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Delenda

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Non c’è polvere tra le parole, che hanno una voce, una voce uguale a tante altre, una voce che si perde, come le grida del mondo alla fine di una lunga notte. Voce dispersa che non fa rumore. Ci sono giorni che non vanno avanti né indietro e questi sono i giorni migliori. Ti sembra di non poter pronunciare alcuna parola in favore di questi giorni. Nonostante la loro segretezza, vengono, con il loro carico sulle spalle mentre spiccano il volo. Fanno una fatica tremenda ad alzarsi da terra, schiacciando l’ombra di una foglia per strada. Non si va da nessuna parte a cercarne il senso nella scatola di latta caduta dal camion della grande guerra. Eppure è tutto quel che abbiamo: due date per un prelievo di sangue stampate su foglietti elettronici, codice a barre sul confine del mondo alfanumerico di un piccolo aquilone. 1999-2015, due date per un dono a Lucia, l’altro ad Angela, nomi da commesse di sportelli bancari nell’ora appuntata. Il desiderio si fa esaudire. Epitelio di sorella e di madre di cui chiedere lode ai cristalli. Nell’orecchio del mare cade la voce dispersa che non fa rumore. Una voce sorda al flutto e all’ancora, una voce gigantesca pari a sette vite che dalle gengive segue i piaceri della mensa. Ma noi siamo gli atleti di una gara finita, guardiamo i rostri che penetrano nelle navi nemiche, le sentiamo affondare con un nome di saliva al mentolo, senza poter proteggere quella calma apparente così adiacente all’ossimoro dove riposano i morti. Truccarsi gli occhi di persone gradite alla vista del sole. Sindrome o morbo, lo stile ha una narrazione allusiva. Come le incognite in matematica, che servono a pareggiare i valori. Un cespuglio di prove è benzina sul fuoco senza un albero creduto a custodia. Sento dolore di molecole al vento battute dalla finestra del bagno. Tendere le mani, disinfettare il fuso orario su un piano immaginario dove ruotare il dito nella piastra telefonica. Mi manca il sangue della degnazione, finito nel coma equatoriale di una provetta. Il laboratorio d’analisi è pieno di sinistri paesaggi. Salutarsi col tremore al fianco, sonoro. Dal molo all’altare di un impero giacente nella polvere di Sant’Elena. Sospiro le parole che purificano l’aldiquà: oh Lucia! oh Angela! Ho donato il mio sangue all’intimità che scorreva lacrime in silenzio, confidando nella giustizia terapeutica. Voi siete insieme, figlia e madre, nel giorno di festa, nell’umido confine degli occhi. Beati gli estranei che non sanno di doversi rendere uguali! Nelle ragioni di quel sole di cui ho detto vige soppresso l’anno secolare non multiplo di quattrocento. Un giorno in più da vivere chiedevo. Solo questo. Senza i metalli pesanti dei gameti a trascinarmi in basso. Volevo un petalo d’immunità nell’odio sepolto. Nulla da spartire con le coordinate celesti della teologia. Mi sarei preso cura di voi, come promesso. Mi sarei fatto sigillo di una fede traumatica. Le corde suonavano la perdita d’orizzonte, né Terpandro, né il simposio dorico avrebbero saputo far meglio. Come novello Pascoli avrei cessato il fuoco, dato il petto all’incoronato maleficio. Per voi e per chi come Alessio non crede al futuro. Se mi fosse stato reso il giorno che chiedevo, nulla si sarebbe frapposto tra noi. Invece, restiamo a respirare un getto d’aria tumida in un quartiere liquefatto, che scava nei tessuti separati del cervello la frase per eccellenza: “Delenda Carthago”. La nostra città terrena, inzuppata di anime straniate, segna un avamposto disadorno che non produce neppure i fichi di Catone. Si sente l’odore mancante dall’albero caduto a custodia dove un tempo cercavi i piaceri della mensa, nascondendoti. Un soffio di voce dispersa che non fa rumore. Come un traino di bagaglio sul velluto delle nostre vecchie abitudini. Ora, nell’ora appuntata, tutto tace. Non si può pretendere che qualcuno aggravi la sua colpa, ma la verità del fiume araldico pretende che cessi l’ipocrisia del bene comune nelle stive sfondate dai rostri sognanti. Basta! Si metta fine allo scempio. Covi di vipere nella testa dei poeti, le prime vittime della loro poesia. Poi tante altre, in fila per un tozzo di pane affettivo. Basta! S’apra il pugno. Si chini il capo alla benedizione materna, si plachi il dettaglio. Nella festa che è tua serra le fila il nemico, piange la bocca che non trattiene l’ira della demenza e grida “Delenda, Delenda”, come se fosse la mia coscienza. Un tempo la festa della mamma la trascorrevamo con te, intorno al tavolo che avevi preparato, mio padre non sembrava accorgersene che eri stanca di una peregrinazione tra le stoviglie per una sosta sulla panchina invisibile della violenza subita, lui pensava a sua madre, noi a noi stessi. Seconda metà della vita: spenta.

 

 

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.