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Diodoro

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Vorrei che il mondo fosse aperto come una finestra aperta su una giornata di sole, che quelli che hanno da chiedere chiedano e quelli che hanno da dare diano, che gli artigli abbiano ali dorate su cui si posa il pensiero del Nabucco e che il bene possa vivere con un respiro come nella napoletanissima “Anema e core” rigorosamente cantata da Tito Schipa; vorrei che il mondo girasse in tram o, tutt’al più, in treno, che il peso della fantasia avesse una borsa dimenticata in ogni stazione, che Roberta fotografasse il mondo che desidero e che Amore scompaia dall’ignoto indirizzo per un nome sulla porta; vorrei che il mondo tornasse bambino nei nostri occhi di tremore e speranza, che i vecchi raccontassero le loro storie nei posti più belli delle città, che la vita dopo la morte fosse la vita di chi vive dopo la morte di chi è morto; vorrei che il mondo ridesse perché qualcuno lo fa ridere anche se ha voglia di piangere, che non chiudesse gli occhi chi ha la forza di vedere e di ricordare, che la libertà prediliga luoghi ristretti; vorrei che il mondo fosse com’era la Groenlandia per la famiglia di un fuggiasco dai capelli rossi, che Anselmo d’Aosta torni a trovarci e che i suoi allievi contemplino la vita coetanea di Raimondo Lullo e gli aforismi di Ugo Ojetti; vorrei che il mondo cancellasse le leggi dell’ordine per sostituirle con quelle del caos care ad Esiodo, che la pietà travolga le difese tra un padre e un figlio, che un papavero sporga dalle pareti del Tartaro nella notte in cui è precipitato; vorrei che il mondo mantenesse i suoi segreti e l’argomento dominante fosse quest’oggi Diodoro ci ha lasciati, che si affermi il suo lento procedere nello spazio della filosofia, che un amico mi porti per mano sulla tomba tipo “lungo riposo fino a domani”; vorrei che il mondo fosse inquieto come un Caravaggio, che la misericordia ci accolga nella sua fermezza, che suoni il liuto e il ramarro non morda il ragazzo; vorrei che il mondo non desse troppo credito agli errori altrui e perdonasse i propri, che sia salva l’innocenza dal degrado in cui è tenuta da rabbia e paura, che il santuario di S. Brigida ricordi la candela accesa e una preghiera di ululati alla luna; vorrei che il mondo avesse la voce di Ivan Graziani, che fossimo un popolo in cerca di un cielo limpido, che tornasse mio padre sudato da una sera d’estate; vorrei che il mondo si detergesse col talco delle antiche farmacie di Firenze, che quel profumo scorresse come un fiume, che il corpo regnasse indisturbato nelle spelonche della grande libagione; vorrei che il mondo lasciasse aperti i libri per chi leggerà, che miseri cuori si dissetino alla fonte del loro vagare, che le vene dell’endecasillabo incontrino l’acne dell’eterna giovinezza; vorrei che il mondo camminasse a piedi nudi da una stanza all’altra nei ritmi che sono familiari a ciascuno, che l’intimità prevalga come ossigeno in un’esplosione, che la stella palindroma segni alle pareti Armonia mutata in contemplazione; vorrei che il mondo tenesse sospeso il pugnale e raccontasse un’altra versione dei fatti, che Rapisardi vinca Carducci (“su la via cade il mietitor morente”, a proposito di Diodoro), che l’armistizio duri a lungo e che da Villafranca in poi le dimissioni di Cavour restino irrevocabili; vorrei che il mondo premiasse Antonio e Lucio Tubelli Felice Simeone Sergio e Teresa Cervo e molti altri eroi dimentichi del tempo spregiativo con un riconoscimento pari al loro valore, che quando proverò a tornare qualcuno mi accolga dopo Cadmo (a proposito di Armonia) e la semina di Tebe, che il ciclo di Edipo si chiuda con una frase di Federico García Lorca; vorrei che il mondo avesse scienza libera e Paul Feyerabend un tavolo all’aperto in piazza a Trieste, che non vi fossero più morti per incidenti stradali, che Italo Svevo Albert Camus e Alfonso Gatto sostassero un attimo con la loro presenza assente e miracolosa sulla tomba di Diodoro, orma di sole.

 

 

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.