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Lu

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Ci rincorrevamo nel bosco, come foglie secche. Eravamo il cielo le acque il movimento. Nuvole alte. Il rimpianto. Nessuno poteva raggiungerci. Per tremila giorni avevamo parlato, senza interruzione, anni molti anni dopo la tua morte. “Il miracolo esiste”. Un tuono nella mia mente, lo scoppio di un petardo, una festa.

Eravamo gli ospiti di una tua lezione, le parole segrete di una preghiera, Dio che spianava le montagna, perché un fiume di misericordia e giustizia s’infrangesse su di noi, nella veste imperterrita, nello scivolamento della veste, nel tuffo dell’invisibilità.

Non posso smettere di parlare di ciò che intendo, di ciò che conosco, il buio più sinistro addensa la mia anima in un pulviscolo di suoni beffardi, pari al nulla. Questo coperchio di fili incollati al circuito scuote il mio dolore fino al solido ratto dei ricordi, che in te trovano nuova linfa e prendono a scrivere con mano sicura.

Annota Camus: “Dal vento della sera alla mano che si posa sulla mia spalla, ogni cosa ha la propria verità”. Basta dimensionarsi, ricondurre l’esperienza ai propri limiti. Fare di te una sorpresa. Non vi è compiacimento in questo. Il compiacimento dell’uno all’altro è il metterlo a parte di cose alle quali egli non è interessato. Dinanzi a questa sfida assurda, ci sono due modi: opporsi con forza, ribellarsi con violenza o decadere alla condizione servile dell’assecondare quel che non si conosce e non si vuol conoscere, come se la sfida fosse tra giganti ignoti. Io e te non siamo i designatori degli arbitri imparziali, noi scendiamo in campo, amiamo. La nostra squadra gioca.

Il gran salto è il torrente nel quale ti ho scorta, in quella “serietà chiarificante” di una letteratura dell’emozione che cade dall’alto come una cascata. Non si vuol vedere la forma conferita dagli occhi al vedere. Tutti si richiudono in un riserbo inquietante.

Carissima Lu, abbiamo voluto toccare l’area ardente della vita per provarne dolore. Ora siamo gli opposti che lambiscono le tenuità, l’olfatto dei fiori luminescenti.

Dio esiste per quel fiocco di sole che annoda i sogni rimasti, per quella spinta interiore che arriva sulle sedie della materialità e le fa traballare, per quel volano d’aureola che mettiamo nei luoghi spogli della terra come un’epifania del significato.

Tu queste cose le sai, è inutile insegnartele. Non si può morire lontano dalla famiglia ricomposta, in cui ciascuno di noi partecipa al desco della domenica con l’aria svagata di chi cerca una qualche collocazione nella vita propria e altrui. La morte fluisce.

Con te non ho mai pianto. Vorrei che fosse accaduto. Accadrà. Davanti a un banco di frutta e verdura del mercato che preferivi, davanti al mare del tuo balcone o nell’ombra, dove i crisantemi fioriscono e le ghirlande sembrano candele irrequiete.

Le azioni umane hanno una doppia gestualità: l’una assertiva, identitaria, l’altra più ridondante, per certi aspetti remota, che attiene ai tipi della purificazione. Mentre si vive, con una partecipazione emotiva più o meno riconosciuta, si compie un gesto che libera dai pesi precedenti. Può essere una muta parola o un silenzioso colloquio con se stessi, e con le persone in grado di ascoltare. Va dismesso, per la dignità, un tentativo di accomodamento. Tu questo lo sai, tu che hai sofferto indicibilmente.

Nel vivere si muore e questa esperienza è un atto consueto, che si sceglie di compiere, non per morire ma per entrare nel tempo della propria vita e adattarla al cambiamento di cui disponiamo, e mettiamo in pratica, senza consenso ma con coscienza, l’illuminata ampiezza del tempo segnato dal distacco. Un tempo fuor di sesto, direbbe la letteratura. Un tempo grondante d’illazioni che l’uomo dipana. Non l’uomo astratto. No. Quello concreto, che ha vissuto il dolore, la morte, l’eternità. 

L’umanista scozzese del sedicesimo secolo George Buchanan scrive in una sua poesia, come casa di fiaba fuori dal bosco alla quale tornare: “pavida veritas fugit”.

La storia umana uccide la speranza. Oggi c’è un fiocco di sole sopra il dono che sei.

 

 

Commenti   

# RE: LuMaria 2016-01-18 09:11
«Mia cara, nel bel mezzo dell’odio ho scoperto in me un invincibile amore. Nel bel mezzo delle lacrime ho scoperto in me un invincibile sorriso. Nel bel mezzo del caos ho scoperto in me un’ invincibile tranquillità. Ho compreso, infine, che nel mezzo dell’inverno vi era in me un’invincibile estate. E ciò mi rende felice». Camus

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.