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Lo spirito langue

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Lo spirito langue, ha paura, anche di se stesso. Abbandonata la pacata dimora, regna nella bocca dei Silenti, come il dente caduto dal quale soffia il vento che porta ristoro. La sua sete è respiro. Non il nero anfratto nel quale si perde la ricerca di senso, la porta chiusa ai quattro angoli della casa, nera anch’essa. Manca predeterminazione alla morte. Lo spirito lo sa e cerca di superare il limite che gli è stato imposto da poco. Si fa male chi fa il male. Non basta mai lo spirito, neppure a se stesso. Stempera nell’acqua calda della gola le parole che invocano aiuto. Non può fare tutto da solo. “Sangue sulle scale di melograno. Oh gigli fioriti nell’ombra! L’ombretto si scioglie in lacrime di madre, che non risponde all’aereo postato nel cielo”. Si scalda lo spirito, come un motore che non parte da un punto per arrivare lontano. Ma si ferma, dopo essere partito. Quasi subito. Una natura selvaggia lo tiene a distanza dal nostro perbenismo. Non soddisfa alcun requisito. Tace. Commosso, nel vedere la poiana trasformarsi in luna e gli inni velarsi di nuvole. Chi sazia la cena superficiale? Le armi sono accantonate, le vesti giacciono fumanti nei corpi di spine dimoranti linee. Lou von Salomé riflette sull’amore, la colonna dorica ha il tempo in fiamme. Non un rivolo, non un lago, né una parola. Tutto quel trovarsi col suo amante. Per perdersi. Quasi subito. Un giro di lancette. Non si può fermare ciò che scorre in una direzione occultata. Il conato della tubazione impressa nel muro. O i riccioli di una capigliatura, gli occhi grandi della ragazza di San Pietroburgo, a cui Freud riserva “un posto d’onore”. Il tipo donna che la rivista “Imago”, nel 1914, aveva messo a stampa, senza scheggia di moralità. Lou e Sigmund, nella loro corrispondenza di quegli anni, trattano una terza persona psicanalitica. Non cercano, a differenza di James J. Putnam la “perfezione”, come “realtà […] materiale”. Eppure non riescono a essere completamente pessimisti. Guardano in faccia la loro “realtà”, fino a crederci sul serio. A quest’ora, tutto è più chiaro. Anche stare seduti al tavolo da lavoro attribuisce a un’ostrica la sua perla, una sorta di “spazio interno del mondo” che Rilke avrebbe musicato in francese, forse per dare ragione al suo maestro Nietzsche che, nel Crepuscolo degli idoli (1889), dice: “La vita senza la musica sarebbe un errore”. Perciò, lo spirito langue. Non sa suonare, di là dai libri e dal dolore che li proietta nel firmamento eroico. L’ha scritto una poesia: “Il candore è gelido”. L’angelo della morte abbatte le difese immunitarie, perché non è consentito a nessuno credere senza pagare dazio. Il mio angelo, un essere umano vivente poi morto, si è fatto conoscere in circostanze uniche, apparentemente datate. Adesso batte strade diverse, ma non dimentica quel che ha fatto e quel che ha lasciato. C’è chi non crede. Sente il peso della “fatica di andare avanti” e non vede il compito che continua, svolto altrove. Eppure gli occhi sono una prova. Essi scorgono la veemenza del pensiero assente, quel tirar fuori il carro della corsa dal fango in cui ogni cosa si disfa. “Tutto quanto concerne l’Anima si svela spontaneamente e ogni sforzo razionale non fa che allontanarla. Questo perché la sua natura non è fenomenica. Si coglie col cuore come una poesia, come un’opera d’arte. Si sente, si ama ma nessun concetto, come ombra fugace, è ad essa adeguato”. Così il mistico persiano, fondatore, nel tredicesimo secolo, della confraternita sufi dei dervisci rotanti, Jalāl al-Dīn Rūmī. Niente è più “europeo” di questo assunto originario. Il tempo, con il tempo, si riduce, non si aggiunge. Gemiti di un segno inconcepibile a ridosso di una regione inesplorata. Viene voglia di dirle: “basta hai vinto, malinconia!” La foto del tempo diventa “anacronistica”. Eppure, una persona “straordinaria” resta tale. Mi pare di scorgervi la benedizione della nostra Carta solidale: solo chi è migliore può indicare le priorità da cui discendono le parole. Nulla ostacola la conoscenza. La pretesa “morte di Dio” addirittura la rafforza. Compaiono figure invisibili nei giardini di cultura mediterranea. Ancora, ritorna tra noi, come in-canto, l’Inno alla vita. Con un coro e un’orchestra. Pellegrini bambini e viandanti di ghiaccio vorrebbero udirlo, ma lo spirito langue, al di fuori di se stesso. Dopo galvanico tormento. La giovane russa è “stupefacente ispirazione”. Ha ragione Montinari. Non vi è memoria senza di lei. Alla fine del Faust di Goethe, pensando alla materia in senso platonico, alla “potenza pura” in grado di ricevere “forma”, il poeta tedesco, alla ricerca dell’ineffabile, scopre le carte segrete dell’eterno femminino, che “ci attira in alto accanto a sé”. L’uomo medita, fuori dal tempo, partorito da una donna “celeste”, minoranza nella schiera degli angeli. Trascolora e langue, “ma non perisce”, il Tao sopito. Le ferite del Cristo ispirano ad Angelo Silesio il “muori prima di morire, per poter non morire quando dovrai morire: o potrai perderti”. Chi vuole che si affermi deve volere l’opposto, al quale è sottratto. Ogni verità diventa manifesta attraverso la propria negazione. Costruire barricate serve a edificare percorsi di lotta. Torna allo spirito un mistico al giorno, da Böhme ai panteisti del mare. Bassa Slesia, 1624. “Non hai più altra felicità da darmi, bene! hai ancora la tua pena”. Stato liquido in cui nuotare fino a riva, abbandono, contemplazione di un corpo in grado di rigenerarsi. Il cuore di una fiamma di candela che nella notte sembra un viso di donna affidato allo sguardo sorridente.

 

 

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.