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Il capitolo di prova dell'esistenza

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Mi scrive un amico, di cui non faccio il nome, solo per evitare uno scopo di pubblicità che non mi chiede e che non gli appartiene, di rileggere il passo di Ernst Jünger (nel bellissimo libro Oltre la linea, pubblicato insieme ad una lettera a lui indirizzata da Heidegger). Egli – bontà sua – dice che gli ricorda i nostri colloqui, “liberanti rispetto ai vari aspetti dell'oppressione di cui più o meno tutti noi siamo vittime nel desolante Moderno”. Ve lo giro, perché mi sembra che consenta molti spunti di riflessione: «In tempi in cui il sospetto si insinua perfino nella famiglia, l'uomo di adegua alla forma dello Stato, equipaggiandosi come una fortezza che non lascia trapelare alcun segno di sé verso l'esterno. Dove un'inezia e la stessa omissione di un gesto potrebbero significare la morte, domina una grande circospezione. Pensieri e sentimenti restano racchiusi nell'intimo; si evita perfino il vino, perché risveglia la verità. In queste situazioni il colloquio con un amico fidato può non solo portare immensa consolazione, ma anche ricondurre il mondo alle sue libere e giuste dimensioni, e qui attestarlo. Un solo uomo basta a testimoniare che la libertà non è ancora scomparsa; ma di lui abbiamo bisogno. È allora che crescono in noi le forze per resistere. I tiranni lo sanno e cercano di dissolvere il senso di umanità nella sfera comune e pubblica ‒ per tenere lontano l'imprevedibile e l'eccezionale». Torna sul tema della libertà. Non so se in risposta a quel che ho scritto io qualche giorno fa, e lo collega ad un aspetto che non avevo considerato: l’amicizia, che è poi la ragione per cui mi scrive. Gli sono grato per avermi ricordato che l’amicizia è una forma straordinaria di libertà. Una forma tanto straordinaria quanto strana, perché consente di sentirsi liberi di praticarla pur in assenza di segni clamorosi o tangibili che la giustifichino, pur in assenza della stessa presenza. Un amico ti ricorda gli amici. Ieri sera, ad esempio, dopo la presentazione del libro di Antonio Tubelli a Roma, abbiamo fatto una lunga passeggiata, insieme, da via dei Prefetti alla stazione Termini. Davanti al treno in partenza per Napoli, ci siamo salutati, con grande affetto, direi con trasporto. Ci siamo anche un po’ commossi. Forse del fatto che non ce lo aspettavamo. Mentre salivo sul treno ho pensato: “ecco un uomo”. E, nella stanchezza del giorno trascorso, mi sono sentito, grazie a lui, profondamente libero. Sul treno mi sono addormentato, sognando le parole dimenticate di un canto poetico, vetri di Murano del Cinquecento, tanto sottili da essere invisibili, tanto belli da essere inutili. Nel capitolo di prova dell'esistenza.

 

 

 

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.