelle botteghe chiuse e ostili intanto che m'impegno a mandar giù lo sfilatino in un ragionevole numero di bocconi salati.
Comincio a sentirmi come quel ragazzo che immaginava d'essere impastoiato in una fitta rete di fili invisibili che legavano lui alla sua stanza e a tutti gli oggetti nella stanza creando un sistema di legami complessi anche tra la stanza e tutti quegli oggetti anche a prescindere da lui, il che lo obbligava a muoversi con attenzione e a fare tutta una serie di movimenti che visti dal di fuori erano assurdi poiché egli si muoveva nel vuoto, e invece per lui erano sensati perché lui era dentro la rete, non doveva squarciarla, e non doveva tirare i fili per non far cadere gli oggetti o spostarli muovendosi senza cautela. Una storia toccante che mi ha raccontato un amico.
Ma io in che modo mi lego a questi luoghi? Chi mi prega, per esempio, adesso, di tornare in albergo, come se fosse una casa quando non lo è? Io mi vedo slegato da tutto, anche se cerco di trovare un modo per appartenere se non a qualcuno almeno al luogo. Dopo questo giro a raggio corto, brevissimo, assurdamente sento l'urgenza di rientrare.
Ci fosse Cesare, ora, mi darebbe la chiave freudiana per leggere questa piccola esperienza dell'anima – ma non c'è, e io ho appena scoperto che secondo Georges Lacan a livello del trauma la libido è superata dal linguaggio, dalla sua irruzione e dalle sue torsioni. E dunque mi trovo ad essere stato un lacaniano inconsapevole: nei miei duelli con Cesare, pochi anni fa per tre anni filati, gli ho proposto il mio io sdoppiato, la copia sgargiante di me capace di costruirsi e compiere acrobazie davanti ai suoi occhi con la sola forza del linguaggio appunto – in grado di sconfiggerlo con le mie narrazioni pur mostrandomi disposto ad ascoltarlo ma poi negandolo dietro la fronte per cancellare tutte le sue superfetazioni, per tenere al riparo da esse e da lui il mio cuore puro e inviolabile, in effetti a conti fatti rimasto integro. E anche adesso farei lo stesso: animerei un mondo che non esiste con la sola forza della narrazione, costruirei un'intera esperienza per immagini con le parole.
Un anno di svolta, per me, lo scorso anno, il 1981: ho fatto progressi in ogni lingua, ho fatto l'amore per davvero per la prima volta in vita mia, è morto Lacan.

Non ricordo al momento se le ziette sul burro abbiano sparso anche qualche generoso granello di sale – sta di fatto che quel burro ha un gusto straordinario ma senza punte, un sapore forte ma rotondo, forse si tratta proprio di burro danese condito.
Boh. Lo sfilatino è buono. Direi, buonissimo. Al punto che sta sovvertendo le tenaglie gelide di poco prima in un calore energetico, come una forza motrice che ora pare mettermi le ali ai piedi.
Rientro in albergo quasi saltellando mentre rimpiango il sapore buonissimo avuto in bocca finora.
Sento proprio montare l'acquolina, e fatico a capirlo perché non è per niente un mio classico: comincio a percepire un inequivocabile senso di fame...
FAME?! Io? Com'è possibile? Ecco, ora mi si pone un vero problema. Devo masticare qualcosa.
Attraverso il salone–biblioteca indenne. Le vedove uxoricide targate US non sono nei paraggi, dei due motociclisti non c'è traccia. Nella conciergerie la dame aristocratica è stata sostituta da un ragazzo alto molto nordico: bretone?, normanno? Ci scambio parole e sorrisi sicuri, anche qualche inevitabile sbuffo, come se avessi parlato francese fin dalla nascita, come fossi un parigino nato: per forza!, è troppo più urgente il bisogno che mi spinge. Posso chiedergli la chiave senza rischi.
La bonne viziosa starà ai piani a sistemare le stanze. Se prendo l'ascensore la evito.
Già, il piano... Tornerei di corsa dal nordico a chiedere, – Monsieur, à quel étage est ma chambre?
Poi rifletto rapidamente – stanza 416: quarto piano! E dunque entro in ascensore trionfante: #4!
Appena entro in camera mi lancio sul frigobar, spalanco lo sportello che produce rumore di chincaglierie con tutte le bottigline di forti alcolici allineate al piano superiore, e cerco qualcosa di commestibile: noccioline salatini cioccolata...
Ignoro l'Evian e in preda a una scriteriata curiosità stappo una minibottiglia di Perrier, gelata certo, ma pura addizione di anidride carbonica, dunque impalpabile. Butto giù un bel sorso.
Affranto giro attorno al letto, e mi ci butto sopra a marcia indietro: la finestra è spalancata!
Ho lasciato tutto aperto! Non che abbia valori da custodire, ma certo mi sento come se fossi nudo.
Mi pare che tutti i miei oggetti siano fuori posto, come se qualcuno fosse entrato nella mia stanza mentre ero via, completamente scapato, e ci si fosse fatto un giro.
Scatto in piedi come una molla, e ricontrollo tutto. E il libro? Ecco, manca giusto La Modification!
Non posso rinunciare a sapere come va a finire!
E poi chi lo sente Gianni? Smarrirgli una simile reliquia è un delitto mostruoso. Non mi perdonerà!
Un momento, devo averlo messo al sicuro, ora che ho scoperto che non è solo un libro, non è solo un romanzetto da signora o da intellettuale, ma è lo scrigno a cielo aperto di una tappa nodale nel ruolino di marcia della storia tra Gianni e Lorella. Ho la netta sensazione di dover scoprire come va a finire il progetto di Léon Delmont di portarsi l'amante 'romana' Cécilie a Parigi abbandonando sua moglie, cioè di ufficializzare a Parigi e collocare in società un amore clandestino reso goloso dall'ambientazione nel centro storico romano, come per la tresca tra Andrea Sperelli e Elena Muti. Sento che quella fine servirà a me per capire qualcosa di più della lunga clandestinità in cui Gianni e Lorella si sono amati, imperturbabili.
Tutta la mia roba, oltre che definitivamente fuori posto in questo ambiente, mi sembra del tutto priva di valore, adesso, a fronte della perdita, inestimabile, del romanzo giusto a un passo dalla finale rivelazione.
