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Grazia e Bellezza

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“Il dono del sorriso della luna: il primo fiore della piantina di cappero che credevo di aver perso per il gelo, ma che si era ripresa piano piano, è Grazia e Bellezza, ora”.

“Niente racconti. Solo silenzi dedicati. Il bambino, padre dell’Uomo (L’arcobaleno di Wordsworth), attende che s’incontrino, senza più pause, ombra e luce”.

Viene alla mente l’ultima strofa di Un amore di Salvatore Toma: “a volte mi sento toccare”. Le sillabe del nostro alfabeto cambiano a seconda delle direzioni. La parola amore dovrebbe essere un hapax, che ovunque compare una volta e mai più.

 “Ho visto cadere la vita alla prima fioritura. Cadere con la sua scorza imbiancata. Chi verrà a prendersi la mia fine? Una trama inevitabile di occhi segnati dal pianto. La ferita rimuove l’origine. Così nell’Uomo ritorna il senso di umanità dell’amore”.

Edna, scrittrice di un 15 dicembre d’Irlanda, ha un lungo esilio da scontare. Di lei si è occupato uno del calibro di Philip Roth. Il suo Virginia parla di una donna scomparsa in un fiume inglese nella seconda guerra mondiale, con i sassi nelle tasche come se andasse a giocare rincorrendo le anatre. Londra, inizi anni Ottanta, un’altra donna di nome Maggie recita per lei. Stesso luogo, East Sussex. Edna scrive con pudore.

“Cento battiti del cuore. Cento echi di Lazzari felici. Cento pianole per cento scale ritmiche. Cento conchiglie di sabbia nascosta. Cento giorni di candele e punti di contatto. Cento miglia di distanza dall’affanno. Cento volte di Grazia e Bellezza”.

Gemere è filosofare. Il verso della tortora ci viene a cercare. Ne ricaviamo una grande e malinconica follia: quella d’essere sordi all’inquietudine. Sì, perché nulla può distoglierci dal poco tempo rimasto, dalla breve virtù e da quella voluttà di cui discorre Montaigne nei suoi Saggi, che esprime “l’idea di un piacere supremo e di una soddisfazione eccessiva”, propria della virtù medesima. Dovremmo dare alla virtù “il nome del piacere, che è più favorevole, dolce e naturale: non quello della forza, col quale l’abbiamo chiamata”. Con buona pace delle dispute ciceroniane.

“Sulle tue parole, Anima mia, getterò le reti. Avrò la vita incerta di un pescatore, verità provvisorie e il mondo esplodente da cui son nato. Nessuna storia scritta da altri potrà valere per noi. Non troverai, nel modello del cuore, la forma spericolata di un archivoltico pensiero. Proverai per me soltanto un’eterna giovinezza.

Il limone del battesimo inasprirà il fonte battesimale. Saranno profezie quei modi giovanili che ci hanno arricchito le notti e scaldato la morte. Avrai un bel sapore”.

 

I sogni

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I sogni devono essere sostenuti da braccia potenti e da una mente lucida, altrimenti generano mostri. Come la pistola della verità nel collo di bottiglia della giustizia provoca, in caso di esplosione, frammenti che possono ferire. Ci accomodiamo, invece, volentieri nel posto che ci è stato assegnato, scomodo e incolore. Il paradosso vuole che con il passar degli anni diventiamo più possessivi e più egoisti. Quel che ci sfugge diventa quel che ci spetta. [Hanno preso la verità e l’hanno modellata nel tempo equivoco del nulla. E noi a far festa, con le unghie e con i denti. Eppure, tutto è così importante così utile così necessario che predisporre i mezzi non equivale a perseguirne i fini]. Siamo una sostanza filiforme destinata ad immergere se stessa, scorriamo nelle tubature fredde degli spazi comuni, quel che siamo toglie la sete. L’anima è lago o è stagno. Per quanto possibile diciamo di onorare ciò che appartiene alla vita, non a noi. Il bianco è il colore dominante in questa raggelante realtà. Nulla è come appare. Tutto cambia, anche nel momento in cui a noi sembra di possedere una carezza. Anche in quel momento, le voci che ci sono consegnate dallo spazio disabitato della nostra anima vanno in cerca dei ricordi e delle loro stagioni vive per fare della felicità un modo per stare insieme a distanza, attraverso la nostalgia. Noi amiamo veramente soltanto ciò che siamo disposti a sacrificare per salvarne il ricordo, l’aria istintiva dei versi sciolti dalla bocca muta. La chiave di Avicii apre la porta dei sogni. Ma sono sogni duri, non passano, stancano e si stancano, a correre lesti nei fossi prendono il rischio di farsi male. Basta una luce in fondo al buio per credere alla vita come arte malferma, come luogo disabitato di incontri. E farci sentire disorientati nel gioco della “mosca di rame”, che raccontava Macrobio. [Mi chiedi: “ascolti i versi sciolti dalla bocca muta?”. L’ultimo sogno rimasto sulla carta è il cenotafio di Newton. E quel gigantismo della ragione contro se stessa cresce fino a mutarsi giocosa in una piccola cosa, che i sovranisti della solitudine chiamano rivoluzione]. I sogni cedono lenza al vuoto. Su un lastrico di materiali intimi. Ogni parola proietta la sua sagoma per diventare, alla fine, un’ultima predizione. [Mosè dubitò che scaturisse acqua dalla roccia. Il Signore si adirò con lui. Il dubbio stava per distruggerlo. Agostinianamente, ripetere le parole del Salmo 50,11: "Distogli il tuo sguardo dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe". Accostarci alla realtà con la verga del perdono. Trasfigurare, trasfigurandoci]. La vertigine dal pieno ha origine. Non è inospitale il vuoto, se ci scomunica ogni volta che proviamo a riempirlo. Manca e possiamo perdere solo ciò che possediamo. Le tenebre irradiano da obblighi ripetuti di convenienza. I nostri sogni fanno dell’umano una poesia.

