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Bella ciao

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"Una mattina mi son svegliato". E ho trovato l'invasore, fermo sui prati. La luce rossa dei semafori. "Il miracolo esiste, nella pace del cuore, da cui tutto è pesato, a cui tutto è svelato". Mi sono ripetuto. Quasi l'ho urlato nello stomaco, pronto a scoppiare. Non è un presagio. È un fatto. Me lo ripete Lucia, di continuo, in questi quattordici anni d'assenza. L'invasore ha la tuta mimetica, cammina come se stesse in montagna, con le grandi scarpe infangate, cammina e tace la confusione che si porta dietro. Ha uno strano sorriso, come se dovesse dirmi qualcosa. Un segreto svelato nella grotta di Fatima, a un tavolo delle Case Vecchie di Bacoli. Solo che il segreto nasce mutilato. Affiora alla mente, ogni tanto, come un naufrago sommerso dalle onde. Si nasconde nella bugia, quando la fiamma rischia di ardere inutilmente o di spegnersi per sempre. Ai responsabili del fuoco, capeggiati dal vecchio Prometeo, viene voglia di opporre il Signore delle Mosche di Golding e una folla in tumulto. Una mattina ci si sveglia. Il fegato ha smesso di gridare la punizione divina. Un signore svestito di poveri panni, sistemato di traverso, ha rotto il maleficio della rotaia. Femmineo, scuro in volto, tradisce enigmi. L'invasore accompagna i miei amici all'uscita di servizio. Chi sei, dunque, Tu? Gli chiedo. Non risponde. Va avanti, indisturbato. Chi offendeva ora fugge. Chi era ricercato ora cerca la sua preda. Le parole di Jack London gli soffiano sul collo, come un'eccitazione lirica di giustizia vendicativa. Nulla è compiuto. Tutto è compiuto. L'ira si quieta in un gesto confluente. Attenti al Salvatore! Torna la mano buona e salda. Il Giudice supremo non teme le Leggi dell'Amore. Mentre una ragazza espone gonna scozzese e calze nere, accade qualcosa d'irreparabile, la clamorosa cerimonia mistica di sangue e amore. Una madre dice al figlio di non muoversi, lui attraversa la strada con gli occhi teleguidati e fiduciosi nel legame filiale e non vede l'auto che sopraggiunge (Stai fermo! Sembra un germoglio. Niente. Lui va avanti, come attratto al lieto fine, rapito dal cuore, sonnambulo nella notte). Lo prende in pieno. Io chiudo le imposte. Fa buio. In realtà, è giorno. Solo che io ho smesso di sperare che torni uno sguardo di normalità sul selciato. Guardo la madre. Non mi vede. Spero che qualcosa si frapponga tra lei e la realtà. Una metà sono io, l'altra metà è l'unità di tempo, come un involucro nel quale s'addormenta la fretta e corre la mano al calcio della rapina. Chiedete aiuto. Aiuto! Troppo tardi. Quanti anni ha? Forse dodici, o meno. I curiosi affollano la scena. Non si muore, se un istante prima si naviga la sponda opposta. L'angelo del perdono è nascosto. Ora lo cerchiamo. Ora lo troviamo. Si rischia di piangere, ascoltando il canto partigiano di Giuni Russo. Il preferito appartiene a un musicista pugliese e a un poeta napoletano. Siamo nel 1885: Era de maggio ("Torna maggio e torna 'ammore / fa' de me chello che vuo'!"). Sento il nero che cola dalle pareti. Appena entro, lo avverto. Mi torna in mente, e tutto quel che è stato impedito diventa possibile. Le lacrime scendono copiose nel piatto di portata. Forse dovrei inerpicarmi sul tuono del pudore e ritirarmi nel soffitto del suo silenzio albeggiante. I buoni consigli non servono a niente. Le teste bianche dei crumiri spuntano dal pistillo televisivo e lanciano segnali scostumati. Riesco a malapena a respingerli. Sono così stanco! Dovrei alienare le ultime volontà di mio padre. Soddisfarlo. Ameno un po'. Sì, vendermi quel che mi ha lasciato, fare fagotto e partire per una veglia funebre ai confini del condominio abitato. Lo spettacolo finisce, non si replicano le scene già recitate. Tutto è spento. Quando riappare la luce, disincentivate le braccia pagaianti, un uomo giace nel letto. Ferito a morte. Le mani s'allargano sui ginocchi, che non stanno più nel corpo. Rumore di demolizioni dappertutto. In strada. E nello stomaco, aperto allo scoppio. A oriente l'acqua del tempio piscia una luce verde. Stanotte qualcuno non rientrerà nei ranghi. L'invasore dovrà frugare nelle voci dei poeti, come se in quella stiva arrugginita vi fosse materiale da sbarco. L'incantesimo è rotto. I soliloqui finiscono. Come le preghiere. Un nemico mancava, un nemico è arrivato. Ci si bacia sui pianerottoli. Gli addii consumano i piedi. Partire per la veglia funebre. La ciocca degli ultimi capelli ha i brividi. Chi è sveglio trova una ragione per vivere e una guerra da combattere. Movimento di corpi sonori nei quali Dio ha soffiato il Suo alito largo. La lavagna capovolta porta scritto sul retro il nome dei cattivi. Tutte persone che hanno interrotto la visione dello spettacolo. Un prete anticamorra sfonda per primo il cordone di polizia, entra nella zona rossa, seguito dai ragazzi dei quartieri, dalle signorine di Capodichino, dai figli e dai figli dei figli che hanno subito violenza. Nei secoli dei secoli. Basta svegliarsi, ogni tanto. Guardare fuori la finestra. Ritrarsi: due giovani accarezzano l'ordigno esplosivo. Continuano ad arrivare messaggi dall'etere, uccelli di rapina, mangia nuvole dal volo radente. Bella ciao! Bosnia, Francia, Turchia. Ovunque avanzi l'uomo sopraffatto dalle forze avversarie un altro ne prende il posto e si mette a cantare. Non resta che il motto finale, letto su un muro perimetrale: "Si sconsiglia caldamente la freddezza".

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.