Riapro lo zaino: non c'è. Riapro la valigia, sempre meno maneggevole: non c'è. Non c'è proprio.
Sarà stata la bonne! Che poi passerà il libro alla dame! Quelle due donne infernali!
Apro il cassetto accanto al letto, sotto la lampada, e il libro miracolosamente salta fuori.
Oddio! E se lo dico io... e tutto quel che segue.
Mi siedo sul letto, poi mi stendo lanciando il libro in aria: sono in preda a un'incontenibile felicità.
Mi sembra d'aver appena evitato di chiudere per sempre una porta che invece ora mi aprirà solidi orizzonti.
Ho tutto: il poco che ho è tutto con me. Non sono nudo. Non sono inerme. Non sono scoperto.
Salto in aria come un pupazzo a molla e assurdamente faccio un ultimo controllo. Vado a guardare dietro all'unico quadro appeso nella stanza, Le Due Sorelle, rifacimento accettabile di un Renoir: mio padre, Giovanni da tutti noi a casa detto Gianni, ora ci ricamerebbe ore: saprebbe dimostrare in quali impercettibili segni quella copia è letteralmente maldestra! Ci guardo come se il quadro celasse nello sportello inespugnabile della piccola cassaforte in dotazione alla stanza chissà quali valori, ma io non avevo nulla da nasconderci dentro.
Torno a stendermi sul letto, e divoro la fine del romanzo.
Per scoprire che il rivoluzionario borghese Léon Delmont s'è rimangiato la rivoluzione.
E retrospettivamente mi pare di dover intendere anche in modo del tutto diverso il tono e il metodo di quel narrare in seconda persona. Cioè ciò che è stato narrato è davvero accaduto?
O è solo ruminamento continuo cullato dal sottofondo dello sferragliamento del treno?
Gianni non mi dà dritte su questo. Sulla fine non ha chiosato, né ci ha appuntato di straforo dati o notizie dal mondo o dalla propria vita. Leggo solo la data di fine lettura: 1 aprile 1965.
Avrà pensato, Gianni, a un pesce d'aprile? Ci avrà associato l'idea che con questa impertinenza finale il romanzo si può dire abbia tirato a lui per primo, quasi vent'anni fa, uno scherzo? Anch'io però sono spiazzato. Non ho ricavato nessuna risposta, nessuna illuminazione. Né realistica, né metaforica.
Alla mezzafinestra di fronte, cioè dietro la finestrella dell'abbaino un paio di piani più sopra nel palazzo dirimpetto, la camicia bianca è sempre lì: appesa a una gruccia col gancio incastrato tra il bordo superiore e il montante – lasciata ad asciugare, o forse a stirarsi per forza di gravità.
Scatto su, seduto di nuovo. Riagguanto la Perrier: definitivamente imbevibile, ora è anche tiepida. Chiudo gli occhi e provo a lasciarmi andare.
Mi torna in gola il gas in cui il gran sorso di poco fa è quasi interamente consistito.
Accarezzo l'idea di abbandonarmi a quell'onda che dopotutto a volte riempie di soddisfazione.
Apro gli occhi e noto che alla finestrella di sopra la camicia non c'è più. Adesso la mezza finestra è mezza aperta e oltre si vede un buio che non svela nulla dell'interno.
Il gas è lì, in transito nella gola. Sta formando una bolla che è un vero e proprio bolo dotato di una forza d'urto vettoriale. E dunque bisognerà che esca.
Il vescovo, dopotutto parente stretto, cioè cugino, di Gianni, mi ha raccontato, un pomeriggio che è passato da noi e si è trattenuto davanti al camino nel quarto rosso sorseggiando caffè, che un cardinale era morto anni prima dopo aver sopportato dolori, in successione intercostali gastrici e addominali, terribili, per aver trattenuto all'inverosimile un rutto che in nessun caso avrebbe potuto lasciar rotolare in faccia al Santo Padre: non aveva potuto in nessun caso liberarsene.
Ora, onestamente, morire per un sorso di Perrier mi sembra un'ingiustizia pazzesca. E dunque mi predispongo a lasciar fluire la bolla di gas il più morbidamente, e sordamente, possibile fuor di bocca quando sento una vocina chiamare.
Guardo di fronte a me.
Dalla posizione orizzontale in cui sono, steso di traverso sul letto con le gambe molli e penzolanti quasi a sfiorare il pavimento, vedo l'abbaino dirimpetto, il sottotetto o piano mansarda, come fosse perfettamente allineato al mio asse visivo, quando per la verità è un paio di piani più sopra.
Dalla finestra si sporge una ragazza, e poiché si sbraccia proprio desumo sia un bel po' che chiama.
– Cou cou! Gentilhomme, s'il te plaît, regarde ici!
Che espressione le starò rivolgendo?
Lei mi sorride ma intravedo anche un inizio di corrucciamento, o una specie di vaga perplessità giusto in fondo agli occhi, e dunque mi sforzo di sorridere anche se sono infastidito. Non ho nessuna voglia d'essere importunato da una sconosciuta.
La guardo e penso,
Ma questa è la Claudia Cardinale de La Ragazza di Bube che ho visto in tv con Ilaria!
Lei ride coi suoi denti grandi e ben allineati, ha grandi occhi scuri che ridono pure e hanno anche al fondo un tratto deciso, una scurezza determinata. Ha i capelli ravviati indietro, sicuramente legati in una piccola coda, ma sulla fronte oscilla una frangetta morbida. Ha una maglietta sbracciata con collo americano. Il resto non lo vedo. È ingoiato dal vano dell'abbaino.
Mi spaventa quanto si sporge e si scalmana pur di ottenere reazioni da me.
– Ehi, le grido, fa attenzione! Rischi di cadere...
– Ma io desidero cadere!, mi risponde, entusiasta che io abbia reagito finalmente.
– Sta attenta, ti prego – vai di sotto..., sono aggrappato al davanzale in preda allo spavento.
– Che dici, mi tuffo?
– Dove?, grido un po' istericamente, che proprio non è da me.
– Tra le tue braccia!
– O Gesù!, lo penso senza dirlo, e se lo dico io... e tutto quel che segue.