 

 

Cittadinanza passiva

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Non tutto è quel che dovrebbe essere, non tutto è come dovrebbe essere.

Sono stato partorito da un uomo. La mia vera mamma è stato lui. Mi portava ai giochi, ai baci e alla libertà. Che fosse il padre di mia madre poco importa. Mia madre è stata un uomo. L’altra, la madre genetica, era una figura afflitta. Presa dal suo essere addolorata, chiusa ad ogni sollecitazione delle mie carezze. Dramma vivente.

Va precisato. La madre naturale che ho avuto era gravata da molti pesi e forse era sola. Prima allontanatasi, poi irraggiungibile. Quando mi ha chiesto conferma ad un momento insieme, io stesso, che pure l’amavo disperatamente, sono fuggito da lei.

Nel crescere ho scoperto molte altre cose. C’è sempre qualcuno che vuole tenerti al guinzaglio: il datore di lavoro, il produttore di merendine, il concorrente del tuo quiz preferito, il soliloquio della paura, quello della gioia, i fratelli, gli amanti, il cane.

E mi sono messo in coda. Ho fatto la fila per un tozzo di pane, anche se quel boccone mi era indigesto, anche se la mia vita chiamava altre voci, altre promesse.

Ho aspettato che venisse il gran giorno del riscatto, la fine delle ingiustizie, e il cuore si risvegliasse dopo un lungo sonno d’incubi tra le braccia dell’amore perfetto. Quello che ti fa dire sì ogni volta, che ti permette di risanare tutte le ferite e d’essere sobrio.

Ho trascorso molte avventure. Ho conosciuto grandi sognatori, uomini di grido, ho amato l’intelligenza, anche quando era spietata, preferendola alla cecità del potere. Ho imparato a disporre delle mani della mente, con le quali ho costruito parole, ho attraversato quei fiumi in piena, e grazie alla loro corrente letteraria ho visto un futuro che cadeva in rovina prima di aprire la porta della sua casa offuscata dal buio.

Eppure, nonostante la voluminosa scorta di iniziative private e intrasmissibili (bianca facondia), non ho salvato nessuna delle persone che ho venerato come prova dell’esistenza di Dio. Mi sono apparse e scomparse davanti, facendo dei dirupi la loro religione e dell’oblio la loro tentazione. Nulla è cambiato, nonostante i miei sforzi.

Accertato che siamo ben poca cosa, bisogna raccontare quel che è accaduto: il Disumano è l’artiglio penetrato più a fondo, perché confonde l’idea del Bene, ne cancella i segni, la pietà, ponendo nel torto quel che afferma la santissima Ragione.

Non spero che possa interessare a qualcuno, di là dalla mera curiosità distratta, ma penso che meritino la commovente pittura di Giotto i cittadini preclusi a se stessi, i reietti che hanno provato a cantare con l’ugola della saggezza e dell’innocenza, i perseguitati dalla logica del più forte che si serve dello Stato per vederla affermata.

Non vi è conforto alla fine di una giornata, goccia di rugiada sulla bocca di un fiore. Il traditore raccoglie nel grembo la fedeltà e la commemora.

 

 

 

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.