Lasceremo un segno. Niente di marcato, né di particolarmente nostalgico. Una leggera pressione della mano sul viso. Una carezza. Poi si vedrà. L’acqua della notte scorrerà lontano. Il mare che bagna il cielo, con la sua onda capovolta, si farà avanti. Saremo immersi in questa condizione fetale. E ci risveglieremo. Ad occhi pieni, segnaleremo lo stupore. Sarà un bel modo di ricominciare tutto da capo. Ci muoveremo sempre più lentamente. Fino all’inattività. Guarderemo i nastri di arrivo e quelli di partenza annodati al collo dei nostri giovani imbizzarriti (qualcuno li vorrebbe sedati). “Poco moto”, ci griderà dietro il medico di turno. Il sollievo si leverà con le braccia esultanti. Ma non se ne accorgerà nessuno. La storia non passa di qui. Poco importa. Noi lasceremo un segno, un punto di vista, in mancanza d’altro. Terremo le leve aperte, per Maria Teresa che torna da Dublino. Diventeremo atmosfere d’autunno, in presa diretta, per la figlia del tempo che è scesa dalle scale addormentate. Ci siamo illusi che fosse un solo istante la partenza e l’arrivo. Lucidalabbra (qualcuno dice burro di cacao classico involucro blu), lasciare un segno di luce ad ogni parola pronunciata invano. Piantina 18, il davanzale dal quale guardare il mondo. Il tempo nuovo non si intrometterà tra il collo e la schiena. Finito il lavoro, quello che dà diritto alla pensione, se ci fosse uno Stato in grado di onorarla, la ragione, maschera deformata, andrà a farsi un giro, ma lungo, dentro al bosco in cui hanno ucciso Daniza, si perderà, perché non vuole lasciare ai posteri neppure un nichelino di speranza. Poi chiudere le serrande, fare dell’umile dimora dell’anima un porto riemerso da nere acque piovose. Un eterno canzoniere di ubriachi si metterà a corredo dello sciupio. Da una parte il sonno, dall’altra la bellezza. Si vivrà tutta la vita. Nella Roma di Fellini. O nella Praga di Seifert. Ma fermi, incompiuti. Nemici degli impulsi. Il tempo sviene, nel senso che non viene ma si allontana. Basta fermarsi per lasciare un segno. Guardarsi attorno, scrutarsi nello specchio del “Dormiglione” e diventare un altro, molti altri. Non ci perderemo più nel labirinto senza scopo. Non naufragheremo dal nostro Titanic. C’è sempre qualcosa a cui appigliarsi. Forse scriveremo poesie, di certo le leggeremo. Ad alta voce, in fila, come in un provino. (“Poesia per me è sempre stato dare un volto alle parole, il moto istintivo della rivolta contro l’oppressione del labirinto e il caldo soffocante della ferocia: la revisione del processo dopo la condanna definitiva, perché nella vita nulla è mai definitivo, tranne il perdono”). Non lo faremo per il successo. A noi piace trattenerci nel “bel mezzo”. Seduti in panchina, guardare con Giovanni le auto passare, dopo il suono della sirena. Finito il lavoro. Finita anche la morte, apriremo gli occhi (“Nel buio non si può rinunciare agli occhi”). Canteremo gregoriano. Sottoscriveremo Atene per la felicità. Alexis verrà a farci visita almeno una volta. Sentiremo conversare melodico Riccardo Fogli (“Storie di tutti i giorni”). Saremo ogni vita, ogni orizzonte, ogni notte da cui risorgere. Di più non so. Alcune risposte soffiano nel vento. Ero troppo piccolo per ricordarle. Seduti in panchina faremo goal dopo due minuti. Paolo scandirà la poesia dell’appello giudiziario. A lui daremo retta, sa farci sorridere con quei suoi modi inattesi, pensosi, giusti per far flanella. Lui sì che rischia un capitale per il viver feriale! E a noi piace pensare che il pigiama dei netturbini non lo distoglierà dalle danze profumate, che le pietre delle strade in cui bighelloneremo saranno colorate, come gli occhi dei poeti.




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