– Ebbene, no. Sali tu! Vieni, t'aspetto!, è sorridentissima, allegra, ha un brillio negli occhi.
– In che senso, scusa?
– Ma sì, vieni! Sali! Ti aspetto, eh..., e richiude la finestrella.
Dentro di me considero il fatto che la ragazza non indossava la camicia prima appesa alla finestra.
E dunque non corro pericoli, ci sarà un ragazzo, il suo ragazzo, che al momento sarà avvolto nel cotone bianco, fresco di bucato e di stiraggio. In più sono costretto a riflettere sul fatto che se anche volessi accettare l'invito a salire non saprei dove dirigermi. Mi sporgo e guardo giù. Vedo un portone nero sbarrato e davanti al portone una scala a pioli aperta, piuttosto alta, abbandonata lì, sembrerebbe, da un portiere sbadato, o come minimo inefficiente. A entrambi i lati vedo due finestre e considero la possibilità di bussare a una delle due o a entrambe per attirare l'attenzione di qualcuno e farmi aprire, e sapere qualcosa di lei.
Lei, lei... ma lei chi? Ma no, via, sto fantasticando oltre il lecito. Chi la conosce, 'sta matta?
– Cou cou? Alors!? Qu'est-ce que tu fais?
– Cosa dovrei fare, di grazia?
– Viens dessus, donc! Et bien tu peux rester ici, et économiser sur l'accomodation... en plus, il est plein de vieux gens, là bas – plusieurs de croulants, n'est-ce pas?, conclude sbuffando più o meno come il ragazzaccio ore fa.
– Comment?, sono veramente a bocca aperta. Inghiottisco asciutto come un bamboccio.
– Et donc, monte! Tu dois taper 362B4 à l'interphone...
Sto per avere una crisi di nervi, uno sbotto di rabbia, quando lei si affaccia di nuovo e aggiunge,
– Souviens toi d'emporter tes bagages...
M'andrebbe di aprire il sesamo laggiù e salire fin su solo per andargliene a dire quattro.
Busserei e a brutto muso le direi,
– Ehi carina, che pensi?, che sono un tuo servo, anzi il tuo gigolo per la notte?
– Pardon mon cher, l'étage est le plus haut, le dernier hein! La porte à ta droite, prenom Sigo: ça fait pour Sigolène, qui c'est moi!
Adesso sbuffo io, quasi le rifaccio il verso in preda al nervosismo.
Nel frattempo un me automatico, del tutto irrazionale, sta radunando la mia roba ricacciandola nello zaino e in valigia senza ordine, col risultato che non si chiude più niente e della roba resta fuori. Allora metto frettolosamente mano alle buste dell'albergo per la lavanderia che trovo dove le avevo intraviste: nell'armadio, e riempio alla rinfusa pure quelle.
Scendo.
Sono imbronciato. Lo so. Ora lo vedo anche nello specchio dell'ascensore.
Non perché continui a essere nevrotico circa le avances di ... Sigo, giusto? Lei! Ma perché non vorrei proprio incontrare la dame terribile né la bonne e mettermi a spiegare che, sì, sto sloggiando, vado a vivere giusto di fronte, in faccia a loro – ecco. E così non dovrò difendermene.
Al tavolo della conciergerie vedo seduto un signore in divisa da portiere d'albergo – quale è, del resto. Un africano di mezz'età con livrea grigia e berretto rosso. Da dietro gli occhiali, puntati su un registro, solleva lo sguardo e, probabilmente per una questione di miopia, con l'indice della mano sinistra risistema gli occhiali sul naso e torna a vedere. Vado verso di lui senza poter negare che me ne sto andando,
– Vous vous en allez, Monsieur?, mi chiede con ripetitiva cortesia.
– Evidemment!, dico piccandomi, con astio esagerato.
– Vous avez eu de problèmes avec votre chambre? Est-ce que je peus faire quelque chose pour vous?
– Bien sûre!, dico mostrando la chiave. Troppo ostile! In modo esagerato. E fuori posto.
– ...et, votre chambre: quel numèro?
– Quatre cent seize, voilà ma clef... et donc je voudrais regler la note!
– Ah, mais non, Monsieur: votre note a été reglée en avance.
– Oquai, alors: adieu!
– Mais, Monsieur, s'il vous plaît il n'est pas impossible de...
L'espressione 'en avance' mi ha ripiombato nell'assurdità di questa situazione, in cui sono stato precipitato dalle 'avances' della ragazza che al momento mi attende – ehm ... Sigo, giusto?
Con passo deciso, esco indenne da infelici incontri, e vado incontro a una sconosciuta.
A Gianni dovrò spiegare come mi sono permesso di lasciare un albergo pagato senza starci dentro neppure una notte. Saranno botte? Penso proprio di no. Stavolta no. Eh no! Proprio no!
Attraverso la strada, compongo la combinazione aprisesamo sul citofono, il portone scatta: si apre. Ascensore: ultimo piano. Sono davanti alla porta alla mia destra. Non busso: la porta si apre da sola, e Sigo mi sorride. Mi lascia entrare come un pellegrino finalmente approdato al suo alloggio.
Sparisco il due settembre, per quaranta giorni.

