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Il mezzo giustifica il fine

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Il disordine ha un cuore antico. Niente è più opinabile della ricerca della verità. A pelo d’acqua la bocca cerca l’aria che viene a mancare e le immagini che lasciano la mente si confondono con quelle della realtà. Ci attraversa la nostra vita come un pugnale. E noi abbiamo la pretesa, forse la presunzione, di un attimo di libertà. Chi dice che siamo stati presenti a noi stessi reca accanto al nome la data di un giorno, di un’ora, ma noi abbiamo vissuto giorni diversi tra loro, più lunghi o più corti a seconda delle braccia che ci hanno stretti, noi abbiamo avuto un tempo dislocato, senza fissa dimora. E anche quel che finisce non sfugge a questa regola del tormento linguistico, nel quale addentrarsi è come raccontare una storia con la voce monca che si spegne d’improvviso. Giudico per essere giudicato: il mio luogo china il capo alla follia di una notte lunga di parole al vento, una torsione infinita del corpo. Non alzare la voce, fai silenzio poco a poco, ritira la coperta delle tenebre dal balcone sospeso. Chi è in grado di reggere il peso di tutta questa solitudine ne parli per sfida alla nostra condizione terrena, che nel dimenarsi s’accheta e nel rivoltarsi obbedisce a se stessa. Ogni nuovo giorno è una crisi personale, dalla quale riemergere come da una trincea. E sempre, più ancora di sempre, il mezzo giustifica il fine. Il cuore debole che interrompe il cammino dice “entropia sia”, lo dice tra sé, nel tentativo di far volare sulla testa degli ascoltatori il suo ultimo respiro. Vorrei che qualcuno traesse dalla vita vissuta un doppio insegnamento: non ero come sono stato, non sono com’ero. Sulle sabbie mobili bisogna fingere di camminare speditamente. Una biglia cade dalla tasca e comincia a rotolare fino al piede che la ferma per lanciarla lontano. E qui, nuovamente, qualcuno la rilancia, in un gioco d’insieme che ci sembra continui. Lo stesso gioco che facevamo da piccoli e che avevamo dimenticato, battaglia navale senza morti e feriti che omette di guardare la scena finale e un orizzonte finalmente chiaro. La vita ha soccorso il soccorritore per un mantello diviso in due.

 

I Settembrini

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Salvate il paradiso dagli inferi. Riconoscetelo. Applicatelo. Ha regole precise. Un paradiso non metafisico. Non artificiale. Create il paradiso di cui disponete. Fatelo vedere, come fosse una giornata di sole in una buia tempesta. Il paradiso è una luce. Cercatela quando sfugge. Anche se avete infestato la terra di alveari cementizi, avete occupato le stagioni fertili con motivi funebri di solo guadagno e di sordide macchinazioni. E adesso, ultima nata (ma esiste già da qualche secolo), l’untura, una sorta di Colonna infame. Non è bastato Manzoni a dirne tutto il male possibile!

Come eravamo siamo ancora. Non vederci allo specchio giovani, se non lo siamo, ma proporre modelli, che non invecchiano. Un modello è Luigi Settembrini (Napoli 1813-1876). Come ha fatto Thomas Mann nella Montagna incantata. Settembrini mi precede, con biografia al seguito. Cenni da: il collegio di Maddaloni; l’adolescenza tra Napoli e Caserta; la dolorosa perdita degli affetti più cari (il padre Raffaele, come componente della Guardia Nazionale repubblicana del 1799, “presentò le armi” a Cirillo, Pagano e Russo, di lì a poco trucidati); i decisivi incontri formativi con Amarelli, Musolino e Galluppi; il rifiuto sdegnato del Foro; l’esperienza di giovane sposo a Catanzaro, dove si recò come professore di eloquenza presso il locale liceo; le carceri di Santa Maria Apparente, Montefusco e Santo Stefano; l’amicizia di Carlo Poerio; la docenza di letteratura italiana presso l’università di Bologna; la carica di Rettore (disilluso) dell’università di Napoli e molto altro. Tutto me lo riconduce. La biografia ci guidi!

Facciamo un patto di solidarietà, capacità e rigore. Troviamo, attraverso i modelli, la tradizione che ci è cara e diamole un nome. Settembrini, come l’unità e la patria che cerchiamo, la vita che siamo disposti a sacrificare per il bene comune, la verità dalla quale ci facciamo guidare anche quando muove contro i nostri interessi. Settembrini. Come certi venti d’autunno che calano dal nord e gelano le ossa. Non abbiamo che da scambiarci le braccia, duellare nelle idee, sconfiggere la gogna. Il nome di una persona può diventare causa di effetti collaterali, molteplici. Disse del Nostro Francesco De Sanctis: “Settembrini rassomigliava a molti; e molti rassomigliavano a Settembrini”. Noi siamo l'altro da noi e ci chiamiamo I Settembrini. Pluralisti non sovranisti, cultori delle tradizioni non sanfedisti. L’unità non predilige spazi ristretti. Nel grembo dell’Europa ribolle ancora la speranza. Soffia sulle pagine dei Taccuini di Benedetto Croce, sui campi all'alba prima della mietitura ("il grano non muore"), sulla semplicità dei volti umani, sul giro delle ombre e sul cielo che oggi come ieri governa la terra. Settembrini sono Lucia, Franco, mia madre. Anche le loro paure, le loro ingiurie mi sembrano dolci ricordi. C’è posto per Luciano di Samosata e Giacomo Leopardi, che dialogano tra loro di necessità morali. Nel nome di Settembrini s’aprono dimore chiuse per sempre, come la nostra Costituzione e quel suo esordio: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro … libero e intelligente”. Suonano le trombe di una festa popolare, dove leggono le poesie di Josif Brodskij, che incitano a non lamentarsi e all’agire estetico. L’uomo nuovo è un perseguitato, è un uomo solo. Nella versione stenografata da Frida Vidgorova del processo a Brodskij, il giudice: “Avete richieste?”. Risposta dell’imputato: “Vorrei sapere perché mi hanno arrestato”.  Il primo, di rimando: “Questa è una domanda non è una richiesta”. Il poeta: “Allora non ho richieste”. La storia si ripete, si ripeterà.

