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Il padre

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Il padre, proprio lui, le mani ossute, sistemate nelle tasche della completezza. Ci si vede meglio ad occhi chiusi, quando la canoa di un ragazzo accaldato scivola nel respiro come una sciarpa sul collo. Il padre ha una giacca più larga delle sue spalle canute e una cravatta più vuota delle sue viscere, quelle spalle su cui nessun figlio ha avuto il tempo di piangere. Tener fede alla fede era il suo motto. Non dava segni di debolezza, avrebbe voluto mutare le cose del mondo solo mutando se stesso. Un ciliegio fumava le foglie che, come d’incanto, tornavano a spuntare a ogni nuova stagione. Ed egli faceva come il padre, di poche parole, nella vita al massimo dieci ne aveva pronunciate, ostinatamente devote alla moglie, più giovane di molti anni, morto quando la morte di lei ne aveva pronunciato il nome. Ci si vede meglio a occhi chiusi, deve aver pensato. Bisogna non temere che accada l’irreparabile, tanto accadrà. Il padre dell’ultima volta al tavolo di un’osteria di frontiera, tra il magone, l’ossequio e le altre ciance d’inutile resistenza. Ci si conclude, a volte, come un’epitome alla fine di una storia troppo lunga per essere narrata (neanche Livio ci sarebbe riuscito). Non per separare i contendenti di un conflitto ma per giacere l’aspro tumulto nella distesa corporatura liberata. Non deve aver pensato ad altro che a morire, messo in un vano di tappezzeria lisa. Aveva ragione il suo vecchio. “Le parole … sono le grandi nemiche del reale”, scriveva in esordio al romanzo Sotto gli occhi dell’Occidente, pubblicato nel 1911, il convulso navigatore polacco, scrittore anglicizzato Joseph Conrad, che al padre Apollo, rivoluzionario che nessuno ricorda come poeta e drammaturgo, traduttore di Shakespeare e Hugo, aveva dovuto rinunciare da piccolo, dopo il lungo esilio zarista. Le parole di cui scrive Conrad si fanno rade quando sembra impossibile “creare ad uso del lettore la personalità dell’uomo”. L’impedimento è l’immaginazione della realtà, che esiste senza essere immaginata.

Stupor mundi. Essere portati in trionfo dopo una pugna vittoriosa o deglutire l’anima del sole per ogni raggio che vivifica. Scorrere oltre il punto di oggi, con la genuina volontà del seguito. “Stupore” perché “ciò che è stato vivo e ciò che è sempre stato materia inerte possano meravigliosamente coesistere” (Maria Luperini, Oltre mare). Vi è un sole secondario, una conca di mandorle amare rivolta a se stessa, capovolta, che si stringe attorno alla fune dei ponti, tra passato e futuro, una fune oscillante nella profondità degli occhi per gli occhi (chiusi). La morte insuperabile della vita e la vita insuperabile della morte! “Non ho mai smesso di volare. Il volo mi ha portato lontano. Da te. Fino a te”. Il sogno continuo che tu possa tornare, apparire seduto, con le mani ossute sulle gambe accavallate, come per completezza. “Rivolgimi il saluto dei palmi aperti, allarga gli spazi che mi si restringono e io vi poggerò la testa delle lacrime senza freno.”

La vita degli uomini è un modo d’allontanarsi, trattenersi per distrazione, una forma d’allungamento della prospettiva, anime ammonite dalla certezza di un riscatto famelico, contro natura. Fino a perdita d’occhi (chiusi). Un infinito costipato nella dispensa del finito. Un modo d’illudersi che non ci si perde, che nell’infinito sotto chiave, a comando, tutto torna. Anche l’amore paterno, dal quale ci si aspetta un saluto. Tuttavia, al punto in cui siamo arrivati la sosta non è consentita. Ma cosa inseguiamo? La morte è ad un passo da noi. Sempre. Con la sua maschera caduta, il volto cangiante. Il nostro volto nello specchio deformato. Questo inseguiamo: la scomparsa. Capita di sentirsi immuni da cose di cui si è affetti. Liberi e senza via d’uscita. Quale illusione ci spinge a credere nel nostro dominio sulle ore ingannevoli! Il nostro nemico giurato è la consapevolezza, che pensiamo, non a torto, sia una forma di crudeltà verso noi stessi.

Sai cosa ho da dirti? Esiste una conversione, cambiar rotta alla nave nella tempesta, per cercare il luogo che si cercava e non era quello di destinazione. Esiste la lentezza del viaggio, i rumori di fondo, la pace di un momento, guardarsi attorno e scoprirsi dentro un universo bilanciato di cui noi siamo il peso ulteriore. Non è la nostra malattia, non è la nostra vecchiaia il peso ma la forza vitale che ci spinge alla guerra, al tradimento, all’odio. Dobbiamo riportare ordine nei sogni. Il padre attraversa le stanze decorate, gli abiti illuminati, come se non vedesse il posto che attraversa ma solo quello in cui sta andando. Forse non sa che lo aspetta il figlio fuggito dalla dispensa murata viva. Forse lo sa, e procede sicuro alla meta. È un balcone.

 

 

Commenti   

# RE: Il padreMaria 2015-06-09 15:29
...e lo ritrova baciato dal sole a riordinare i rami del gelsomino sulla spalliera. E si abbracciano tra il profumo dei fiori stellati

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.