Invito al viaggio – Simone Venditto

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Caos, rumore , frastuoni , voci, colori , affollamento coinvolgente, odori contrastanti di merende a sacco e pasti completi, vino casereccio e coca light per gli amanti della forma , capelli troppo lunghi o troppo corti,stravaganza,originalità e classicismo, giovani e anziani fusi come se il trascorrere del tempo non esistesse, come se l'involucro che avvolge le nostre anime fosse l'unico segno riconoscibile di vita vissuta , gambe e braccia attorcigliate in danze tutte differenti per esperienza e stile, movimenti sinuosi e goffi , sorrisi e pianti emozionati ed emozionanti, corse, relax, entusiasmo . Mi immersi in quel mondo variopinto , espressione di una cultura vicina nel modo e diversa nel suo manifestarsi e tutto era incredibilmente nuovo . Attraversai quel lungo stradone costeggiato da piccoli artigiani quasi come un viaggio temporale in un'epoca antica tinteggiata di modernità. Chi faceva da Cicerone mostrando alla comitiva la conoscenza dettagliata dell' evento , chi si avvicinava per chiedere indicazioni sul come e quanto ancora bisognava camminare, chi barcollava tra la gente con espressione a tratti spaesata e divertita ... io mi sentivo a casa. Raggiunta l'immensa distesa di erbetta verde decidemmo di appoggiarci in un posticino sulla sinistra per un po' senza sapere che quel posto non l 'avremmo più lasciato, almeno per quella notte. Ore 23:00 sul diario di bordo.. l'inizio tanto atteso e la fine così lontana.. Eravamo uniti e felici, abbiamo ballato ,cantato a squarciagola cercando di interpretare quel difficile ma originale dialetto,ci siamo abbracciati tra di noi e tutti insieme .. Non c'erano pregiudizi per un pantalone troppo stretto o per una maglietta sporca di pizza sul petto . Noi, gli altri ,quel piccolo mondo a parte che si era venuto a creare nel l' entroterra pugliese ci univa a prescindere dalla cultura, dal lavoro, dalle idee, dall'età, dalle origini ... fino all'alba. I piedi tremanti verso la fine, la stanchezza delle braccia, intonare un MI minore con la voce era ormai impossibile,la strada del ritorno da percorrere lunga e infinita ma niente poteva ripagare l'adrenalina di quegli attimi in cui la gioia e l'armonia mi pervase dal primo all'ultimo strato della pelle. Ogni volta che partiamo tendiamo ad accumulare oggetti in valigia in modo compulsivo quasi come segno distintivo della nostra identità..quasi per paura di lanciarci alla scoperta senza l'abbigliamento adatto.. o le scarpe comode ... Tuttavia, la vera valigia è quella preparata di corsa qualche ora prima di ritornare alla vita di tutti i giorni .. quando il viaggio è finito ... quando ,lasciando il B&B, prendiamo quella maglietta nuova acquistata lì e la fissiamo sorridendo, perché ci ha lasciato qualcosa ... quando accumuliamo tutto velocemente e corriamo al pullman .. e nonostante tutto abbiamo il tempo di voltarci indietro pensando "ritornerò". Descrivere il posto geograficamente, culturalmente, attribuirgli un'identità nell'incipit ne avrebbe deviato il senso .. La necessità era quella di lasciare spazio alle emozioni anche se chi legge non sa fino alla fine di cosa si sta parlando evitando cosi i "luoghi comuni" a favore del trasporto immaginario e sensoriale. Ma adesso posso dirlo ... quella notte era la "Notte della Taranta".

Il Duomo di Amalfi. – Mariagiovanna Prudente.

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'' Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi''. Sembra quasi impossibile che sia questa la prima cosa che mi sia balenata in mente nel vedere quell'imponente, intriso di storia e di arte, coloratissimo, caotico, gigantesco ... Duomo di Amalfi. Stare lì ad osservare quella distesa di scale. Altissima. Chissà quante persone si saranno perse e ritrovate. Lì. Proprio su quelle scale. Una vera e propria vetta da scalare . ''Avere nuovi occhi''. Ebbene sì. Proust aveva ragione. Non ricordo più l'ultima volta che ho provato una simile sensazione. Una Cattedrale con una storia infinita.. In origine, infatti, le basiliche ad Amalfi erano due. Entrambe a tre navate: la prima corrisponde al Duomo vecchio, eretto dal duca Mansone II, all'incirca attorno all'anno 1000. La seconda, invece, è stata eretta a metà del IX secolo, più ampia rispetto alla prima. In quei tempi, a quanto si narra,i due luoghi di culto venivano ad essere officiati contemporaneamente (come avveniva in tutte le chiese paleocristiane della Campania). La Basilica venne poi trasformata, nei primi decenni del XIII secolo, sotto l'arcivescovo Matteo Capuano e il cardinale Pietro Capuano. Essi unirono i due luoghi di culto in uno solo, a cinque navate. Ma fu solo in un secondo momento, tra il XVII e il XVIII secolo, che avvennero ulteriori ampliamenti e ricostruzioni, i quali le hanno conferito la veste attuale. Chissà quanta storia avrebbero da raccontare quelle statue, quelle navate, quegli affreschi, tutti quei dipinti. All'interno, c'è davvero da perdersi ... tutto suscita stupore, meraviglia, curiosità, fame di sapere, di interrogarsi e di interrogare le numerosissime guide che stanno lì: vigili, appassionate,attente, orgogliose e fiere di raccontare la ''nostra storia'' in tutte le lingue che conoscono a quei turisti, un po' spaesati forse, ma altrettanto desiderosi di saziare la loro fame di conoscenza. Proseguo. Ho voglia di continuare il mio percorso da sola. Voglio conoscere, scoprire, curiosare, sì, ma ... a modo mio. La prima, nonché inevitabile tappa, è l'interno del Duomo. Tutto in stile barocco ... colori come l'oro, il bronzato, il bianco, il blu,l'amaranto, l'azzurro, il giallo ... tutti questi ed altri ancora, fusi insieme. In maniera perfetta ... sono un tutt'uno per realizzare qualcosa di unico. Sono lì per suscitare emozioni. I marmi, bianco perlati, commessi e racchiudenti colonne antiche. Le navate sono coperte da un soffitto a cassettoni. Sull'altare maggiore, sempre in stile barocco, si trova una grande tela raffigurante ''Il martirio di sant'Andrea Apostolo'', non a caso, essendo il Santo Patrono di Amalfi, dei pescatori e dei marinai. Quasi per ricordare il ''nostro tempo'', un moderno Crocifisso ligneo dipinto al centro della sala. Sembra essere sospeso nel nulla. Senza gravità. Senza timore di cadere. Volgendo lo