Una vita nascosta

Valutazione attuale:  / 1
ScarsoOttimo 

 

 

La "generosità" è scolare, apprendimento primo delle nuove generazioni. Qualcuno la chiama "solidarietà", ma quest'ultima parola suppone compiuto un lavoro ancora da intraprendere. Allo stato una comunità, le cui fondamenta evocavano i nostri padri costituenti, non esiste. La solidarietà afferma l'esistenza di un campo d'azione circoscritto che prende l'opera individuale e la colloca nello scaffale collettivo. Non credo che siamo in grado di esprimere appieno la parola "solidarietà". Tuttavia, per parlare di "generosità" vanno prese alcune decisioni "politiche" su noi stessi che non possono revocarsi ad ogni contingenza: dobbiamo tornare al mistero della nostra vita, capirne le tappe e realizzarle, di là dalle apparenze che, nel rilevarsi, nascondono i segni della Storia; dobbiamo allontanarci dal consueto trastullarci con le inezie e prenderci cura di noi stessi in maniera militante; dobbiamo incontrarci e riconoscerci, scoprire nella lotta per la sopravvivenza che l'altro da noi ci specifica e che la sua vita compone la nostra. Dalla mia finestra vedo in lontananza i monti che amo, la natura benigna che erge le cime folte e impassibili al cospetto di una ritirata di nuvole stese. Mi aspetto che la natura benigna mi aspetti. Non faccio elucubrazioni, ma trovo incomparabilmente dolorosa l'indifferenza degli uomini alla sorte dei propri simili, dei meno fortunati, dei meno lucidi, dei meno saldi. Lo ripeto fino alla noia: non per scelta ma per necessità uscire dal recinto della soddisfazione dei bisogni personali, andare incontro all'altro, accoglierlo. "Quintessenza" è sia la peculiarità essenziale di una realtà, sia il grado massimo di una qualità. Per Aristotele l'etere come quinto elemento costitutivo dell'universo, aggiunto ai quattro della fisica di Empedocle (acqua, aria, terra e fuoco). La "quintessenza" è l'essenza dell'insieme, il primo passo dalla "generosità" alla "solidarietà". Qui nel Sannio, in questi giorni, l'aria è carica di olive e di rami tiepidi di odori di campagna, lasciati a respirare come pane raffermo in un'immensa cucina inattiva. Questo luogo misterico per me è come lo spazio di una pedana, il recinto scolastico in cui dibatto e confuto, sono dibattuto e confutato, nel quale la dialettica possiede le fibre dei sogni e le avventure irripetibili che essi procurano. Le fibre sepolte. Bisogna avvicinarsi ai cancelli chiusi dei sogni, altrove descritti, e tentare di scorgere la festa che vi si nasconde. Entrare non ci è comune. Non tutti saremo capaci di superare il limite che ci è posto. Una parola magica non basta. Molto sacrificio! Qui noi resteremo svegli per secoli dopo la nostra morte, tradotti nelle lingue di un appello muto, le lingue sconosciute dell'oggi. Siamo destinati ad una scoperta che non ci ricoprirà. Con il passo del vento percorreremo la lentezza della fretta e ad ogni singola parola dedicheremo una rubrica. Non saremo maestri ma allievi, per incitare altri allievi a seguire il nostro esempio. Mostreremo agli occhi un cerchio di fuoco che racchiude le foglie senza bruciarle. Sapremo, e sapremo spiegarlo, che la festa di un uomo è la sua parte in ombra che ha preso luce. Sul versante in cui cade il passo del vento viaggeremo, oltre noi stessi, per ritrovarci nella somiglianza agli antichi scolari greci. Però non faremo le loro mosse, colmeremo la misura della ragione e la supereremo, perché se l'uomo è la tunica che indossa un simbolo non ci rappresenterà e, nudi come siamo, indosseremo soltanto una vita nascosta.