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La casa nel bosco

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La mia verità non è mia, a volte sfiora il viso, fa piangere, perché appare all’improvviso mentre il cuore si fa pietra e sembra voler fermarsi lì dove è giunto. La mia verità, della quale ho vergogna a parlare, perché si nasconde quando ne parlo, ha il capo chino. Ho dovuto adattarmi alla vita, che mi ha chiesto di sollevare il velo caduto sugli occhi. Mi sono rivolto a lei, che non aveva risposte, solo per sentire l’eco della mia voce perdersi in una caverna buia e profondissima di umano dolore. Quando le vedi formarsi agli angoli delle labbra la rugiada di un fiore, sai di cosa si tratta: un colore fuggito dalle mani di un pittore universale che ha lasciato cadere le sue gocce, ad una ad una lentamente, con il nome di una donna o di un uomo. I nomi, le stelle cadute del momento, scie di luce nelle caverne del cuore, dove risuona ancora la musica palpitante di Rita, una signora buona come il pane spezzato al centro di una messa, una donna consegnata alla camera ardente della verità, nell’assoluto silenzio. Ho chiesto alle mie ombre d’abbracciarmi, come giocatori di una squadra di rugby sotto la pioggia, che sentono scendere dall’alto un liquore caldo per le loro schiene. Così, sono venute le ombre, non mancano mai quando le chiami, sono venute, lampade accese nella notte d’una stanza di raccoglimento, sono venute tirando le fascine dal bosco per dare fuoco ai corpi caduti in disgrazia, per fare di quell’incenso un bagno celeste, nel quale i corpi trovano pace. Nessun punto storto sale sui monti e impedisce il cammino. Ora, puoi uscire dalla caverna in cui ti sei rinchiuso, con la tua verità appesa al collo come un amuleto, e farmi compagnia, giocando in due sotto la stessa pioggia. Ora, abbiamo in comune una verità. Tu non conosci la mia e io non conosco la tua, eppure quel che ci tiene insieme è il canto rauco della verità divisa in due, insopprimibile per entrambi, talmente forte da scuoterci, tremarci, che ha dato un senso a questo lungo e vano cammino di pezzi perduti per strada. Voglio dirti con franchezza che a me non spetta alcun giudizio sulla tua verità, come a te non serve conoscere quel che riflette la mia tempesta, ma il giorno in cui c’incontreremo, come ombre sui muri che fiancheggiano la casa nel bosco, non avremo paura l’uno dell’altro, saremo aliti di un soffio comune, pensato per svelarsi senza parole nei cuori di persone in cammino. Non dovremo fuggire, non dovremo nasconderci. Questa è la nostra terra, che vogliono portarci via con le parole astute del baratto, ma le nostre gambe hanno passi dimenticati da ritrovare, corde boschive da consacrare. Nel cercarci, teniamoci insieme, portando ciascuno all’altro una fiammella di verità silenziosa, necessaria. La mia si chiama Fiducia, "factum", secondo la lezione di Giambattista Vico, un grande napoletano ignorato da coloro che dovevano preservarlo. Fiducia, una parola cara agli eroi che l’hanno disseminata per vederla crescere. Non dimentichiamo il sacrificio di coloro che ci hanno avvicinati. Sono certo che i tuoi eroi non siano diversi dai miei. Aspettano solo d’incontrarsi nella prorotta fantasia di un Noi. "Noi siamo", qui, vivi, se abbiamo Fiducia d’esserlo e non impediamo ad altri di trovare, in questo clima fraterno, il dono di un’intima verità, che sta tutta nel fare, nel riconoscerci capaci di amare, ricredersi, cambiare.

 

Ultracrepidario

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Le invocazioni saranno sciolte dagli endecasillabi che contempleranno una scritta sul muro nel grembo ribelle di Benaco.

Il nome umano sarà fonte di offesa per chi non porta alcun nome al confine.

La sete che avremo scorrerà senza coprire il décalage della vita nostra bambina.

La marmellata di crespino porterà l’autunno e sarà alimento del matrimonio.

La strada leggerà la bibbia dopo l’unione salda del gelo e della lingua.

Avremo la presunzione degli ignoranti cioè di coloro che negano la puntualità.

Faremo esercizi spirituali orientali per non piangere il cordoglio della nostra morte.

Baceremo il mare dismesso con la bocca avida intemperante ai baci del tradimento.

Il posturologo dirà che dovremo chinarci non rimanere rigidi nel nostro riserbo.

Gli operai grideranno voci in giorni di festa perché la loro festa è spostare le cose.

Ci rivolgeremo con le parole di Apelle al ciabattino che giudicava oltre se stesso.

Gioveremo a Giove che si diverte ai nostri sforzi e desidera i nostri affanni.

Non negheremo di essere rotolati come pietre del rock ai piedi dell’umor nero.

Dormiremo di continuo e non andremo a lavorare pur di non generare un diesis.

Dai vent’anni in poi perderemo terreno sull’avanzata della testuggine romana.

E questo fatto riguarderà quasi tutti perché il disfattismo è una regola elementare.

Ci metteranno tra le riserve poi sempre più indietro nel nostro medesimo interesse.

Avremo tre domande attaccate al collo: sono vivo? per chi? per quanto ancora?

Il lealismo sarà la nuova fede giustificata dalle notti profetiche di Cabiria.

L’amantide religiosa mangerà le nostre teste ad una ad una fino alla confessione.

Daremo notizia senza indugio del marasma che siamo in un sogno fermo uguale.

Le nuvole cadranno a pezzi sui nostri volti silvani divenuti maschere.

Il fazzoletto del prestigiatore nasconderà nel suo polsino i resti mortali.

E il silenzio dei cuori stamperà una scritta sul muro: Ultracrepidario.

 

Storia di un cane

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Aveva un manto di colore chiaro, si confondeva con la luce. Non era nato lì, in quella campagna esausta a ridosso della città. Era rimasto solo, facendosi forte della sua libertà. Sfidava quel che vedeva: una foglia al vento, una scarpa rotta, una strada senza scopo. Ci metteva allegria, fino a che non era stanco. Poi sono venuti il freddo e la nebbia. Come una domanda.

 

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.