sguardo appena altrove, ecco le cappelle. In esse sono conservate opere di arte gotica e rinascimentale. In una si trova un gruppo ligneo raffigurante '' l'Apparizione di San Michele Arcangelo a San Felice'' ; in un'altra, c'è una '' Madonna tra San Filippo e un Vescovo''. Dettagli d'arte ovunque. Antichissimi. Colori forti, scuri, accesi,toni chiaroscurali insieme. Statue. Tante statue di personaggi importanti dell'epoca, come Vescovi, Papi o,più semplicemente, anche personaggi sconosciuti . Poi, un'altra scala. Questa volta per la zona sottostante. Un portone con una grata lavorata in ferro battuto mi conduce alla Cripta del Duomo. Colonne, absidi, affreschi di colori e dimensioni indicibili. Tanto spazio. Tanto silenzio in segno di rispetto in un tale luogo di culto che lascia riparo alle preghiere. Alla solennità. Alla tranquillità. Alla calma. Sembra davvero di trovarsi in un'epoca in cui tutto si è fermato e si ferma nello stesso momento in cui ci si sofferma, velocemente e distrattamente , ad osservare qualsiasi cosa. E ci si sente quasi in colpa per non riuscire fino in fondo a carpire il vero significato di tutto. Gli occhi si spostano troppo velocemente perché curiosi. Perché desiderosi di stampare, fotografare, imprimere nella mente, tutto ciò su cui essi si poggiano. Ma è al dir poco impossibile. Toccare il marmo freddo, intagliato, lavorato. Ascoltare il silenzio. Respirare l'odore di quegli affreschi. Assaporare ogni momento. Percepire tutti i sensi nello stesso momento ... Mi sposto. Desiderosa di continuare il mio viaggio, ed antro nella Basilica del Crocefisso. A quanto si narra, la chiesa fu eretta nell'Alto Medioevo e restaurata nel periodo barocco. Solo nel 1931 venne restaurata ulteriormente con l'eliminazione di alcune sovrastrutture barocche. Purtroppo, quasi successivamente, fu abbandonata per decenni e riaperta, con un ennesimo restauro, nel 1996. Nell'interno, a tre navate divise da colonne reggenti archi rialzati, leggermente acuti e sulle quali è posto un matroneo, sono conservate opere risalenti addirittura al periodo gotico. Sono presenti anche sarcofagi romani, ma ve ne sono pochi. In compenso, reggono la scena alcuni resti di affreschi risalenti al duecento e frammenti di mosaici provenienti dall'antica facciata della cattedrale. La maggior parte delle decorazioni, oggi, è stata trasportata all'interno del museo diocesano. Se tutto questo sembra ancora poco... l'ultima tappa è ancora più suggestiva. Si tratta dell'incantevole ''Chiostro del Paradiso'', al quale è possibile accedervi dal lato sinistro del portico. Credetemi quando vi dico che non a caso è così chiamato. C'è un lunghissimo corridoio, alla cui sinistra vi è un quadriportico con archi a sesto acuto intrecciati, tipici dell'arte arabo-normanna, sorretti da finissime colonnine abbinate, alle quali si deve il nome stesso del complesso. E' un vero e proprio angolo d'oriente nel sud Italia. Venne edificato tra il 1266 ed il 1268 dall'arcivescovo Filippo Augustariccio come cimitero per i cittadini amalfitani illustri. Ai lati del colonnato vi sono sei cappelle affrescate con resti di pitture databili al trecento raffiguranti una ''Crocifissione'' (attribuita a Roberto d'Oderisio), un ''Cristo Pantocratore'' e ''Storie dei Santi Cosma e Damiano'', e cinque sarcofagi di epoca romana (raffiguranti '' Le nozze di Peleo e Teti'' e ''Il ratto di Arianna'' ) riutilizzati nel medioevo. Altri frammenti lapidei dell'antico ambone romanico e del pavimento della cattedrale sono esposti alle pareti. Dopo essere caduto pressoché in abbandono nel XVII secolo, il Chiostro venne restaurato nel 1908 ed aperto al pubblico. Suggestivo tanto quanto sublime intravedere, attraverso gli archi, un giardino degno in tutto e per tutto di quelli puramente orientali ... fiori e piante diversissimi offrono uno spettacolo al dir poco magico, soprattutto se inebriato dal dolce profumo che ne deriva. Credo che, come diceva Ottavia Piccolo; '' uno dei motivi più belli del viaggio è la condivisione''. Io, nel mio piccolo, sono felice di averlo ''condiviso'' con voi.

Niagara. Falls - Alessio Viola

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Ora il nome del fiume non è che me lo ricordo. E non ho voglia di trovarlo su qualche motore di ricerca. I viaggi un tempo erano dewikipedizzati, era la memoria soltanto ad esercitarsi, per questo non facevo mai foto in viaggio, o filmini demenziali, non volevo perdermi i momenti, un colore una faccia un attimo di vita che ti scorre affianco.
E insomma questo fiume.
Sta a nord di Toronto, Ontario, Canada. Attraversavi un paradiso terrestre, per arrivarci. Almeno nel ricordo. La nostra meta erano le cascate del Niagara, a solo un paio d'ore di macchina da dove eravamo. Era programmata per la sera del sabato, la gita, ma decidemmo che prima saremmo andati nella riserva Irochese che si trova appunto a nord, un giro largo diciamo, nella contea di Hamilton credo. Avevo insistito. Nella comunità d'italiani dove mi trovavo ospite, nessuno ci era mai stato. Come se oggi un amico arrivato dal Canada in Italia proponesse di andare a visitare un centro per immigrati, chessò un cie, posti simili. Nessuno di quegli italiani ci era mai andato, che te lo dico a fare. Ci sconsigliarono, ci supplicarono, ma io e il mio compagno di viaggio decidemmo: si andava nella riserva indiana, e da lì saremmo tornati poi a sud verso le cascate. Troppo forte la voglia di conoscere quel mondo, gli indiani che avevano popolato tanta parte della mia infanzia dalle strisce orizzontali dei fumetti di Blek Macigno e Capitan Miki. E chi se li perdeva. A rendere definitivo il mio desiderio era poi la macchina del ragazzo, il figlio della famiglia ospitante che sarebbe venuto con me: una Ford Mustang nera del '78, che poi li devono sempre dire l'anno delle macchine, e che era letteratura pura, e solo a nominarla ti sentivi on the road e maledetto come un poeta degli anni '50. Non potevo farmi sfuggire questa occasione. Il nome del ragazzo figlio d'immigrati baresi, Jack Buonamico, era poi la summa della nomenclatura mafiosa da leggenda anche se su un ragazzo timido, di poche parole, studente d'ingegneria, pensa. Dormivo nella sua stanza che stava sopra una grande sala da ballo, Isabella Ballroom, con tutto quello che può significare vivere in un posto così.
