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Il mediatore

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In un “tempo di transizione”, come lo definisce Paolo Grossi, lungo più di un secolo (che “breve” non è, con buona pace dello storico britannico Eric Hobsbawm), accadono vicende contorte, contraddittorie e conflittuali. Tali vicende inducono a sollecitazioni nel cui campo d’azione regna sovrano Hermes e la sua “ermeneutica” che, come scienza dell’interpretazione, si fonda su un’istanza possente di mediazione (si pensi al saggio di Günter Figal, Ermeneutica come filosofia della mediazione, in Iride, 2/2000, p. 305 ss.), soprattutto in presenza di una forte spinta al progresso tecnico-scientifico (come aveva già intuito Carlo Cattaneo nel 1839, in occasione della presentazione del periodico “Il Politecnico”). Non a caso, nel film muto Metropolis di Friz Lang, che si proietta in un futuro distopico lungo un secolo, si profetizza da parte di Maria, protagonista iconica dell’opera, l’avvento di un “mediatore”, figura salvifica che sembra riuscire a riscattare un sogno di giustizia che si nutre del cambiamento. Il tema della mediazione è profondamente radicato nella cultura occidentale, a partire dalla tragedia greca (Antigone, Edipo) e da quel modello di giustizia conciliativa di cui parlano oggi autori come Cartabia, Violante, Zagrebelsky e Ciaramelli. Il giudizio è uno spazio agonico che alimenta contrapposizioni senza risolverle (il “giudizio” di Paride, narrato dalla mitologia, genera una guerra e un’interminabile serie di eventi avversi), se non mediante un atto improvviso e sproporzionato costituito dalla sentenza e dal giudicato (Paolo De Angelis), quando si mette a tacere una dicotomia generando divisioni ancora più profonde. Mediare consente di scorgere affinità culturali che vanno assecondate e poste in tensione. Fede, speranza e carità sono atti esegetici (Sant’Agostino). Andiamo oltre la “superficie” delle cose (lo dice Lady Gaga nella bellissima Shallow). Il diritto ha costruito una casa che è andata distrutta da coloro che l’abitavano, è divenuto un ordo sterile, privo della forza necessaria per governare la società se la società non è unita da una più grande forza morale, solidale. Bisogna prendere coraggiosamente atto che la casa non c’è più, uscire da quel luogo di rovina e intraprendere un nuovo cammino. Dopo aver fatto patire coloro che consegnavano il pane da dividere della verità con la loro testimonianza di vita che abbiamo giudicato esser solo un fascicolo polveroso, è venuto il momento di avvicinare le parole dissipate al respiro di una regola differenziata, una regola della tradizione, una regola morale, alla quale affidare il compito risolutivo di non decidere ma di rendere giustizia attraverso il dialogo, la mediazione. Solo il pensiero di tanti, in accordo con quello di tanti altri, potrà rigenerarsi. Dobbiamo cedere alla tentazione della poesia. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.