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Qui abbiamo finito

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“Qui abbiamo finito”. Così mi sembra si dica nel mondo senza articoli determinativi. Prima di ricominciare. Altrove. Il furore ha demolito se stesso. Non resta niente. Canti in filigrana nel passato remoto di una ispezione poetica del tipo servizievole. Carta velina e segni profondi. Ci riprendiamo la vita! Non la nostra, che non sembra voler mai più tornare, quella degli altri, che come noi hanno provato un’esperienza congiunta, indissolubile, a noi, a loro stessi. Una frase da grandi pulizie, da cesura netta. Come chiudere una porta e ricominciare, altrove, se possibile. Non sfugge l’artificio di una frase così immota e quieta, la soddisfazione illusoria che spunta dal sacco in cui è stata richiusa. Mi piace pensare che si possa compiere il lavoro, si possa onorare l’anima, di là dalle sue incrinature, nella vita mutevole e agonizzante del corpo. Si mette nero su bianco. Si firma, rilasciando quietanza. I tasti hanno prodotto il suono che ci aspettavamo, la composizione è completa. O così sembra. Ma per una volta l’apparenza ci appaga. Non dobbiamo fare altro che girare l’angolo e intraprendere con entusiasmo una nuova avventura. Vanno bene anche i risaputi motivi, i dolori più acuti. “Divertiti” dico a mio figlio. Lo ripeto ogni volta che posso. Non mi ascolta più. E pensava fossi pazzo, mio fratello, mentre m’incamminavo con gambe sicure verso la sala operatoria. Non volli andarci nel lettino d’ordinanza. Ero allegro, disteso. Provarci! Provare! “Quando tutto è perduto, trova il modo per scoprire il valore della scoperta, l’emozione della sorpresa. Nessuno può privarti dello stupore. Allora capirai il sollievo di dire: qui abbiamo finito”. Così mi piace. Così desidero fare. Mentre m’incammino per una strada che non conosco, e le ombre s’addensano sulle spalle, non voglio né paure né rimpianti. Berrò il veleno che guarisce. Non cerco metafora, né inganno letterario. Il deliquio si stempera in un veleno senza antidoto. La voce singola prende contatto nell’etere delle voci disperse. Un tempo mi sentivo “un ponte sullo stretto della vita”. Certe traduzioni s’alleano con la fortuna! Si smonta il palco, dopo il concerto, ma le canzoni restano nella testa e cantano in silenzio. “Mi piace”. Si va avanti. Poi sarà diverso. O sempre uguale, ma diverso. Si va oltre, per saltare addosso a questa voglia di tempo, questo tempo, poco, che ci resta. Una gran giostra è la vita. Si sale e si scende senza neppure accorgersene. Ciò che amo è svelarne la coltre, leggere poesie, portar via delicatamente la maschera (anche se il tempo fa brutti scherzi). Avvertire il cambiamento, accettarlo, accoglierlo. Sentire la bellezza definitiva della provvisorietà. E voltar pagina, arrotondare la materia di un’estasi incorporea, scivolare fino alla meta. Insieme, nel tempo. A oltranza, come su una trincea, aprirsi allo sguardo inverosimile. Riporre la falce e cantar vittoria nel giorno trascorso. Davanti allo specchio della caducità, con il decoro di chi sa l’effimero della sconfitta mortale. Dichiararsi apertamente al rischio d’essere fraintesi. Ripudiare l’immagine di un mondo monoposto. Io voglio essere in tanti. Andare oltre, espandermi, traboccare, non prendere in giro le città del cuore, neppure il muto inferno già stato. Desidero fare chiarezza, senza far del male, senza picchi d’intransigenza. Narrare? Ascoltare? Sono teoremi coerenti ad altri che languono dimenticati, che posseggono eroi mille volte superiori. Li cerco, ogni volta che la giostra si ferma, li vedo. Sono bellissimi i miei eroi sconosciuti, depressi, affamati. Nulla è mai accaduto prima che accada. Lasciamo persone che non tornano indietro? Ne dubito. Ogni viso ha forma di realtà. Come nella poesia di Bruno Galluccio o nella fotografia di Enzo Pellegrini. Si sposta velocemente, grida il sollievo della figura riversa. Vergogna è la parola più abusata da chi vuol mettere in una scatola il rotolo sdentato di un cruciverba. Ribellati! I fogli su cui scrivere gemono la libertà che cercano, e non trovano, fuori dalla mente. Materializza l’istinto. Salvalo. Cerca la scatola. Aprila, leggi gli appunti che vi sono contenuti. Rendili pubblici. Il non senso prenda il sopravvento sui propri fantasmi. Libera tutti chi libera uno solo, piegando l’inutilità del pensiero, affrancandolo dal venir meno. La poesia è il mezzo ideale di trasporto per viaggiatori incuriositi dal paesaggio. A ogni stazione sale qualcuno. L’importante è incontrarsi, delicatamente, parlarsi. Senza rinunciare alla geografia sorridente di ogni nuovo incontro. Il vuoto sta nel divenire. Il bene è una stasi prolungata, la parte mancante. Vivi, dunque, e ricorda, oltre la ragione, oltre l’innocenza, che il sapere ha molte lingue. Leggi e dimentica. Un continente divenuto incontinente lo spazio che s’allarga nel cuore. Non frenare la corsa. Nella pentola che divaga gli odori la penuria negletta (in Tasso) va riconsiderata (in Platone). La quotidianità inferta. Quando coincidono le parole, sono campane le nostre estati di San Martino, le finestre labbra che si dischiudono. Solo creare può dare atto della creazione. Servi il tuo corpo, come in un tempio la preghiera, anche se misera. Nasce la nuova vita, per Te che soffi il vento dell’onda. Portami alla gravità universale, al suo gradino più alto, e buttami giù da un’elevazione senza misura. Involontario oggettivo indifferente , privo di casa, Deifobo vaga nel nulla. Il fratello caro a Ettore è morto. Ma tu non credere alla sola morte, conta i minuti, le spighe, i lacci che ti tengono in vita. Puoi dire l’indicibile. Aspettare l’estate. Saltare in groppa al viaggio che parte per destinazioni riemerse. Rendi irriducibile ogni attimo a una parola. Non comprare più scarpe, non ossequiare il decremento delle nascite. Fai delle tue mani un poema, un fato. Riponi il libro che ti è stato donato. Avanza. Il nome che sei si pronuncia e nel pronunciarsi s’avvera. L’architettura intima dei morti vive in un esercizio d’altrove. Radiazione solare o spugna d’agrumi caduti dal cielo per dissetare l’endecasillabo del vocabolario inerte.

“Vengono a sbiancarsi i voli sul muschio alle finestre”. Dissolvenza. Rinascita. 

 

 

Commenti   

# Maria 2014-12-06 23:49
le parole possono esser segni. oppure vivere di loro stesse generando ciò di cui sono segni. le tue "vanno a segno", risuonano, con-vocano...e rinviano...

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.