Partimmo come fossimo volontari per la guerra d'Africa, accompagnati da raccomandazioni, sguardi tristi e preghiere mute al signore dei viaggiatori.
Il fiume era grande, per dire più del Po, ma da quelle parti era considerato poco più che un ruscello, almeno così ci sembrò a giudicare da come fossero rari e piccoli i cartelli di segnalazione. Sulla riva, un vecchio. Anzi, un vecchio indiano. Se ne stava lì, guardava l'acqua, si capiva che il suo lavoro doveva essere il traghettatore. Almeno, una chiatta legata ad una grossa fune agganciata ad un cavo che attraversava le due sponde così sembrava raccontare. Avevamo indovinato, era un traghettatore. Ovviamente ci facemmo addosso tutto il repertorio di battute su Dante Caronte ed ogni altra cazzata possibile. Ad alta voce, davanti al vecchio che ci guardava. Non gliene fotteva niente di quello che dicevamo, era evidente. Stava zitto e ci guardava.
Giaccone a scacchi grandi rossi e neri, la memoria non digitale almeno conserva bene i colori. Cappello scuro di quelli col paraorecchie legato in cima, per nostra fortuna non indossava quegli odiosi berrettini da baseball. Gli chiedemmo in inglese come si chiamava il fiume. Silenzio. Allora provammo a chiedere come si chiamava lui. Sdegnato silenzio. E il posto dove eravamo? Niente di niente. La riserva irochese? Non si può definire un sorriso nemmeno nel ricordo, quello che si stese con difficoltà fra le rughe secce e bruciacchiate che ne disegnavano il volto. Sicuramente non lo era. Parlò piano, e dio solo sa cosa disse. Parlò anche a lungo, forse superò i due minuti, doveva essere uno dei discorsi più lunghi della sua vita. Indicò l'altra sponda con gesto consapevole, doveva aver visto i film revisionisti sugli indiani, sapeva di avere un ruolo da svolgere. E insomma non posso sfuggire alla retorica: era ieratico sì, so che chi legge se lo aspetta. Solenne come un capo indiano, ecco. Sembrava di capire che la riserva iniziasse dopo il fiume, sull'altra riva. Ci fece cenno di salire con la macchina sulla chiatta. Operazione non del tutto semplice, non è esattamente come parcheggiare per le strade di Bari. Una volta sopra, un sistema primitivo di carrucole e tiranti ci spinse piano dall'altra parte. Ci spiegò durante la traversata che una volta finita la visita lo avremmo trovato lì per riportarci indietro. Almeno così sperammo che fosse il senso delle cose che ci disse.

Welcome in the Iroqui People federal reserve, nel ricordo il cartello sbiadito doveva dire così, credo. Cartello enorme, con disegni tribali scoloriti a fare da contorno, scrostato, un patetico paio di corna di qualche animale a sovrastarlo ed accentuarne la tristezza. L'allegria andò di colpo a farsi fottere.
La strada era piatta e improvvisamente immersa nel vuoto, l'unica strada di quel paese immensamente pieno di alberi che attraversasse una landa pietrosa e senza verde. Ci eravamo lasciati il paradiso alle spalle. Procedevamo lentamente. Guardarsi intorno era sfogliare un catalogo ingiallito di tristezze etniche sociali antropologiche. Anche questo, un film. Vecchie macchine abbandonate ai lati della strada, come messe lì da uno scenografo hollywoodiano a disegnare il set di un film di Wenders o di Tarantino, o magari di Dennis Hopper. Anzi, di Hopper e basta, il pittore delle solitudini americane. Non c'erano cactus, eravamo a latitudini senza piante grasse. Paesaggio deprimente. Un lago che strisciava lungo la strada era la negazione della lussuria di certi laghi alpini, senza verde intorno, o di altri laghi canadesi che avevamo incontrato, macchie di acqua in mezzo a foreste da togliere il respiro. Strada scassata, non s'incrociavano altre auto. Percorremmo un po' di chilometri, la conversazione era prossima allo zero. Che altro ci si può dire attraversando la desolazione da parte a parte?
Tutto quello che credevamo di sapere sul viaggio stava svanendo su quella striscia di cemento mista ad erbacce secche. Dritta, solitaria, ineluttabile. C'era solo la strada. Cominciarono a comparire anche le case. Oddio, case. Distanti dalla strada, quasi messe lì con un moto di vergogna, lontane da uno sguardo diretto ed indagatore di chi si trovasse a passare. Non ne vedevi una che fosse sana. Tetti sfondati, macchine parcheggiate intorno insieme a trattori bidoni di benzina vuoti steccati che dovevano aver contenuto cavalli un tempo desolazione spalmata come uno strato di ketchup decolorato di cui fosse rimasto solo l'appiccicaticcio su quel paesaggio. Una merda di posto.
La vista di una specie di villaggio in cui stavamo arrivando non fu di conforto. Confermò anzi i sospetti su come dovesse essere, quando ci arrivammo. Poche case, poche macchine, poche persone, poca vita, nessuna felicità. Che accidenti ci stavamo a fare lì.
I pochi indiani in giro ci guardavano con indifferenza ostile, i soliti bianchi del cazzo che vengono a provare il brivido della riserva per fortuna senza macchina fotografica, sembravano dire i loro sguardi. Ti passa la voglia di raccontare le cose, senza retorica e colore, anche dopo quasi 35 anni. Allora niente occhi scuri e a mandorla, niente trecce e copricapi strani, non vestiti esotici e cinturoni dalle fibbie decorate, nessun cavallo e neanche cani che abbaiano allo straniero. E naturalmente non c'erano bambini che corressero dietro alla nostra macchina, ce n'erano un gruppetto di quattro o cinque seduti sui gradini di una casa, silenziosi, ci guardavano come gli abitanti della luna devono aver guardato Armstrong durante i suoi primi passi tra i vulcani e le rocce. Che diavolo cerca qui. Niente saloon e "store" di alcunchè, solo tristi disegni tribali e cavalli raffigurati senza cura. Un fottuto posto del nulla, ecco dove stavamo consumando il nostro viaggio.

Decidemmo senza parlare di tornare indietro, non valeva la pena spenderci neanche un minuto di più in quel posto.
