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Tutte le cose che ci portiamo dietro nel cammino assomigliano ad altre ma sono buone per le parole, che in certi momenti e a certe condizioni diventano fonesi d'amore. Subiscono le mutazioni del tempo ma non alterano la loro natura di fenomeni elettrici destinati ad un corto circuito. Piaccia o dispiaccia l’essere umano provoca il cielo con i suoi cartelloni pubblicitari colorati a mano, ascesi alle tavolozze dei sogni. Chi si trattiene dal respingere il benessere che gli infonde una ventata d’ali, spiegate ad apice retto, chiede clausura e nient’altro. Poi lo chiamano pudore o morale del senso comune. Conta poco. Ondeggia e naufraga. Sgridata è l’arte di vivere, la copia che se ne fa, inoltrata all’etere, dimenticata asciutta come una pistola sul comodino, che ancora fuma il colpo sparato nel muro. La disperazione fa fatica a rivelarsi per quel che è: parole non dette. Chi vive ha bisogno di ascolto. Sui carrelli veloci dei giochi, salutando con la mano una familiarità in attesa, una vertigine sospesa. Non producete disastri inutili. Fate un canto di natura corporea sulle ali dei sogni. Vedete i più piccoli? Arrancano. Non sono abituati a farsi abbindolare dalla caduta massi. Non sono addestrati al compito di una disciplina dell’uguaglianza. Calmi e taciuti. Seri e muti. Chi vuole per loro la divisa teme per se stesso la fine delle giustificazioni. Leggete in rima! Il prosimetro dedicato a mio figlio voleva chiedere in prestito parole ai Canti orfici di Dino Campana, all’oscurità della luce, a Montale, Luzi e Pasolini. Voleva dichiarare a colui che amo più di me stesso, senza mezzi termini, una solitudine del cuore, dove muore la speranza, e di questa morte fa una rinuncia alla retorica del consenso. Dunque, è chiaro: l’epigono discende le altrui scale. La profondità è un declino, una passeggiata infernale per mondi tolemaici che la scienza ufficiale ha fatto scomparire. Un cerchio per volta, sempre più ristretto, verso il lago ghiacciato dalle ali di un angelo caro a Dio. Il maggior peccato, un tradimento riverso sul corpo torturato del proprio benefattore. Così si compie l’abilità tecnica del nostro consumo abituale e di massa. Una regola per ogni circostanza, un dettaglio non classificato e un pugnale nella schiena dell’amore. La vita, la nostra vita in gran quantità s’affolla negli occhi della gente, spettri di larve umane punite col vedere senza parole, anime vendicative e ingiuriose, in esercizio provvisorio di una stagione breve. Non venga in mente di correggere chi sbaglia, di rettificare il cammino. Ognuno ha la sua pagina da scrivere. E si maltratti il verso, lo si lasci incompiuto, come la filastrocca che ripeteva la bocca del bambino, cambiandola di continuo. Infatti, bisogna seguire chi canta, seguirlo ovunque egli vada, soprattutto se le caldarroste gli bruciano le mani.

 

 


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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.