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La misericordia divina

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La misericordia divina ha una sua ragion d’essere, e un suo pentimento. Libera dalla schiavitù dell’ignoranza che, come un avvenire troppo atteso, impedisce di andare avanti con fiducia nei propri soli mezzi. La misericordia divina si nasconde dietro le colonne d’Ercole, osserva chi passa dalle parti del mondo che si lascia attraversare: nel cerchio inseparabile delle culture indoeuropee, nel bianco volto della danzatrice giapponese, nello scafo di barca insabbiato dal mare, nel sigaro acceso della bardassa, nella sella infuocata di un meridione, nel poeta che sfida la gloria divina, nella trama di seta color rosso rubino, nelle tradizioni d’ogni popolo, nel Walhalla barcollante di Odino, nel principio e nella fine dei movimenti cospiratori, nella borsa valori che occupa poderi di moneta svalutata, nell’imponenza del giorno che piove, nei grandi parchi industriali, nella sigla dei programmi televisivi, nel gioco di guerra dai Balcani alle terre di nessuno, nelle risposte riposte a bella mostra nelle tasche interrogative, nel ruminare degli impazienti, nel sordomuto assiderarsi delle firme in un cielo anonimo, nel lambda che suona l’undicesima volta, nello iota che risale dalla cantina fenicia dopo essersi scambiato di posto con la minima quantità grafica, nelle stirpi greche delle colonie, nel braccio della morte, nella schiena dritta senza busto, nel corpo inzuppato di bellezza che ha accolto la sera. Il capriccio di un uomo nel tumulto della sua vita è scoprire se la misericordia divina risponda alle grida d’aiuto. Oltre a nascondersi, e a soffiare sul vento che taglia le ali e le vesti, se la misericordia divina testimonia in favore del nostro dolore. O lascia che le cose vadano come devono andare. In tal caso, non si potrebbe far nulla per lei, neppure spiegare l’eco che sentiamo in profondità, e che riconosciamo a stento. La nostra realtà è l’assenza. Oh riappare, mentre scrivo, la cicatrice! La purezza dell’errore s’annoda al vitigno profumato, ormai scarico in questo periodo dell’anno. Storicizza la ferita che intende sanare. Solo nella realtà assente, a cui l’uomo ha prestato il fianco, subendone la debolezza, l’inganno, il taglio grossolano, è possibile attraversare il mondo, rivedere le partite dei ragazzi che siamo stati, l’ira del loro entusiasmo, la baruffa della loro felicità. Non possiamo chiedere quel che ci viene attaccato addosso all’atto di nascita. La misericordia divina pesa un chilo più di noi che la conteniamo. E ha evidentemente un modo di nascondersi per stupirci, con il suo farmaco pesante, con il vomito, e l’ardimento dei rumori incessanti, che vogliono farsi largo nei luoghi stretti della memoria. Siamo evidentemente lo strumento di una molteplicità che agisce al comando di una mente cheta, separata. Noi, che curviamo nella direzione logica del benessere, la chiamiamo misericordia divina, ma sappiamo che niente è meno nobile della nostra ingiusta misura, e che non siamo degni dell’aiuto che invochiamo a gran voce. Siamo noi a doverla concedere, noi ad uscire dal braccio della morte, come un arto spezzato che comincia a scrivere, alla fine del pentimento doloroso, la sua canzone. Una testa per molte braccia. Un precetto per molte opere: “ama il prossimo tuo come te stesso”. E solleva l’affanno all’indulgenza, alla gioia.

 

 

 

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.