Non è vero che dovunque si vada poi si ritorna sempre e comunque arricchiti. Che il viaggio in quanto tale ti apre nuove dimensioni e frontiere, ti fa tornare indietro migliore di come eri quando sei partito. Sentivo che quel viaggio nella riserva era una cosa inutile, semplicemente. Peggio che brutta dunque.
In fondo alla strada uno spiazzo per fare inversione di marcia.
La manovra ci rivela una casa. Isolata da tutte le altre costruzioni, una mezza capanna. "Iroqui gift" diceva l'insegna. Ci guardiamo con Jack (ogni volta che lo scrivo penso che gli invidierò quel nome fin che campo), decidiamo che si, fermiamoci in questo posto, vediamo se riusciamo a trovare qualcosa che valga la pena del viaggio.
La capanna era piccola, un misto tra le case classiche del west e una tenda indiana da film, si entrava da un ingresso di pelli e teli stesi e legati a mo' di pensilina per finire in un salone neanche tanto grande stracolmo di tutto quello che un turista può immaginare se pensa ad un regalo da portare via da una riserva indiana.
Muri in pietra e legno, un odore forte che ti saltava in gola di pelli secche muffa naftalina cotone grezzo e sacchi di juta. Al centro, un omone che aveva studiato tutti i film di John Wayne, e si atteggiava a capo di una qualche tribù. Cappello di piume come da manuale, trecce nere lungo il collo, vestito di pelle scamosciata, pieno di collane penne e ninnoli di ogni tipo. Imbarazzante.
Ci guardammo intorno. Mucchi di robe appese o per terra su pelli di animali. Copricapi da indiano di ogni foggia e colore, giacche e gilet di pelle lavorata con inserti di lustrini e cazzatine colorate, mocassini in pelle che sembravano niente male a dire il vero, cinture e cinturoni, coltelli di ogni dimensione in foderi di pelle decorata, e corna di cervo e altri animali cornuti da appendere alle pareti, giacche con lunghe frange sulle maniche, camice di lino ricamate con bordi colorati....collane bracciali orecchini...sembrava di essere entrati nel sogno di un hippie californiano alla metà degli anni '60, solo che non si sentivano i Mamas & Papas in sottofondo.
"lookin' for a gift?"
"no per un trattato di filosofia teoretica"
"taliani?"
"e figuriamoci se non ci sgamava subito"
Il capo si fece di colpo cordiale. Ci disse in inglese che era stato in Italia da ragazzo, ad Aviano, base aerea americana. Dopo un po' perse per miracolo quel tono gutturale che aveva all'inizio, parlava un inglese fluido come chi ha svolto buoni studi. E insomma sì, aveva fatto il professore confessò. E ti pareva.
E poi aveva scelto la vita nella riserva per stare vicino ai suoi, e naturalmente si era fottuto col bere come tutti nella sua tribù, cosa che faceva ancora tranquillamente mentre parlava con noi, senza neanche il pudico sacchetto di carta con cui si nasconde la bottiglia da quelle parti. Sempre più imbarazzante. Tentammo qualche ridicolo discorso politicamente corretto, sulle minoranze i diritti e tutte quelle cazzate. Lui ci guardava indeciso se ridere o mandarci affanculo.
"Business. Just business" sentenziò, con un gesto largo della mano ad abbracciare il cumulo di fetenzie per turisti che esponeva. E vendeva, aggiunse, disse di averne altre tre di quelle botteghe, a Banff, dove c'era il resto della sua famiglia che le gestiva, e che dovevamo assolutamente andarci, era il posto giusto da visitare. Dall'altra parte del Canada, ci spiegò. Facile. Una catena di negozi insomma, e questo dove ci trovavamo non sembrava essere il pezzo pregiato dell'impresa. In realtà non capimmo molto di quello che faceva in affari, sempre a proposito della memoria volatile non fissata in foto o appunti. Un viaggio è anche interpretare a modo tuo quello che ti dicono, ma l'esegesi dei discorsi del capo indiano non rientrava tra le mie attività preferite.
Comprammo due paia di mocassini a testa, quelli davvero valevano la pena. E poi un mucchio di collane, orecchini, bracciali, anelli, e insomma perline e specchietti, una nemesi perfetta di quello che era accaduto qualche secolo prima tra i suoi antenati e i nostri, i conquistadores. Ora noi ci caricavamo di un pacco di mercanzie che avrebbero permesso a Colombo Velazquez o Pizarro di acquistare mezzo continente. Stragi di indios a parte, of course.
L'uomo ci parlò ancora, mai sentito in vita mia una voce più triste, vuota, delusa eppure ancora attaccata non ad un orgoglio razziale di cui non dava nessuna manifestazione, ma alla speranza che il business risolvesse i suoi problemi. Ci intristimmo come turisti che arrivano a capo nord e trovano solo bancarelle con magnetini da frigo come souvenir. Un viaggio buttato, ecco.
Pagammo, salutammo l'uomo, grandi sorrisi e grandi auguri in lingua irochese, almeno sembrava che così fosse, vai a capire cosa ci lanciò dietro. Peccato.
Tornammo indietro velocemente, il paesaggio era rimasto lo stesso, non valeva la pena di guardarlo ancora.
Ad attenderci, il vecchio indiano Caronte.
L'uomo sembrava aspettasse di consumare una sua vendetta personale. Ci guardò con aria soddisfatta e sfottente, della serie allora? Vi ha emozionato la riserva? Avete incontrato i famosi pellerossa? Ora siete indignati a dovere per il destino che l'uomo bianco ha loro riservato? In realtà le parole che borbottò bastavano sì e no a formulare la prima domanda, nel caso l'avesse fatta. Ma tanto non avevamo risposte, ammesso che avessimo voluto mai rispondergli. Arrivammo dall'altra parte, la tristezza poi ci avvolse come sciroppo d'acero, nessuna voglia di commentare tra di noi, figuriamoci con quel vecchiaccio che ormai mostrava senza pudori tutto il suo disprezzo nei nostri confronti. Disse ancora qualche altra mezza frase, dopo che fummo sulla terraferma. Cose tipo ma che diavolo andate facendo in giro, i viaggiatori che vanno per il mondo a guardare le tristezze dei popoli mi stanno sulle palle. Sentivo che aveva ragione. Mai sopportato questo tipo di viaggiatori. Come chi va in India, quella vera, o in Africa, o in tutti i sud del mondo disperati, fottuti, senza futuro, senza infanzia e gioventù. Cosa cazzo andate a vedere, l'inferno da cui siete sfuggiti solo perché siete nati nella pancia grassa dell'occidente? Vi diverte guardare nell'abisso così poi tornate sui vostri divani e ve la godete come i pazzi, bicchieri panciuti di rossi in purezza che non sia mai non lo fossero? Sono sicuro che disse queste cose quasi alla lettera. Più o meno.