 

Grand Tour

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Mi chiedo – e prego di contraddirmi – perché credere a dei guitti di declinante fama per una gloriosa storia nazionale, per quanto ricca di buchi di memoria. Siamo sull’orlo di un baratro, più profondo e più imminente di quello che si è aperto dinanzi ai nostri occhi increduli solo qualche anno fa. Già allora ci è sembrato un vulnus alla democrazia. Si insiste. Si fa finta di niente. Forse il microcosmo del quale siamo fatti vuole sperimentare appieno la sfida alle istituzioni finanziarie che governano il mondo, che tutti noi, volenti o nolenti, abbiamo legittimato. Forse nel tempo, forse silenziosamente, e forse inconsapevolmente. Certo, c’eravamo quando queste istituzioni prendevano piede, votavamo, ridevamo delle vignette politiche che irridevano il debito pubblico contratto dai nostri figli prima che nascessero. Eppure ora questo stato di cose c’indigna (a proposito di “dignità”). Noi figli o fratelli del sessantotto collaboriamo con la soluzione finale di una verità che non si appalesa tale, ma che crediamo sia rivelabile, anzi rivelata. Basta! Facciamo santi i meritevoli, ancor prima di candidarli alla rappresentanza nel governo che verrà. Prendiamo in considerazione solo le capacità, impediamo ai giovani sacrificati un sacrificio ulteriore. Basta con i call center (non ho nulla contro di loro) per i laureati con lode, con master e specializzazione, perché le famiglie a trent’anni non si possono più consentire di mantenerli. Chi ha conosciuto e praticato l’economia del dono in un tempo di scambio, di mercato e di prostrazione, non deve cedere alla lusinga della nuova promessa rivoluzionaria. Ogni scelta politica ha un costo. Siamo in grado di fare da soli? Temo proprio di no. Abbiamo solo collezionato una rassegna di piccole e lorde divinità al servizio di se stessi e del proprio cumulo di lodi al proselitismo dilagante (nella migliore delle ipotesi). Basta! Ribadiamo: basta! Avviciniamoci ai focolari, ai luoghi della comunione, laica, cattolica, o d’altra natura. Facciamoci interpreti del nostro giudizio fallace: nessuno ci sopravanzi sulla strada che porta agli incombenti principi della solidarietà, dell’amicizia e della puntualità. Siamo stanchi di pensare ai nostri figli come vittime sacrificali perché non abbiamo i mezzi per tenerli in vita oltre la linea di galleggiamento. Mettiamoci in coda, se abbiamo prestigio tale da far valere le nostre ragioni, il nostro turno verrà, ma non consentiamo a nessuno di fare della raccomandazione un’arma contro il talento, l’unico bene da preservare. Trasferiamo nel mondo ribaltato la nostra idea dell’ordine. Noi non siamo dove ci hanno posti, nessuno merita un posto fisso. Il lavoro, fondamento della nostra democrazia costituzionale, non chiede una stabilità, vuole una prospettiva che deriva dalla relazione stabile tra coloro che ne garantiscono le condizioni. Tutti uniti! E il lavorò verrà, dove sia, perché sia, nella smorfia che lo sforzo giustifica. Sì, il lavoro è sacrificio, senso del dovere, mutilazione di una parte per una parte superiore, e più elevata, assume la sua regola, più di essa impone confini e malinconie poetiche. Una sorta di vergogna, una pudicizia che assona l’individuo alla comunità. Basta di credere che siamo unici e non replicabili! Il nostro mondo muore ogni giorno. La capacità degli uomini è di riconoscersi finitimi e devoti all’ultrazione. La nostra ultrazione è fatta di terra, fuoco e memoria. Una sorta di grande narrazione del divenire, che nel farci schiavi ci ha resi liberi. Lasciate correre i vincenti su questo breve tratto del loro corto fiato, prendete la distanza come un grande insegnamento di vita. Chi supererà il traguardo non vincerà, verrà ingoiato e rigenerato nella curva del Grand Tour didattico-artistico dove avremo un senso. Siate umili, come Igino Giordani, prendete parte ai concerti che vi fanno cantare, siate fragili e nuovi nella tradizione forte del classico, mutatevi in quel che è più esposto al vuoto della vostra anima, non infrangete mai un rimedio, rimediate, ove possibile.

 

Il Blog di Felice Casucci

Presidente della Fondazione Gerardino Romano

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"Dal volgersi delle cose al rivolgersi ad esse" -  F. C.