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La gentilezza

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La gentilezza è il contorno del corpo. Come un’aura.

Anche morire è un modo di dire, con gentilezza: “questo è tuo, fanne quel che vuoi, io vado via”. Il caso e la trascuratezza scolorano.

Mi piace la gentilezza perché non si spezza quando la pieghi, non è stanca quando la metti sotto al torchio, non cambia strada se le vai contro.

La gentilezza non si dona solo agli amici, come scrive Colette, si riserva ai nemici.

Amo la gentilezza perché sono cresciuto tra le sue braccia di violenza gratuita.

Chi mi ha ferito mi fa rabbia, eppure mi ha dato il modo di conoscerla e di chiedere di tornare a farmi visita.

Mi rendo conto che in giro non ce n’è molta di gentilezza, ma ho visto la sua abbondanza in luoghi afflitti e sconsiderati.

Che gioia ritrovarsi insieme, fianco a fianco, con persone che tacevano e desideravano un modo gentile nel quale riconoscersi!

Sono stato derubato sull’autobus, ho ringraziato e sono sceso. "Sei scemo?" Mi hanno detto. Ho ringraziato per quella grazia che ci aveva attratti in un momento di niente.

“Non so se tornerò a farti visita”, mi dice ogni volta, come un’eroina bruciata sul rogo, poi bussa alla porta, prende l’elemosina e china il capo, non nega quel che è suo, perché la gentilezza ha una vita paziente e profonda, ti parla quando nessuno ti parla, si volta se chiedi aiuto, e quando il conto sta per chiudersi e serrarsi ti invita a tornare sul luogo in cui sei stato per cambiare la tua sorte e sovrastarla.

La gentilezza è una carrucola, sale e scende tra le mani dell’umiltà e del disprezzo, ripete sempre la stessa fatica, sa che ripetere un gesto è un atto di gentilezza.

Amo la gentilezza tra le scale, le strade, le porte. Amo gli stupidi che la praticano.

Chi sa ciò di cui parlo si unisca a chi sa ciò di cui parlo, si muova, non tardi.

 

 

 

Estemporaneo

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L’estemporanea vitalità del mentire è affluente principale della piena. Un corpo a corpo da riserva o da cantina. Gioire è il modo migliore per parlarne: nessuno viene, nessuno va. Come nel film, molto criticato, “Napoli velata”. Ci si potrebbe spingere oltre. Chi lo fa si perde, perché cerca i minuti che gli sono contati nelle mani sbagliate. Mandanti e vittime hanno le stesse facce, sono amanti. Quel che resta da dire a chi resta solo è la parola "libertà", pronunciata con enfasi e più volte. Non in uno spazio vuoto, una direzione ignota, ma in un moto dell’anima non condizionato dai moti corrispondenti d’ira della quiete circostante. Un sarto, un cameriere e un giornalaio segnano il campo di fraternità in cui ragionare dei massimi sistemi. Volgere al bene la menzogna è dire la verità che non si può dire. Sotto casa di una persona amata, in via De Sanctis, finisce il film di Ozpetek. Un rumore di passi che si perde nel nulla. Consolante che qualcuno ascolti la cadenza secca, priva di eco, di una città immobile, nella errata convinzione di possedere o di essere. Abbiamo un minuto contato di libertà, affidato al caso e a chi lo governa, seminando la diaspora del corpo a corpo nei campi dello sterminato nulla. Tutto nasce da un equivoco: il non vedere occorre al sapere o al non sapere? Coincidenze. “Chissà se lo sai” (Lucio Dalla), canzone proposta questa mattina da Gianni. Fannie Flagg, ad una fermata del treno che porta al paradiso notturno, scrive su un tovagliolo di carta: “Non c’è abbastanza buio in tutto l’universo da spegnere la luce di una sola candela”. Proposta, a seguire, di Enrico. Strade diverse percorrono l'invisibile, dove finiamo per ritrovarci. Siamo parti gemellari. Grazie Ferzan d'avercelo ricordato

 

 

 

 

Il segreto della vita

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Una perla saporita pende dall'albero della vita. Non vi è altro per me. Al fondo di un bicchiere, tra i sassi, scorre il sangue delle vigne. Una robusta dose di pace, qualche monelleria per chiamare la voce del rimprovero materno. La penombra del mattino, quando ho difficoltà a discostarmi dalla verità.  Il giorno del padre, quello dell'antivigilia ( la paternità è colma di doni). Sollievo di un viaggio di andata e ritorno. Il frumento divenuto farina, la morte di entrambi mentre si chiude il cancello d'una sirena. E pioggia, vento, i passi lenti della notte. Una colmata che toglie la vista. Non si sono scoraggiati i bambini in cerca del fosso. Li seguirò fin dove posso. Poi tra spezie e scodelle capirò il segreto della vita, che mi farà guarire da quel che uccide (ci può mettere un istante o gran tempo). Il segreto di una faccia agghiacciata che mi vuol parlare per dirmi che non si può ringiovanire, soltanto invecchiare. Il segreto di quelle braccia: ricostituire la famiglia terrena, grandi e piccoli a far baldoria negli occhi del nonno, che guarda tutto senza dire una parola. Dai suoi occhi vengono le luci dell'albero del Natale, corrono ovunque per casa, non ti puoi sbagliare, perché il segreto della vita fa freddo a guardarlo e non smette più di piangere e urlare come un fuoco che brucia nel camino universale.

 

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.