Restava da andare alle Niagara Falls, a quel punto.

Rientrammo verso Toronto, era quasi il tramonto ormai. L'idea era di farsi tutta una tirata ed arrivarci magari di sera tardi, prendere una stanza in quei motel sulla strada e al mattina dopo andare sotto le cascate.
La Mustang sembrava reclamare un percorso degno del suo rango. Non era un mezzo di trasporto come gli altri. E l'avventura di quel giorno nel nulla della desolazione indiana sembrava avesse segnato anche lei. Incominciammo una via crucis alcolica on the road, le stazioni erano i bar segnalati dalle insegne più sgargianti, pacchiane, americane che vedevamo. Ti fermavi, ti sedevi al banco, ordinavi da bere e ti veniva in mente quel posto. Nel bagagliaio dell'auto pacchi silenziosi di cianfrusaglie aspettavano di essere aperti e di riportarci in quella dimensione fuori dal mondo, il non luogo assoluto. Era come se stessi matabolizzando l'esperienza, filtrandola attraverso il catalizzatore alcolico, un bolo da ruminante che incominciava a risalirmi lentamente in gola. In questo aiutato con vigore dal Canadian Club, un whisky che se ne fotte dei migliori scotch e compete da par suo con gli irlandesi, che sono cosa degna, l'uno e gli altri, di rimanere consumi di nicchia, per fortuna.
A metà strada entrammo in uno strip bar. Luci schiattate, musica tipo Gino Vannelli che era il divo del momento lassù, ritmi violenti per spettacoli aggressivi, cattivi. Il palo che domina la scena, e ragazze che si alternavano a quello strumento che porta con sé fin troppo evidente la simbologia della schiavitù di genere. Ma questa non è il tipo di riflessione che uno è abilitato a fare, se sta in uno strip bar. Bevemmo ancora, e anche di più. La masse di cubetti di ghiaccio in cui affogano i liquori fortunatamente riusciva a diluire l'alcol, ma decisamente la nostra resistenza era ormai allo stremo. Era tardi, molto. Le Niagara sembravano maledettamente lontane. Le ragazze che si alternavano sul palco e fra i tavoli, topless clamorosi a sfiorarti il viso dietro vassoi con i bicchieri colmi, erano la perfetta rappresentazione del politically correct applicato allo strip tease: c'erano bionde nordamericane paffute e cinesi pallide, scure orientali thailandesi e nere afro cubane, bionde scandinave e brune sudamericane. Alla fine, annunciata da un battito ritmico e classico di tamburi lontani da film western entrò in pista presentata come la squaw più bella del Canada una vera autentica indiana pellerossa.
Cazzo. Era la fine indecorosa di una giornata dimenticabile, la conclusione di un viaggio che era l'antiviaggio, la spinta a rinchiudersi in casa e non uscirne mai più. La ragazza indossava ovviamente un copricapo di piume colorate, portava vestiti di pelle sfrangiati, mocassini ai piedi ed era coperta di tutta quella chincaglieria di cui ci eravamo approvvigionati, i souvenir della desolazione da portare a casa a decorare un corpo che era merce per bavosi come noi. Se li tolse uno alla volta, rimanendo attaccata al palo e mimando quelle che dovevano essere secondo il suo improbabile scenografo le mosse di una vittima legata ad un qualche totem sacrificale. Ora, a parte che in genere gli indiani legavano, non erano legati, lo spettacolo era di una straziante dolorosa sensualità. Quella ragazza pellerossa era bellissima, sotto i riflettori che la illuminavano. Tolse anche il copricapo, rimase solo con una collana di ossi colorati di qualche animale legati fra di loro con una striscia di pelle, rossi bianchi gialli. Si fermò. Guardò il pubblico. Ci voltò le spalle. Solo in quel momento riuscii a vedere quell'andatura dignitosa, solenne, orgogliosa della sua razza di cui è stracolma tutta la cattiva letteratura e la pessima cinematografia. Un culo clamoroso portato con la dignità di una nobildonna rinascimentale. Mi vergognai come raramente nella mia vita a pensarlo.
Uscire e ritornare in macchina fu complicato. Dribblare ragazze che ti propongono un dopo serata fuori, con anticipi consistenti lanciati li al momento di pagare il conto non è impresa facile. Ma essere ubriachi aiuta molto, devi tenere a bada la bestia che ti azzanna i polpacci e ti fa vacillare. Arrivammo alla Mustang, trovare la serratura ed aprire, sedersi mettere in moto e partire fu impresa al cui confronto la marcia dell'esercito napoleonico nella steppa russa era stata una passeggiata di salute.
Percorremmo coperti dal manto degli Dei protettori dei pellerossa pietosi le poche centinaia di metri che separavano il locale dal motel accanto, che avevamo prenotato tanto tempo prima, quando eravamo sobri. Jack fermò l'auto nel cortile a ferro di cavallo con le porte tutte uguali affacciate verso le macchine, i numeri ben in vista, grandi, eravamo davanti alla 214, restammo seduti, senza parlare. Una giornata di merda come nessun'altra prima. Jack accese la radio. Per fortuna c'era Joni Mitchell a ricordarci di essere canadese.
"che giornata del cazzo"
"puoi dirlo fratello. Shit"
"e domani?"
"ce ne torniamo indietro, domani. Affanculo le cascate. Potrebbe andare anche peggio di oggi"
Non ricordo se questa conversazione avvenne realmente ed esattamente in questi termini. La mattina dopo il proprietario del motel ci svegliò bussando ai finestrini, avevamo una stanza da pagare anche se non ci avevamo dormito.
Non ho mai visto le cascate del Niagara.

Alessio Viola

"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.