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Appuntamenti mancati

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Il posto in cui vivo è pieno di appuntamenti. Il pericolo vi si nasconde nelle pieghe, ogni giorno. Da quando mi sveglio al mattino a quando vado a dormire la notte. L’esperienza che vivo si chiude in se stessa, rischia di essere ingoiata dalla propria fame d’esperienze e, senza volerlo, d’ingoiare un ordigno esplosivo, come un oggetto di solitudine finito nel guado delle vanità, aratro su una terra dura e pietrificata. Non mi manca la volontà di superare le torsioni dell’anima provocate dagli appuntamenti a cui non so dare un volto, una familiarità, eppure faccio fatica ogni volta superiore ad arrivare alla fine delle ventiquattro ore. Forse sarà perché mi fa visita un’ombra dietro spalle in sagome di cartone. Forse sarà il piacere che provo a perdermi dentro i vicoli angusti del non senso, tra musici impazziti e sberleffi tragi-comici. Quel che non sopporto è far finta che la realtà si disponga dinanzi all’occhio vigile come una torta confezionata per il desiderio di soddisfare un appetito. La realtà è invisibile, perché gli occhi che la guardano non sono tali, ma peripli di fughe sulle lingue infuocate d’altri mondi, e traguardi irraggiungibili. Sembra che si possa contemplare l’insegna luminosa della pasticceria davanti casa, invece il tuffo nell’acqua gelida del passato annichilisce e il corpo seduce se stesso con brividi di una passione contusa. “La vita esiste. Il potente spettacolo continua. E noi possiamo contribuire con un verso”. Sono parole di un ragazzino di undici anni. Mi permetto aggiungere che il fluido semantico delle parole scorre senza di noi. Chi lo coglie ne è colto. Insieme si fanno buoni affari. Soprattutto dopo appuntamenti mancati. A mare il senso di colpa che uccide! Non per inquinarlo, ma per vedere se affonda o galleggia. Ecco questa è la realtà: una regola, un modo per dare una risposta. Il problema è e resta la domanda, il modo in cui la si pone. Non farei troppi sforzi, se non di fantasia. Metto fatica ad aprire la porta all’ospite inatteso. Gli dico di entrare, lui non entra. Guarda l’interno della casa, come se volesse riferire a qualcuno quel che ha visto. Si può credere agli occhi? Alle gambe del ragazzino, quello della frase precedente, in tenuta sportiva (pantaloncini neri e maglietta azzurra, una prova di fedeltà all’associazionismo amatoriale) che corre al Virgiliano la domenica mattina. Alle sue gambe che svettano nel fondovalle, io credo. E all’ultima meta, faccia orientata sull’orologio di una stazione dove non si è tornati. Alle partite di pallone, con le scarpette nascoste sotto il maglione di lana. Agli entusiasmi, che le mani non dipingono più sui muri, nonostante i colori. Ai muscoli da lavoro di persone prive di un lavoro. A quando non restano nel cielo che parole sospese, lembi di nuvole affacciati alle nuvole, voci roche del vento, pagine strappate. Al tempo bello di una passeggiata nei campi scampati alla guerra. Ai trasalimenti, disposti dagli intrichi di una vegetazione capillare. Al silenzio e alla disobbedienza, come una musica che non risponde ai comandi delle note disciplinari. Al calvario degli incontri, al loro perdersi dopo un grande stupore. All’uomo sul lettino con la febbre del domani che non arriva a domani, e tutti intorno a guardare la fine che farà come fosse la propria fine, uguale per tutti; alla sua milza montata all’incontrario per far risalire le cellule sane nei luoghi della mente, cari ai ricordi. A Gaetano Lento e alla Roccamonfina di cui mi fece il dono. Ai nonni palestinesi e a quelli ebrei che gli diedero asilo. Alle cicale della protesta in piazza e alle formiche che fuggivano il piede dell’oppressione. Al sogno ricorrente che nessuno psicoanalista registra sul suo taccuino. Ai girasoli peccaminosi di muoversi in una danza. Agli spicchi di torta con crema pasticciera che il ragazzino e sua zia hanno preparato per la visita dei parenti. Al lungo corso d’onore della signora morte, che consente ad un ragazzino di diventare un uomo e a questi di regredire alle braccia dell’ultima meta, guardando l’orologio della stazione, come se si fosse fermato. Alle carrozze del settecento, alle barbabietole sotto i ponti in legno, agli scoiattoli che aspettano la pioggia. Al flebile seno della terra dei fuochi che brucia ancora: mentre ovunque è giorno pieno lì sembra il tramonto. Al capezzolo pendente della terra dei fuochi, che ha figli degni di cronache non svelate, realtà meticolose di un invisibile respiro.

 


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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.