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Ci vuole Gadda

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Guardarsi e non riconoscersi. Mille volte insani sono i nostri letami. Le robuste conifere non vanno a capo del movimento circolare nel quale ondeggiano le teste spigliate. Tutti pance piene documentano il passo breve della ricerca di chiavi e lenti d’ingrandimento nei canali di scolo. Mi affanno ad anticipare la nebbia che scende sui monti, l’attraverso a piedi, chiudo l’auto nella radio accesa e m’incammino sulla strada tra Cassino e Sora vedendo scorrere il giubileo della lentezza. La notte non aiuta la ricerca. Quando ho perso anche gli abiti che indosso trovo gli oggetti smarriti in un primo piano di luce chiaroscurale. Mi guardano interrogandosi dove fossi chi fossi. Guardarsi e non riconoscersi. Non sono io il bambino che fuggiva le lacrime degli adulti per non vederli piangere. Non sono io l’adulto che fuggiva le lacrime dei bambini per non vederli piangere. Non sono io il condottiero mutilato condotto per mano a ritrovare i suoi beni preziosi: una foto e una croce. La vita dispone il giro di boa. Roba per pochi eletti. Pietanza indigesta. Sono solo nella notte di un apice incolonnato a fare dei miei occhi un sottomarino perso nel grande mare di corallo seta e fanalini di coda. In gramaglie, tinto a mano, attraverso il bosco trascendentale della scrittura cercando il segno che ho perduto, il mio Derrida empirico con il quale giocare a nascondino. Cantano dalla bocca straniera l’esilio della condanna. Un vate sbuca dal suo nascondiglio e dice: “se vuoi uscire dalla tua prigione, devi fare del mondo una prigione”. Cerco la frase nel libro di Paolo, “catarsi e giudizio” rilanciati al mittente, lo spazio siderale, senza misura, nel quale ci aggiriamo oscurati. Dovrebbero dare il Nobel all’uccellino che canta sul ramo o registrarne il modulo sibilato per la lezione di Stoccolma, si bemolle letterario. Ma la viola del pensiero infittisce le spine, le conficca nella cervice, in una profondità tale che la paura d’essere inseguiti si perde la possibilità del ritorno. Un lettore su dieci decodifica il linguaggio, mi fa compagnia e copre la nudità col freddo della notte orizzontale. Non riesco a sfuggire alla durata delle cose. Guardarsi e non riconoscersi. Neppure dopo la conquista dell’apparente sicurezza di un abitacolo uguale al mio prima. Ci vuole Gadda, che separava le fibre tessili da quelle legnose nella canapa immersa di parole. Fate di me quel che credete ma fatelo in fretta, senza aspettare che vi partecipi. Le gambe siedono i fondali d’una misera preghiera, scritta al mattino sul tappeto volante di una foglia mentre cadeva l’autunno.

Misera preghiera

Misericordia misera

Prego che accada

La notizia della fine

La fine della fine

La concordia non pronunciata

Faccia di burbero oplita

Prego che venga

Una chimera cisposa

Forbice tagliente

Lingue di fuoco separate per sempre

Prego una volta

La rauca civiltà golosa

Che mette tutti d’accordo

Come se l’accordo fosse una voce

Ripetuta molte volte insatura

Prego di tenermi quindicenne

La luce spenta poi accesa

La fretta del mattino

Divisa d’uva e di pane imburrato

Mangiato sull’uscio di casa

Prego che torni

La soluzione dei giochi d’infanzia

La risposta non data

Questa incompiutezza uguale

Arida bocca di parole

Prego che fugga dal

Lago salato il dolce mare

La regola irregolare lo scarto

Pietra angolare

La notizia di un nuovo fronte

Cospirazione clandestinità

La nostra libertà minacciata

Prego che esista

Un idillio d’aliti brevi

Gitani nella macabra danza

Lo scudo protetto lo scudo benedetto

Sangue di polleria

Quel silenzio improvviso

Tutto tradito e confezionato

Prego la scoperta

L’orologio che tocca la forbice

Grammatica irregolare

Bozza di un viso

Voglia di girare a vuoto

Allontanarsi e tornare

Tacere la lontananza

Imparare il perpetuo

Ma con calma

Sono nato ieri e

Prego per l’oggi

Un mondo grande in uno più piccolo

La pena irrevocabile la voce ancora

Un potere che non vede

Sisifo scendere i gradini

Prego che venga annotato

Nella posta il recapito

Una magia di lana

Giorno di vigilia magra

Sangue dal feto

Morti avvelenati

Le ombre sul muro

Un ordine non eseguito

Prego la mano

Finzione emozione

Giubba slacciata

Il ristorante sul mare

Vaso genitale

Cuore d’orchestra felice

La sua donna sorride

Prego di non cambiare niente

Pistola carica sul tavolo

La testa reclina

Sangue asciutto del sole

Passi d’obbligo

Prego lo scrittoio

Un motivo dominante un colore

Rubrica aperta sulla pagina aperta

A caso forse l’ultima volta

Mano pregante si muove

Mano officiante l’assortisce

Avanzati segni di composizione zodiacale

Il burrone è lo schianto

Prego che voli

La sestina di un terzo elemento

Bevuta d’un sorso

Amareggiata sui fianchi

Scoglio di plastica

Trascurarsi per custodirsi

Una coltre bianca all’ingresso

Prego l’inaugurazione dell’anno glicemico

Dove s’apre una porta e

Nasce l’uomo mai nato

Dopo il tavolo operatorio che

Porta al confine

La chiave nelle toppe

E scardina l’avvento in

Un semestre di guerra

O una stanza di preghiera

Chi ruba è rubato

Ha una rana sull’altra

Ritrattata la scena

Torna a casa

Durante la fisarmonica

Il terreno bruciato di more

Prego che una sola fiorisca

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.