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Canzone di primavera

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Come ogni tentazione mi viene da cantare una canzone. Una canzone d’avventura, appoggiato a una parete del faro abbandonato, dopo l’argine e gli scogli, le gambe penzoloni nel vuoto, le mani a catturar l’aria dei copiosissimi fogli. Star fermi, inermi, col piacere del vento nei calzoni, dove sorvolano aquile di grandi proporzioni.

Se dovessi morire in un giorno così, con gli uccelli canterini sugli alberi di primavera, penso che neppure la tua mano mi basterebbe a dire addio al mondo con animo sicuro. Mi limiterò all'offerta formativa del corpo in decomposizione in una cassa di zinco, mentre si sveglia il sole per tutti quanti gli altri che avrò per sempre lasciato. Preferirei un giorno grigio senza troppa vergogna di pioggia, con ingombro di ombrelli, che per darsi un bacio fuori la chiesa non sono mai comodi. Allora tu dici questo: amava il sole, non per il suo alito caldo ma per quella musica dei fiori lungo i rami che solo un certo sole di primavera sa intonare. E saprai di avermi reso onore. Ai bambini piace correr fuori mentre il mondo risuona dei loro passi perduti nei giardini di primavera. Perché noi privilegiati, noi occidentali opulenti del secondo dopoguerra, oggi sudditi, resi inconsapevoli dal martirio al quale siamo sottoposti, abbiamo avuto il privilegio di cercare il nostro mondo interiore in tamponi d’ovatta. Cloroformio, elisir di giovinezza.

Il nostro destino non è individuale ma vasto e collettivo. Ci si salva tutti o nessuno. Il discorso appartato non regge più. Buona è la primavera di tutti, officina spinoziana per l’etica della vita, un bene mal distribuito da ricomporre, oltre natura. Questa primavera ultronea, spaziosa d’interstizi, isoscele, ascolta Raffaele Viviani cantare.

Era qui, a due passi da me, lo stabiese, davanti a un mare di cristallo sul quale non riusciva a camminare dal dopoguerra, con le marionette delle mani davanti a porta San Gennaro che s’azzuffavano per arrivare a toccare l’impasto della tragedia. Un sorridente crocevia lo attendeva sui fianchi del porto, dov’era un sorvolo d’aquile mai viste prima da queste parti: la Napoli dolorosa che ho amato, immensamente amato, senza poter far niente per cambiarla, migliorarla o solo per vederla meno maltrattata.

I fogli volanti appartengono all’incompiuto. Morire e lasciarli fittamente redatti. Tra macchie di caffè, la domenica delle palme e Gerolamini pensosi nel chiostro delle arance. La Napoli di Viviani si è scavata una fossa comune dove seppellire gli sguardi, ascolta un’eco e si volge nella direzione del vuoto, come l’Angelo di Klee.

Nel tempo mortificato della storia i programmi scolastici cancellano la memoria, si guarda in avanti, a un futuro irredimibile, dimenticando che l’Angelus Novus lo porta sulle spalle, in forma d’ali impagliate. Vorrei incontrare il mio angelo a un posto di frontiera spagnola per dirgli che nulla è perduto, giunge ancora la primavera, intatta. Nella valigia nera di Walter Benjamin c’è un manoscritto di fogli volanti. Perduti nei giardini di primavera. Come una canzone.

 

 

Commenti   

# RE: Canzone di primaveraMaria 2016-03-21 19:42
La lettera, in ebraico, è luce e recipiente: la luce cosmica, or, diventa ot, segnale. Ogni ot, lettera e segno, è una radice che ha una sua collocazione nel creato. La lettera è il sigillo e anche la chiave, la conoscenza e anche la via per arrivarci. Le aquile conoscono il segreto della luce del faro abbandonato, della regola e dell’imprevisto. I fogli di Benjamin con destinazione ignota hanno ora parole alate, svelate e velate, intangibili e manifeste. Risuona la tua nota nell’universo. Ricorda la sorgente.

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.